Di Tita Ferro

 

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ‘ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

 

Pensare a nostalgia mi ha richiamato i versi di Dante, che ne mettono in evidenza alcune caratteristiche, tempo, desiderio, tenerezza, immagine dei dolci amici, nuovo sentimento di amore, suono di una campana lontana che segna la fine del giorno e suggerisce un legame tra la nostalgia e gli anziani. Nel film di W. Allen, Midnight in Paris, invece, il protagonista, Gil, strana figura di  scrittore-sceneggiatore, “scopre che il vagheggiamento di un glorioso passato ormai perduto” è un’aspirazione ricorrente nell’animo umano e presente in tutte le epoche storiche, tutte le volte in cui si preferisce guardare con nostalgia a un passato romanticamente ricordato, piuttosto che accettare il presente, anche nella sua banalità, o guardare al futuro con il suo inevitabile corredo di incertezze.

Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoi, ti ritrovi con un cuore di paglia, è un incendio che non spegni mai, cantavano Albano e Romina: al di là del motivetto facile e perfino banale, ritornano nella canzone alcuni tratti della nostalgia, la casualità del suo presentarsi, addirittura quando se ne farebbe volentieri a meno, la sua natura e i suoi effetti, la fragilità, per esempio, di chi la sperimenta e sente il suo cuore come un pugno di paglia preda di un incendio che non  riesce a spegnere. Riccardo Cocciante, invece, nella sua famosa Celeste nostalgia, osserva che la vita non dura mai, una sera, il tempo di una follia che breve poi fugge via e si chiede: cosa rimane dentro noi? La risposta: Questa celeste nostalgia … questa divina nostalgia.

Celeste, divina, eppure la nostalgia è un sentimento doloroso: la parola greca da cui deriva la prima parte, nóstos, vuol dire ritorno, ma l’altra, algos, significa sofferenza. Perché questa celeste, divina nostalgia procura sofferenza?

La nostalgia ci ricorda costantemente che tutto ciò che abbiamo vissuto, che abbiamo amato, che abbiamo coltivato nel passato, non tornerà più, non ci appartiene più, dice Antonio Prete, professore ordinario di Letterature Comparate all’Università di Siena, ed aggiunge una interessante riflessione sulla differenza tra il movimento nello spazio, sempre possibile, dal luogo in cui ci troviamo ad uno in cui siamo stati e viceversa, e il movimento nel tempo, impossibile, perché il tempo è irreversibile, è fatto di istanti che non tornano più. La nostalgia, dice ancora il Professore,  ha come oggetto, come sostanza del proprio pensare, della propria immaginazione, un tempo che non ci appartiene più, che è completamente finito. Il contrasto tra un tempo impossibile da recuperare ed uno spazio possibile da percorrere, che è un autentico conflitto, crea questa sorta di ansietà che è la nostalgia.

Que reste-t-il de nos amours, cantava Charles Trenet nella famosissima canzone interpretata da tanti cantanti, in italiano da Franco Battiato, Che cosa resta?

Chissà cosa mormora il vento stasera col suo lamento dietro la porta laggiù. Di già il caminetto s’è spento io chiudo gli occhi e rammento gli amori di gioventù. Di voi che resta antichi amori giorni di festa teneri ardori solo una mesta foto ingiallita fra le mie dita. Di voi che resta sguardi innocenti lacrime e risa e giuramenti solo sepolto in un cassetto qualche biglietto. Sere d’aprile sogni incantati capelli al vento baci rubati che resta dunque di tutto ci ditemi un po’. Rivedo un viso mormoro un nome ma non ricordo quando né come penso a un villaggio dove non so se tornerò. Mai più mano con mano nel buio stupiti d’essere due felici senza perchè. Mai più fiori nascosti nel libro il cui profumo ci inebria ma presto evapora ahimè. Di voi che resta antichi amori grandi segreti complici cuori solo nel petto male guarita una ferita. Di voi che resta parole audaci carezze caste timide braci solo una cenere che più non fuma ma si consuma. Chiari di luna dolci sentieri e tu perduta anima di ieri perchè sparisti chi ti rubò dimmelo un po’. Solo un motivo risento ancora d’un fuggitivo disco d’allora e a un luogo penso dove non so se tornerò.

La trovo bellissima, eppure io non sono incline alla nostalgia, decisa come sono di fronte al tempo: nostalgia e rimpianto mi sono sempre sembrati inutili ingombri. Il passato è passato con le sue scelte giuste o sbagliate, i suoi momenti belli o brutti, ugualmente indimenticabili, ma passati: richiamarli alla memoria può essere bello, soprattutto istruttivo se si è sufficientemente saggi per far tesoro dell’esperienza, ma illusoria è la consolazione che se ne può trarre. Condivido  le parole di Alfredo, il vecchio cinematografaro del film di Tornatore, Vecchio cinema Paradiso, che così si rivolge al protagonista: Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere … Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti …. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. … O’ capisti?                

Cercando invece la nostalgia nella letteratura, nella poesia, nella musica, ho trovato esempi così numerosi da farmi pensare alla nostalgia addirittura come topos proprio della letteratura, del linguaggio, dell’arte.

Al di là dei versi danteschi citati all’inizio, forse più significativo è un altro episodio del Purgatoprio dove non solo le parole ma tutto l’atteggiamento del personaggio la presenta, mi riferisco a Guido del Duca, che piange mentre ricorda insieme ai suoi amici le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi/ che ne ’nvogliava amore e cortesia/ là dove i cuor son fatti sì malvagi, e conclude dicendo a Dante: ma va’ via, Tosco, omai; ch’or mi diletta/ troppo di pianger più che di parlare,/ sì m’ ha nostra ragion la mente stretta”.

Infiniti esempi: a partire da Ariosto che proprio dalla terzina dantesca riprende il suo Le donne i cavalier l’arme gli amori/ le cortesie l’audaci imprese, famoso incipit dell’Orlando Furioso con cui il Poeta intende rievocare vicende di tempi lontani e perfino, con un accenno di ironia,  la gran bontà dei cavalieri antichi, fino ai Romantici ed a tempi a noi più vicini: è un’onda la nostalgia che travolge il manzoniano Napoleone con uno strazio indicibile, è esempio universale di bellezza la Zacinto foscoliana, materna terra contemplata con commozione e struggimento, che si specchia nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, ma segnata dalla consapevolezza ben chiara nel Poeta che si tratti di un … Paradiso perduto per sempre, Tu non altro che il canto avrai del figlio,/ o materna mia terra … Impossibile citare se ci si avvicina a Leopardi che della nostalgia sembra saper tutto, perfino il suo effetto psicologico particolare per cui si abbellisce il passato anche quando esso è stato tutt’altro: Oh come grato occorre/ nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ la speme e breve ha la memoria il corso,/ il rimembrar delle passate cose,/ ancor che triste, e che l’affanno duri! La nostalgia del poeta prende forma in molti oggetti, le stelle dell’Orsa, la luna, il colle solitario, la siepe … e con particolare commozione in due figure di giovani donne: Silvia che sale pensosa il limitare di gioventù, e canta il vago avvenire che ha in mente, e Nerina, indimenticabile nella  leggerezza del passo di danza con cui attraversa una vita che sembra un sogno, in fronte la gioia ti splendea, splendea negli occhi quel confidente immaginar, ed al Poeta che ricorda con nostalgia lascia solo la rimembranza acerba.

“La nostalgia è la cifra stilistica di gran parte della grande tradizione lirica italiana, come sentimento si presta in maniera straordinariamente forte alla pratica della scrittura poetica proprio perché il senso del distacco, della scissura tra interno ed esterno, della separazione da un mondo visto e vissuto come preferibile e migliore conducono irresistibilmente a cercare di ricrearlo in maniera esaustiva e vibrante attraverso forme di scrittura che siano capaci di evocarlo, di mostrarlo, di renderlo presente” (Giuseppe Panella).

A me piace ricordare in conclusione un’immagine ed una voce: l’immagine è la conclusione nostalgica del libro Il cucciolo di M. Rawlings, trasformato in film nel 1946 da Clarence Brown, il sogno che, miracolosamente, fa rivivere l’intero romanzo in un’unica, sorprendente frase (nella prateria un cucciolo ed un bambino correvano … erano spariti per sempre), la voce, quella di Amalia Rodrigues, perché, indipendentemente dai contenuti delle sue canzoni, richiama il tema della nostra Officina con la voce calda, sensuale nella tonalità bassa, ma piena, potente. Amalia non parla di Lisboa antigua, di Coimbra, di Una casa portuguesa, della Casa in via del campo … le presenta ai sensi, all’immaginazione e al cuore di chi si pone in ascolto.

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