Le nostre storie

“L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.

L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.”

Papa Francesco, 24 gennaio 2020, Memoria di San Francesco di Sales 

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In questa pagina pubblichiamo i testi elaborati durante i nostri laboratori di scrittura creativa. Condividiamo i temi, i pensieri, la sensibilità di chi decide di fermarsi un momento a pensare e raccontare: persone comuni che con le loro storie narrano la vita di ieri e di oggi senza altro scopo se non quello di migliorare se stessi e il proprio rapporto con gli altri.

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Settimo laboratorio di scrittura creativa on line, Giugno 2021, tema: IL DESIDERIO

di Cinzia Simone

“Esprimi un desidero”, quante volte ci siamo sentiti dire questa frase mentre soffiavamo sulla candelina dell’ennesimo compleanno? Non é forse vero che durante le notti d’estate, scrutando il cielo, abbiamo pensato di affidare ad una stella cadente un nostro sogno? Chi di noi non ha mai sognato di possedere la lampada di Aladino ed affidare al Genio la realizzazione di almeno 3 desideri?

Lanciamo monetine in fondo ai pozzi dei desideri e tra le acque delle fontane, riponendo nel volo di quel piccolo pezzo di metallo la speranza di veder realizzato un sogno che teniamo custodito nelle profondità del nostro cuore.

I desideri possono essere semplici ed innocenti ma anche immensi e difficili da raggiungere.

Come ci spiega l’etimologia della parola Desiderio, questo termine deriva dal latino ed è composto dalla preposizione de che ha un’accezione negativa e dal termine sidus che significa stella. Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di avvertire la mancanza di buoni presagi, di buoni auspici e quindi questo verbo é inteso come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca.

Ma davvero veder realizzato ciò che desideriamo potrebbe renderci persone felici? “Finché ho un desiderio, ho una ragione per vivere. La soddisfazione è la morte.” (George Bernard Shaw). Non è forse vero che appena soddisfatto un desiderio sentiamo quasi subito sorgere dentro di noi il bisogno impellente di realizzarne al più presto uno nuovo di zecca, proprio per sfuggire a questa morte?

Gli uomini e le donne passano la loro vita alla spasmodica ricerca di ciò che li possa rendere felici ma spesso è come se questa felicità fosse a breve termine, il desiderio appagato subito ne genera un altro da realizzare.

La società basata sul consumismo in cui oggi viviamo ci ha abituato a bramare di tutto, servendosi dei media, della pubblicità, dei social network; l’uomo così arranca in questa continua corsa alla realizzazione di ciò che egli crede di desiderare. “La pubblicità è un mezzo studiato per rendervi scontenti di ciò che avete e farvi desiderare ciò che non avete.”(Serge Latouche)

Detto questo, ci chiediamo: è comunque giusto desiderare? Certo, è impossibile non farlo, il solo atto di desiderare ci rende più attivi, più costruttivi e più creativi, quindi ben vengano i desideri se ci consentono di affrontare il domani con più slancio.

“I desideri non invecchiano quasi mai con l’età” cantava il compianto maestro Franco Battiato, il desiderare ci spinge a sperare, finché ci sarà voglia di sognare ci sarà aspettativa, ci sarà la speranza che alimenterà la vita.

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DESIDERI

di Rita Iaria

E tu mi chiedi cosa voglio ancora?:

“Camminare sulle acque degli oceani,

moltiplicare i pani e i pesci,

attraversare il deserto a piedi nudi,

di Maddalena ascoltare il pianto, e

le sue lacrime asciugare coi capelli.

Nell’orto degli ulivi restar desta

e correre, correre ,correre da Maria

per risvegliarla con un sorriso

dal sogno orrendo di quella notte.

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IL MIO DESIDERIO

di Vittoria Mallamaci

Nel cassetto del cuore serbo il desiderio

di tornare su in collina a rivedere

per una volta ancora gli adorni nel cielo di maggio

ad ali spiegati felici, nell’azzurro librarsi.

Vorrei ancora bere, dell’acqua cristallina,

di quella che vien fuori

dal cuor della montagna zampillando

a rinfrescare un po’ la gola asciutta.

Vorrei vedere i pioppi, vicino alla sorgente

di quanto son cresciuti,

se della vigna c’è ancora qualcuno

che si prende cura e se il cuculo sul melo,

ancora per tutto il giorno sta’ a gorgheggiare.

Anche se lassù, coetanee mie non ci sono più,

sento che ad accogliermi ci saranno

le coccinelle con le farfalle in festa,

come quando da piccina

sulle mie braccia si arrampicavano,

a farmi un po’ di compagnia e con me giocare,

come fossero le sorelle, che io tanto desideravo.

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I DESIDERI DI CHIARA

di Maria Bambace

La stanchezza di un anno pesante e doloroso comincia a farsi sentire e Chiara, desidera tanto fare un viaggio per dimenticare il rovello che la strazia : dov’è sua madre? in quale cimitero è stata sepolta? chi le ha tenuto le mani negli ultimi momenti della vita?

C’è un desiderio dietro l’altro che vorrebbe esauditi, ma sente che rimarranno nel fondo del suo animo e col tempo non si rimargineranno, ma più profondo sarà il vuoto.

Chiara cerca di lenire il dolore causato dalla morte per covid della madre ancora piuttosto giovane, con i ricordi della sua fanciullezza e adolescenza. Una madre amorevole sempre pronta a esaudire i desideri prima che lei li esprimesse, presente e fattiva nelle cure del nipotino ora di otto anni, mentre Chiara si destreggia fra i turni al lavoro.

Non si perdona di aver messo la madre in Istituto, quando l’Alzheimer le ha tolto le capacità mentali, l’ha resa tanto aggressiva contro di lei, non più riconosciuta come la figlia da lei tanto amata . L’essere stata costretta a prendere questa decisione non le attenua i sensi di colpa che si sono accentuati con l’impossibilità di essere presente alla morte della madre, di essere stata privata della rassegnazione che subentra al cordoglio dell’ultima ora.

Desidererebbe viaggiare per allontanare questo tormento, ma sa che lo porterebbe con sé in qualunque posto e con qualunque compagnia. Non le resta che soffrire in solitudine nella speranza che il tempo appiani il vuoto nel suo cuore e non lo ingigantisca , nel frattempo accarezza i vestiti della madre, ne sente l’odore e sente affievolirsi il desiderio di lei per qualche ora.

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VITA E DESIDERI

di Rosaria Puntillo

Non saprei quale negozio visitare per primo. I nomi dell’alta moda sono altisonanti: esprimono colore, arte, benessere. Mi aggiro serena per questa strada famosa, icona del lusso, ma non ho desiderio di comprare qualcosa di firmato. Sono soprattutto i colori ad attirare la mia attenzione: osano, accostati in modo nuovo, il rosa pallido con il rosso fucsia, i verdi con i gialli, gli azzurri e i blu coi i verdi e il viola. Fanno pensare ad un’esplosione di gioia primaverile.

C’è qualcuno che suona e chiede una moneta. Ed ecco gli artisti di strada. Desiderano mettersi alla prova, essere liberi, diventare famosi. Si bloccano per ore nelle pose di una statua, o si esprimono con gli strumenti più vari sperando magari in qualche incontro con personaggi importanti che possano scoprirli e lanciarli nel mondo dello spettacolo.

Tra il vociare della vita che sta riprendendo il suo ritmo dopo la pandemia vedo giovani che camminano abbracciati, per il contatto ritrovato, forse anche sognando una vita insieme, una casa, bambini. Finalmente siamo liberi di muoverci. L’abbiamo desiderato tanto! Mi turba però il pensiero di Lilly. Come vorrei almeno sentirla!

Cammino già da un po’, la giornata è bella. Guardo i fiori dei mercatini e mi meraviglia il profumo delle rose, in città, per strada. Improvvisamente sento un’ondata di altri profumi. Viene dal passato. Sono quelli del glicine e del caprifoglio che fiorivano nella mia casa. Vorrei riavere quelle piante, ci penso da un po’. Le sceglierò secondo i colori che mi ricordano quelli di tanto tempo fa.

Abbiamo deciso di pranzare fuori. So già che mi farà aspettare. E’ un ritardatario irrecuperabile. Prima ne soffrivo molto e m’innervosivo nell’attesa. Speravo di cambiarlo nel tempo, ma mi sono arresa.

Stamattina c’è calma. I ristoranti lungo i navigli sono accoglienti ed io mi lascio andare a guardare l’acqua e i bozzetti che fissano persone e cose, protagonisti inconsapevoli.

I nostri figli vivono in altre città. Per tanto tempo ho desiderato che ritornassero. Li chiamo spesso, soprattutto quando sono contenta come adesso, e rido al racconto delle monellerie dei loro piccoli. Non potrei vivere senza l’affetto dei miei cari e desidero per loro tutto il bene del mondo.

Che strano! Sono stata da sola in giro per la città in questa bella mattinata. Ho visto molte persone e scene diverse che mi hanno fatto ritrovare sentimenti e ricordi lontani, mi sento vicina a me stessa. Nelle risate dei bambini ho visto me da piccola ed i miei sogni. I ragazzi all’uscita di scuola mi hanno fatto pensare agli amici più cari della giovinezza, a quei confusi desideri che solo in parte si sono realizzati. Le immagini che vedo oggi mi rimandano a quelle di ieri, di me come ero e sentivo.

Il cammino della nostra esistenza non è sempre lineare. i rettilinei si susseguono ai tornanti, Il panorama e il contesto variano e così, diversi, sono i nostri desideri di persone, di cose, di emozioni.

Ma mentre lo aspetto, sento di essere sicura di una cosa: un filo rosso mi ha sempre accompagnato e ancora oggi guida i miei desideri, è il bisogno di amare e di essere amata.

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DAMMI UN SEGNO

di Elettra Griso

Dammi un segno. No, non un gesto

che sembra banale. Solo un segno.

Un bisbiglio notturno,

un sorriso leggero,

uno sbattere lieve di ciglia, come quello che fanno i bambini.

Ecco, dammi un segno bambino

che mi possa guidare per mano

in quell’angolo oscuro del cuore

dove nasce ogni cosa.

Ho sfogliato davvero, nel mio tempo di prima,

milioni di libri e fiori di carta dai colori sbiaditi

nell’inutile attesa del sogno promesso.

Ma dammi un segno, ti prego.

Ora, adesso.

Una frase in grassetto, una virgola in meno,

una rosa vermiglia

tra un fascio di rose dai petali blu

che mi aiuti a cercare,

tra le mille parole scomposte del mio tempo di ora,

il mio nome.

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TANTI AUGURI NONNA

di Giuseppina Catone

Una grande torta troneggia al centro della stanza. Non ci sono candeline, sarebbero troppe e sarebbe complicato dirle di spegnerle con un soffio. Figli e nipoti intorno a lei si danno da fare: qualcuno l’accarezza, qualcuno la bacia delicatamente, qualcuno le bisbiglia “Auguri!” in un orecchio “Cifra tonda, nonna!” Un secolo di vita, una festa! Lei ha lo sguardo velato, ma è lucida nonostante tutto. E ripercorre quel secolo nei volti di chi le sta intorno. Qualcuno manca, manca da tanto. Non dal suo cuore, però.

Arriva gente. Perché festeggiare una vecchia? Se lo chiede ogni volta che le si avvicinano per un augurio, un abbraccio. Cosa si può dire ad una donna che compie cento anni? Cento di questi giorni? Impossibile. Esprimi un desiderio? Che ti aspetti? Che sogni? Mentre pensa tutto questo, li osserva e dentro sorride. Sorride perché vede i suoi frutti: i suoi desideri di gioventù sono tutti realizzati in quelle persone. I figli, anziani, certo, malati alcuni, certo, ma lì a festeggiare la mamma. I nipoti così diversi da lei. I bisnipoti, molto piccoli, che la guardano dall’altra parte del secolo, in entrata. Lei è in uscita.

Sulla torta viene accesa una sola candelina, un numero. “Nonna, esprimi un desiderio! I bambini non vedono l’età, non vedono le rughe, vedono l’amore. E quella, sdentata come lei, più di tutti. Accarezza lentamente la bambina, mentre gli altri le rivolgono lo sguardo ed aspettano che risponda. “Diventare una stella” dice. E a qualcuno scappa un sorriso. La piccola corre alla finestra: è già buio, ma il cielo stellato è illuminato da tante piccole scintille. Punta il ditino verso la più luminosa. “Come quella, nonna?” Lei alza lo sguardo, che, sebbene velato, si illumina di un moto interiore e bisbiglia “Quello è il mio amore. Mi aspetta. E ricordati, quando mi vedrai, le parole del poeta:

Tornano in alto ad ardere le favole.

Cadranno colle foglie al primo vento.

Ma venga un altro soffio,

ritornerà scintillamento nuovo.

Un attimo di silenzio sospeso e poi giù un fragoroso applauso. “Grande, nonna, guarda che memoria. Evviva! Ai prossimi cento anni”.

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Sesto laboratorio di scrittura creativa on line, Maggio 2021, tema: IL TEDIO

Pierre-Auguste Renoir – La Tasse de chocolat

di Maria Bambace

Chi di noi in questo anno di chiusura per Covid non ha sentito il peso di non potersi muovere a suo piacimento, non poter incontrare gli amici di sempre, insomma di non poter continuare a vivere una vita libera e ricca di stimoli?

Alcuni hanno accettato obtorto collo la vita quotidiana ripiegandosi su se stessi e sentendo un peso sull’anima che gli antichi poeti hanno profondamente analizzato. Altri hanno riempito le giornate, cucinando e consumando, altri hanno trovato risposta alla lunga crisi immergendosi in letture arricchenti e condividendo con i personaggi dei romanzi le ansie, i dolori, le angosce, superando così il peso della noia.

Autori famosi hanno provato questo sentimento e l’hanno reso vivo nei loro testi: da Ennio che nel II sec. A.C scriveva “L’animo, oziando di continuo, non comprende la sua meta” fino ad arrivare ad Alberto Moravia che diceva “La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza e inadeguatezza o scarsità della realtà”.

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IL TEDIO ODIERNO

di Vittoria Mallamaci

Svegliarsi un mattino e trovarsi in casa reclusi

senza avere commesso reato,

costretti a non mettere il naso fuori dalla mascherina,

a non potere abbracciare il nipotino,

per molti la situazione è un veleno,

che la forza e la mente a dura prova mette.

Noi dal dopo guerra abituati alla libera uscita

e a ridere e a scherzare ai pranzi conviviali,

la chiusura repentina sembra ci abbia sfiancati.

Molti, con tristezza col furbo nemico lotta

restando in casa senz’aria di mare,

senza più amici e parenti incontrare.

Ognuno fra le quattro mura da solo è

e con la paura del virus addosso, che pace non da.

Tuttavia come i libri di storia insegnano,

per uscire dal tedio,

che nei giorni alle meningi martella,

bisogna pensare, che i giorni non sono tutti uguali

e tutti sappiamo, che dopo il temporale il sole spunta

e noi col sole,

alla vita che ci piace, ritorneremo a sognare,

perché la brutta bestia, pare sia agli ultimi rantoli!

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UMANITA’ FERITA

di Emilia Corigliano

Umanità ferita

TEDIO

Te. Dio

Pietra di scarto,

tempo separato

frammento di fiore di frumento,

pane di vita

spiga fiorita.

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TEDIO

di Rita Iaria

Non ci sono le stelle

stasera

l’orizzonte è sparito

sprofondato nel buio

ti cerchi. 

Che l’ombra spezzata sul muro

sia tua, non hai la certezza

Anche di luna stasera

nel cielo

c’è solo una fetta.

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OLTRE LA STRADA

di Rosaria Puntillo

“Oggi sarà un’altra giornata di fuoco!” dove fuoco stava per qualcosa di complicato, di molto impegnativo. Marco si accorse subito che, anche se l’aveva pensata con ironia, quell’espressione dialettale non ci azzeccava per niente. Le sue giornate, infatti, trascorrevano nella più assoluta, semplice monotonia, seguendo le abitudini dei nonni. In una noia mortale.

Ogni estate per accontentarli e per seguire la madre che sognava già dall’inverno quel soggiorno nel paese, si sottoponeva a quella vacanza. Voleva molto bene ai nonni, mai avrebbe voluto deluderli, ma starsene un mese d’estate in quel paesino di montagna diventava di anno in anno insopportabile.

Il problema era come occupare i lunghi pomeriggi. Il sole era abbagliante anche attraverso le persiane socchiuse. Libri ne aveva portato qualcuno, ma dopo le prime pagine scopriva che non gli andava proprio di leggerli. In casa ce n’erano tanti, ma il linguaggio, il loro stile, gli argomenti, le storie non gli interessavano. La televisione era indispensabile per i nonni che ormai non uscivano più. Avevano i loro programmi preferiti che seguivano con piacere e la mamma stava sempre con loro. Lo smartphone a cui di solito dedicava ore non lo attirava molto. La delusione più grande erano però gli amici che solo di rado, e sempre più con fretta rispondevano alle sue chiamate. E perché mai avrebbero dovuto fare diversamente? Stavano al mare, loro, in compagnia…Si divertivano mentre lui era lì ad annoiarsi e quel che peggio senza nessuna voglia di fare qualunque cosa.

L’unica distrazione che si concedeva per breve tempo era seguire dalla finestra i lavori di ripresa di una casa che era oltre la strada. La ricordava cadente da sempre. I muri erano di grosse pietre come quelle dei muri a secco che una volta reggevano piccoli terreni coltivati. Il nonno anni prima, quando lo portava in giro per la campagna, non mancava di farglieli notare mentre raccontava storie. Adesso stavano montando le vecchie porte di ferro restaurate mentre alcuni anziani, giovani certo nel paese non se ne trovavano molti, con pennelli e pitture lavoravano a quella che sembrava un’insegna.

“Vuoi vedere che aprono un’osteria?” pensò buttandosi sul letto. Qualcuno bussò alla porta. Erano le persone che lavoravano nella casa oltre la strada. Chiesero di entrare e incominciarono ad illustrare il loro progetto tra l’attenzione dei nonni. Volevano mettere su un museo di archeologia agricola e di vecchi mestieri. Sì, dissero proprio così. Marco ascoltò sornione, con un silenzioso sarcasmo, poi sempre più coinvolto.” Il paese sta morendo, bisogna renderlo più interessante, dargli nuova vita anche con l’aiuto dei pochi giovani rimasti. Loro hanno la mente aperta, sanno tante cose.” Tutti gli abitanti del paese avrebbero in qualche modo partecipato. Ciascuno nei propri capanni aveva qualcosa che era stato abbandonato da tempo. Poteva essere un vecchio strumento di lavoro, ma ogni altra cosa sarebbe stata utile: una lampada, un crivello, una botte malridotta. Ci avrebbero pensato loro a risistemarli.

I nonni via via si entusiasmavano, ma poi dissero che erano ormai avanzati in età e che solo con il tempo, pian piano, appena possibile, avrebbero cercato in cantina. Fu allora che all’improvviso Marco sentì la sua voce dire che avrebbe dato lui un’occhiata per dare qualcosa da esporre nel museo.

Più tardi, pensieroso, si rivolse al nonno e come se fosse ancora bambino gli chiese ”Ho fatto bene?”. “Certo. Quel regno pieno di polvere e ragnatele è tuo.

Poi, se puoi dare una mano… Sono anziani, hai visto, e ottime persone. Hanno bisogno di ogni sorta di aiuto. Se ti senti…E’ per il paese che è un po’ anche il tuo.” Come in un videogioco idee e immagini si susseguirono velocemente nella mente di Marco. Avrebbe aperto quel capanno come una porta su un nuovo mondo da scoprire alla ricerca di vecchi tesori. Iniziava l’avventura……….

Non pensò neppure per un momento che non si sarebbe più annoiato.

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RUGGERO E LA NOIA

di Maria Bambace

Il momento più difficile, perché quello del “ redde rationem” per Ruggero era la sera, quando passando in rassegna l’intera giornata, si accorgeva che questa era trascorsa fra continue fughe per controllare i vari momenti di noia.

Da quando si era licenziato ormai dalla Banca, non doveva dar conto a nessuno delle sue defaillances, ma l’orto lo chiamava alle sue mansioni e soprattutto le quattro mucche da governare. All’inizio del cambio di vita , tutto gli era sembrato splendido: niente più orari da rispettare, niente più lavoro ripetitivo e alienante che lo annoiava “ come il guardiano di un faro dopo settimane di fitta nebbia” , poi pian piano si era reso conto che doveva essere più solerte di prima, perché non si trattava più di una lettera sbagliata o di un conto che non tornava, ma delle bestie che dovevano mangiare, dovevano essere munte ad orario, ma lui fin da piccolo aveva sempre rifiutato le regole ed era stato viziato dai genitori ormai grandi e dalle sorelle impegnate negli studi.

Spesso la madre lo vedeva con lo sguardo perso davanti a un gioco, pur di suo gradimento, lasciato a metà, inforcare la bicicletta e allontanarsi per poi tornare dopo poco insoddisfatto. Dunque, fin da piccolo aveva mostrato una profonda inquietudine mantenuta pure negli studi, dove aveva cambiato due Facoltà senza mai laurearsi.

Per poter far fronte agli obblighi del nuovo lavoro, assume un giovane africano che con la sua solerzia e impegno, diventa per lui un rimprovero muto. Infatti, il giovane Ibrahima di origine nigeriana, fin da piccolo ha dovuto lavorare per aiutare la madre, in assenza del padre, con un fratello più piccolo si è messo in marcia nel deserto per cambiare vita, ma durante la pericolosa traversata del Mediterraneo ha perso il fratello. Dunque la vita con lui è stata molto dura, lo ha abituato a sudarsi il pane e ora che gli ha messo in mano questo lavoro, lui lo svolge con molto zelo e determinazione.

Ruggero ormai cinquantenne ascolta attentamente le parole di questo ventenne che potrebbe essere suo figlio, riconosce che anche lui potrebbe impegnarsi, ma spesso si eclissa con un libro in mano di cui legge solo qualche pagina, lo mette via e si dirige verso i campi, come se avesse un impegno urgente, ma la fuga è solo un palliativo alla noia.

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ALLO SPECCHIO

di Giuseppina Catone

Seduta davanti alla toeletta, si guarda allo specchio e si pettina i lunghi capelli. Ogni colpo di spazzola cade come una mannaia sulla sua testa. Non si riconosce in quella donna, la vita l’ha stravolta, ha cambiato il suo aspetto. Si ricorda di Dorian Gray che aveva per sortilegio scambiato col quadro lo scorrere del tempo. Lo specchio le rimanda l’immagine di una donna annoiata. Ed anche invecchiata. L’amore, la giovinezza, i sogni, i progetti appartengono al passato. Di quel passato lei non fa più parte: solo i capelli, lunghi e ancora belli, sono testimonianza di quello che era. Li continua a spazzolare con ritmo meccanico. Conta le rughe sul viso, sul collo. Eppure non si è accorta di come si sono formate, di quando la vita, con uno stilo appuntito, ha tracciato quei solchi. E’ stato un soffio. Posa la spazzola e si guarda negli occhi: sono occhi stanchi, senza più scintille, senza gioia. Ormai le sue giornate sono un accumulo di nulla. I figli se ne sono andati da tempo, hanno case piene di vita, hanno ritmi di lavoro che non concedono spazio alla noia. Ma quello che la rattrista è il fatto di non avere più interessi. Ancora un colpo di spazzola. E’ tardi per tornare indietro.

Lo squillo del telefono ad interrompere quei pensieri.

– Mamma, ti porto Lucietta, ho un impegno tra poco e non ho a chi lasciarla.

E’ così sua figlia, sbrigativa, frenetica, non ha mai tempo: il lavoro, il marito ed ora Lucietta.

La noia e l’insofferenza le invadono l’animo. E’ stato lo stesso anche con i suoi figli da piccoli, si annoiava con loro, cercava sempre scuse per non starci troppo insieme. Se ne occupava il marito: da buon padre giocava, scherzava, usciva con loro, si trasformava in un bambino. E lo amavano. Lei invece continuava a spazzolarsi i lunghi capelli ed usciva a far compere.

Lucietta! E’ un impegno, e lei non vuole impegni. Tant’è, sua figlia non le ha dato chance.

Suonano alla porta, ma non si alza subito, non corre ad aprire. Ci andrà Teresa, la colf di una vita. Sente schiudersi la porta della camera, non fa in tempo a sollevare gli occhi dal giornale che sfoglia lentamente, che un batuffolo rivestito di rosa corre addosso a lei, la stringe, la bacia, la chiama “nonna”.

Ed è come se la vita si risvegliasse, è come la primavera che ritorna, è come spalancare le finestre per cambiare l’aria. .Come in un miracolo comprende che la noia è una nemica e che lei non ha motivi di essere annoiata. La vita le ha regalato ricchezza a piene mani. In quella bimba c’è tutta la ragione di essere felice. Solleva gli occhi allo specchio e vede le sue rughe e finalmente sorride.

– Lucietta, la nonna ti vuole tanto bene. Vieni, ti racconto la fiaba della regina che ruppe lo specchio e diventò una fatina buona!

Lucietta ride felice e batte le manine.

– Racconta, nonna, racconta!

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I BAMBINI NON SANNO LA NOIA

di Elettra Griso

I bambini non sanno la noia. «Ossignore! – sospirava mia madre legandomi strette le trecce nella vana speranza di farle durare fino a sera – Questa figlia non conosce riposo!». Poi, col tono pacato e leggero di chi sa di aver perso in partenza, si sforzava di farmi capire l’importanza della “giusta misura”. Ma i bambini non sanno di giuste misure e ragionano sempre col cuore. Ed il mio, in quel momento, era lì sulla strada e volava per raggiungere il gruppo dal gioioso vociare chiassoso, sempre pronto a sfidare l’ignoto con nuove avventure. Ogni tanto la mamma, nell’inconscio timore dei distacchi futuri, rallentava l’intreccio, con l’intento, fin troppo evidente, di farmi restare. «Mamma, presto, ti prego! Non lo senti che mi stanno chiamando? E c’è pure Luciano. Dai, altrimenti mi lasciano indietro perché sono femmina!». Ed allora la mamma con le dita veloci mi incrociava i capelli, legando le trecce con i nastri di raso. «Non andate lontano! – ci gridava da dietro – Vi voglio vedere!», ma la voce, non più tanto tranquilla, sfumava nell’aria e nemmeno le chiarissime trecce, spesse come catene, m’impedivano di lanciarmi in quel magico vortice ch’era il gioco a quel tempo.

I bambini non provano noia. Era sempre così, anche d’inverno, quando il freddo regalava qualche bella giornata ed i compiti erano pochi. Ci alzavamo al mattino come stessimo andando al lavoro, con la mente già piena di cose da fare, con la fretta di uscire, scoprire, osservare cose nuove. Giocavamo con poco, andavamo per lunghi sentieri a raccogliere fiori minuti e frutti acerbi, a inseguire lucertole, costruire capanne ed altalene traballanti, giocare agli indiani. Poi, restavamo per ore con i piedi nell’acqua, a fare battaglie di spruzzi sotto il rivolo lento di qualche fontana. E la sera ci prendeva ch’eravamo sfiniti, ma felici anche dopo le tante cadute, e sempre amici anche dopo i dispetti e le liti per questioni di gioco.

Ma poi tutto cambiò d’improvviso: ci trovammo d’un tratto ragazzi senza più le cose di prima, a scoprire la noia.

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Quinto laboratorio di scrittura creativa on line, Aprile 2021, tema: LA FATICA DI VIVERE E LO SGUARDO AL FUTURO

“Fuga di Enea da Troia”, opera dello scultore Francesco Baratta, 1726

di Rita Iaria

Noi, il nostro mondo oggi, quanta fatica per l’essere umano che continua a richiedere vita e che per essa combatte e insiste ancora.

Come simbolo di tale resistenza ho ripensato, proprio in questo momento così difficile e complicato, ad un piccolo monumento che si trova a Genova in piazza Bandiera e che raffigura Enea in fuga con sulle spalle il padre e per mano il figlioletto. Tale opera fu fonte di ispirazione di un articolo di Caproni del 1949 ”Noi, Enea”, nonché dei versi dello stesso poeta “Il passaggio di Enea”.

Nella figura dell’eroe rappresentato come uomo che avanza solitario con sulle spalle il padre, in cui si può identificare il passato, e per mano il figlioletto, in cui si può leggere il futuro, ho scorto un po’ il destino di tutti noi oggi, della nostra umanità ferita che avanza sulle sue stesse macerie, quelle del nostro mondo che credevamo perfetto ed immutabile.

Nessuno di noi aveva mai sperimentato la paura e il dolore che ci ha attraversato in questo difficile anno, nessuno aveva mai conosciuto l’incognita di un futuro senza più punti di riferimento certi, e soprattutto nessuno aveva ed ha conoscenza di una via d’uscita certa e in sicurezza.

Ecco quindi che sul nostro percorso accidentato è possibile ancora incontrare Enea, non più in fuga da Troia che brucia, ma di “passaggio” sui frantumi del nostro mondo.

L’eroe troiano non è l’invulnerabile Achille, non è l’astuto Ulisse , ma con il suo carico di grande magnanimità, rappresenta l’umanità che non si arrende, che avanza pietosa pur col suo pesante fardello di passato e di futuro , rappresenta l’uomo che non sfugge alle fatiche della vita ma che con forza resiste ancora…. e ancora.

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VERSO L’ITALIA

di Rosaria Puntillo

“Tu sei coraggioso. Vincerai la paura”. Lo avevano convinto con parole di questo tipo e con tanti altri discorsi, ma in verità non avevano dovuto faticare molto. Anzi era stato un sollievo, quando aveva capito che progettavano di farlo partire. La Siria, la sua terra, ormai in macerie, era martoriata da lunghi anni di guerra e con essa  la popolazione. I campi profughi erano strapieni,  l’orrore era ovunque potesse giungere lo sguardo. La mamma aveva gli occhi lucidi quando gli diceva che doveva salvarsi, almeno lui, dalla guerra, dalle stragi, dalla fame. Chissà avrebbe potuto raggiungere i suoi parenti in Germania, in futuro riunire la famiglia… “In Europa c’è pace, altre leggi, lavoro per il quale sarai pagato. Supererai tutto. Ce la farai.”

La traversata verso l’Italia era solo una parte del suo lungo viaggio. Anche la più terrorizzante: adesso lo sapeva. Le onde si facevano sempre più alte e il barcone, carico com’era, oscillava  paurosamente.  Alcuni gridavano, le donne pregavano con i bambini stretti fra le braccia. I linguaggi erano diversi, ma i lamenti e le preghiere no. Lui non piangeva e non gridava, stava zitto e guardava i suoi compagni di viaggio. Leggeva nei loro occhi la domanda che lo torturava  ” avrebbero mai toccato terra?”

Doveva farsi coraggio, ma era solo un ragazzo e il suo cuore batteva forte. Anche gli altri tra le lacrime, gli urli, i canti sacri lottavano con tutte le loro forze perché avevano ragioni per fuggire e missioni da compiere: salvare la propria vita e quella delle persone care, scappare dalla crudeltà e dalla violenza, cercare di aiutare i parenti, sperare in una terra e in un mondo basato su giuste leggi.  Portavano dentro il cuore i ricordi della loro terra, il loro mondo.

Un’onda impetuosa lo investì di sorpresa. Chiuse gli occhi e strinse le braccia intorno al corpo per difendersi dal freddo e dai brividi che lo scuotevano. Chinò il capo e mormorò una preghiera della sua gente..

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L’ANNO DEL COVID

di Marileda Suraci

Ho imparato a separare l’essenziale dal superfluo.

Ho imparato che la scienza è bella perché è precisa, ma altrettanto bella perché imperfetta.

Ho imparato a riorientare tutto e mettere la cura al centro dell’esistenza.

Ho imparato che noi diventiamo quello che siamo nel corso del tempo, senza sapere bene cosa diventeremo.

Ho imparato a stringere con la mano un’altra mano e sentire forte l’intesa.

Ho imparato a pregare. L’attenzione, la gratitudine e la gioia sono la mia preghiera.

Ho imparato che l’ottimismo sia ciò di cui abbiamo bisogno per proiettarci verso il futuro.

Ho imparato che la vita stessa, nella sua essenza, appare come un incessante atto di cura.

Ho imparato che la cura, le attenzioni e l’ascolto degli altri, sono la sapienza del convivere.

Ho imparato che nulla è solo mio e che siamo tutti intrecciati.

Ho imparato che l’uso della mascherina è cura di sé e verso gli altri.

Ho imparato che l’empatia ci salverà dalla solitudine e forse anche dalla pandemia.

Ho imparato che è importante sperare. La speranza è un farmaco.

Ho imparato che il sorriso influenza le nostre emozioni, smuove sentimenti di felicità e fa brindare all’allegria.

Quando finalmente toglieremo le mascherine, per merito dei neuroni “ a specchio”, i nostri sorrisi saranno quelli degli altri e ci contageremo di gioia.

*****

PAURA E DOLORE

di Vittoria Mallamaci

Quella sera mi ero appena

a letto appisolata,

le stelle nel cielo brillavano

l’aria autunnale dolcemente

i pensieri mi accarezzava,

l’indomani sarei dovuta andare

a vendemmiare.

A metà serata, l’edizione straordinaria

del telegiornale annunciò

il deragliamento dell’intercity vicino Cosenza.

Sobbalzai, in cuor speravo

Lilli su quel treno non ci fosse,

lo squillo del telefono però

con la voce afona dall’altro capo

col nome e il cognome, mi pietrificò.

L’indomani mattina di buon’ora,

trafelata sulla porta della rianimazione,

 impaziente aspettavo di entrare

e quando vidi lei immobile intubata,

la terra sotto i piedi franare la sentii.

Lei come se avesse avvertito la mia presenza

a metà un occhio a malapena aprì,

a bassa voce mi fece capire

stesse molto male, nonostante

il dolore mi rompesse le ossa,

senza piangere e con coraggio

alla speranza fiduciosa mi aggrappai

e così vi rimasi sin quando,

il sole della vita, dopo lunghi mesi,

il cuore è tornato a scaldarci.

*****

GIOMA

di Rita Iaria

“Ecco siamo vicine a casa”, la voce di Irene si diffuse nell’abitacolo,” vedi, ricordi, lì abitava Gioma, ricordi vero?”. Amelia riconobbe subito l’umile dimora, una casupola di minuscole dimensioni un po’ arretrata rispetto al ciglio della strada, dove Gioma una donnina piccola piccola a servizio per tantissimi anni nella loro casa, aveva abitato per lungo tempo.

Gioma, una vita di fatiche e di sacrifici, pensò Amelia, vedova ancora giovanissima aveva abitato con la madre e i tre piccoli figli in quella specie di tugurio costituito da una unica e angusta stanza dove trovavi un tavolo mal ridotto, un braciere, dei pagliericci, e in coabitazione con la famigliola, una capra e qualche gallina.

“Ai miei figli latte e uova non mancheranno mai!”, fiera andava dicendo Gioma. Sbarcava il lunario sbrigando faccende domestiche presso le case dei signori di San Michele, nulla le era stato risparmiato, fatica, freddo, dolori, durante la guerra per sfamare i suoi piccoli aveva fatto anche il contrabbando rischiando molto.

In tutte le stagioni la trovavi alla fiumara che scorreva vicino al paese, a lavare la biancheria delle famiglie benestanti, sotto il sole cocente o nella bufera lei era lì già dall’alba, inginocchiata sul greto del fiume lavava e lavava la biancheria. Sciacquava e risciacquava quei panni nell’acqua del fiume che scorreva, poi con la forza di un gigante, come scagliasse improperi, li scaraventava con impeto violento sui massi adiacenti emergenti dal fiume.

Quella forza le veniva dal profondo, originava dal disperato desiderio di mutare il destino dei propri figli, devono studiare si ripeteva giorno e notte, studiare e studiare, lasciare San Michele, viaggiare, conoscere il mondo fuori da quel feudo. Lei non era mai uscita dal paese, quel che conosceva del mondo di fuori era solo attraverso le lettere della sorella Antonia che col marito abitava in Svizzera, dove avevano messo su un piccolo albergo.

Antonia era stata più fortunata di lei, era partita e non era più tornata, una volta l’anno le scriveva una lunga lettera dove le descriveva le sue giornate in quel cantone, la sua grande casa, le raccontava dei suoi figli che parlavano perfettamente in tedesco ma che riuscivano a comprendere il dialetto parlato in famiglia

Era sua madre – ricordò Amelia – a leggerle quelle lettere, a tenere viva quella corrispondenza, Gioma non sapeva né leggere né scrivere, ascoltava in silenzio le parole della lettera, poi dopo aver pensato un po’ voleva che Antonia sapesse che anche lei era orgogliosa della sua famiglia.

Faceva scrivere che faticava molto, ma i suoi ragazzi erano intelligenti e robusti, studiavano e un giorno, forse, chissà. Giulio però il più piccolo le dava qualche preoccupazione, sempre con la testa per aria, a volte scompariva per intere giornate, le sue ricerche finivano quasi sempre quando Don Miceo lo riaccompagnava a casa dopo averlo ritrovato addormentato vicino all’organo della chiesa. Schiena dritta Gioma, come quando la vedevi in equilibrio trasportare gerle pesanti sulla testa, mai una lacrima sul suo viso, occhi sempre puntati in avanti per non cadere, per non scivolare.

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ENEA

di Giuseppina Catone

Il bambino gioca con una palla di pezza. Nelle mani di lei scorre il fuso. Il vecchio padre con occhi stanchi guarda il cielo e gli alberi intorno alla casa. Un mondo felice, nonostante tutto, un mondo sereno come ogni piccolo mondo protetto da un nucleo di affetti e legami. Non sanno che tutto sta per rompersi e che quella resterà una visione lontana.

Li guarda e sorride, ma è un sorriso velato di tristezza: c’è la guerra là fuori, ci sono uomini e donne che non avranno più indietro i loro figli, ci sono bambini che piangono il padre. C’è il canto delle Moire sulla città di Troia. Ha un dovere sacrosanto, il dovere degli eroi: difendere la sua città, morire per lei. Ma forse la guerra è finita… un brusio, un vociare proviene dalla strada, la strada che si inerpica fino alla rocca.

E’ sull’uscio e lo vede: poderoso, gigantesco, minaccioso, legno lucido per placare gli dei. Lo portano in massa, lo tirano, lo trascinano con grosse funi. Le ragazze ballano e cantano, stanotte sarà festa, festa grande per la fine di tante atrocità. Ma c’è un canto in sottofondo, un canto che non appartiene a questo mondo: sale dagli Inferi, ma gli uomini non lo sentono.

E’ notte fonda. Sobbalza nel letto, ha avuto un incubo, è sudato. Lei dorme al suo fianco, il bambino nella culla ha gli occhi aperti e un ditino in bocca. Dall’esterno arriva un bagliore; che vuol dire quella luce nella piena oscurità? E l’incubo pesante torna a schiacciargli il cuore. Si avvicina alla finestra: è fuoco! Le fiamme si sono impadronite della città, ecco la minaccia, ecco la fine!

Gli occhi corrono alla spada, grande e scintillante, capace di dare la morte, implacabile con i nemici. L’afferra: foss’anche la sua ultima impresa, non morirà da codardo, è un eroe degno di suo cognato, di Ettore!

Sta per uscire velocemente armato, ma una voce flebile lo trattiene: “Pietà, Enea, pietà! Non lasciare che tutto finisca qui. Con te moriremo anche noi e per sempre. Quel bambino è il futuro, non permettere che muoia.”

Le lacrime gli rigano il viso mentre abbraccia suo padre. Creusa, sempre dolce al suo fianco con il bimbo in braccio lo conforta con parole d’amore: “Non temere, sarai un eroe più grande se salvi i tuoi cari, sarai amato dagli dei, avrai nipoti e discendenti, una nuova patria, una nuova città.”

Ancora lacrime, ancora strazio nel cuore che grida “No! Scendi in strada, combatti, distruggi, vendicati.” Poi guarda il piccolo, che gli sorride e con la manina gli accarezza il viso. Ha deciso, afferra gli idoletti della casa e in attimo sono tutti fuori. Il padre è stanco, si ferma, non può farcela a correre: se lo prende sulle spalle, non può fare morire il passato, non ancora. Prende il bambino per mano e lo invita a correre “ Chi arriva prima, vediamo!” E lui gli sgambetta dietro. Ma lei dov’è? Il passato e il futuro sono in salvo, il presente non c’è più.

La nave è partita, è l’alba. Lui non guarda più indietro, su quelle fiamme calate sulla sua vita e sulla storia. Guarda il mare, una distesa d’acqua cristallina che regalerà eternità al suo nome e al nome di ogni profugo in cerca di una patria.

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ALBERTO

di Maria Bambace

Alberto è un manager affermato che lavora in una Multinazionale con sede a Milano sposato con una collega Giovanna e con una vita sociale brillante: cinema, teatri, cene a casa o al ristorante. Venuti a mancare questi svaghi, si accorge ora quanto essi fossero surrogati di una vita non veramente soddisfatta, sente molto la fatica del vivere dovuta alla pandemia che in città è più pesante, sempre più spesso pensa al piccolo appezzamento di terreno che il padre ha lasciato in un paesino dell’Aspromonte per cercare lavoro in città, dopo aver maledetto la dura fatica delle alzatacce all’alba e le condizioni atmosferiche spesso avverse, con pochi profitti economici.

Alberto d’accordo con la moglie decide di fare il percorso inverso, abbandonare il lavoro sicuro e partono intenzionati a cambiare vita. Sono accolti nel paesino da una casa cadente dove avevano abitato i nonni e un orto per niente accogliente, infestato di erbacce, come la vigna di Renzo.

Ci sarà molto lavoro per rimettere in piedi il rudere cadente e dissodare l’orto, ma l’entusiasmo ai due giovani non manca e il vicino d’orto, amico del padre che era rimasto in paese si intrattiene spesso con loro per dare validi suggerimenti. Alberto e Giovanna si svegliano al canto del gallo e si mettono al lavoro grati al buon Dio della buona aria che possono respirare, piantano i legumi che l’amico gli ha regalato, visitano le galline che gli offrono uova saporite, perché le galline scorrazzano libere e si nutrono di erba, Giovanna cura le verdure che utilizza nei suoi menù.

Il lavoro è faticoso, ma finalmente i due si sentono appagati dei colori, odori, sapori e soprattutto di non dover rispettare l’orologio ma il ciclo diurno e notturno e quello delle stagioni. Ora possono pensare di dare vita a nuove creature che cresceranno sensibili alla luce delle stelle, al fruscio del vento, allo sbocciare dei germogli, respireranno aria pura e come dice Virgilio nelle Georgiche, conosceranno “ deos agrestes Silvanumque senem nimphasque sorores “.

Alberto così ha recuperato il testimone dal nonno e lo lascerà ai figli che verranno.

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Quarto laboratorio di scrittura creativa on line, Marzo 2021, tema: IL RICORDO

“Le tre età dell’uomo” – Giorgione

di Maria Bambace

Ricordo sinonimo di memoria: se si guarda all’etimologia il primo è legato al latino “cor – cordis”, il cuore, il secondo invece al greco “mimnesco” che rimanda alla radice mente, donde la musa Mnemosine, dea della memoria.

Chi è più portato ai ricordi? Certamente gli anziani che spesso cercano delle foto che facciano loro rivivere momenti gioiosi che non torneranno più, talvolta scavano nei cassetti, soprattutto le donne, non tanto per mettere ordine quanto per riportare alla luce oggetti che rimandino ad un incontro importante, o a un viaggio ricco di emozioni o a una cena fra amici cari con scambio di piacevoli battute. Queste sensazioni le stiamo vivendo in questi ultimi tempi, che ci costringono alla clausura a causa della pandemia che ci fa rimpiangere delle piccole gioie pienamente vissute nel passato, ma date per scontate allora, mentre oggi allietano l’anima e ci fanno compagnia nei momenti di solitudine.

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IL MANDORLO

di Maria Bambace

La notizia di due giovani agronomi che in Sicilia vogliono piantare 8.000 mandorli e l’altra relativa alla festa del mandorlo in fiore che ogni anno si svolgeva nella valle dei templi ad Agrigento, ma sospesa quest’anno a causa del COVID 19, hanno riportato alla mente di Mina il ricordo di un mandorlo presente nel giardinetto accanto alla casa, un albero che nelle diverse stagioni la incuriosiva o per i fiori delicati o per i frutti gustosi o per l’ombra che offriva nelle calde giornate estive, sotto la quale sedeva la bisnonna intenta a fare qualche lavoretto a mano mentre chiacchierava con le vicine.

La bisnonna dai radi capelli bianchi raccolti in una crocchia ora stentata, quando Mina era cresciuta, tanto da capire i suoi racconti, la intratteneva sulla sacralità inconsciamente sentita, del mandorlo del cui benessere era diventata la custode. Guai se il figlio voleva tagliare un ramo molto sporgente, era come sentirsi mutilata di un arto, guai anche se Mina raccoglieva i bei fiori bianchi per ornarsi le trecce, perché ogni fiore staccato era un frutto in meno o verde delizioso o secco con cui faceva per lei in estate il latte di mandorla. Insomma quell’albero era sacro per la bisnonna, ma il vero motivo Mina lo ascolta quando è più grandicella.

Sotto quell’albero il bisnonno in partenza per la Grande Guerra aveva promesso alla moglie che sarebbe tornato e in effetti dopo un’attesa di alcuni anni, senza notizie, il marito era tornato dal Carso dove aveva combattuto contro gli Austriaci. Dunque, la promessa si era realizzata per loro ma non altrettanto era avvenuto per la figlia che aveva salutato il marito partito per la seconda guerra e morto in Russia fra moltissimi altri, morti o per dissanguamento o per congelamento. I bisnonni avevano dovuto prendersi cura della figlia e della nipotina mai conosciuta dal padre.

Tutte queste storie frullano nella mente di Mina che si chiede spesso il perché dell’attaccamento esagerato della bisnonna ormai vedova all’albero della sua giovinezza al quale ha confidato le sue gioie e le sue pene, ottenendone protezione.

Un giorno, Mina ormai al Ginnasio, può rispondere a queste domande, quando si imbatte, leggendo i classici, nel mito del mandorlo, nel quale scopre un amore tenace come quello della bisnonna. Ed ecco che adesso le parti si invertono, perché è Mina che racconta alle nonne la bellissima storia relativa all’albero.

In origine c’è una bellissima principessa tracia di nome Fillide, di cui si innamora il giovane Acamante in viaggio verso Troia. Acamante dopo un periodo felice vissuto nell’amore reciproco, deve partire e a Troia resta per dieci anni, ma ha promesso a Fillide che tornerà da lei. La ragazza, saputa la notizia della caduta di Troia vedendo che il giovane non torna muore di dolore. La dea Atena ha pietà di lei e la trasforma in un albero, così quando Acamante torna e conosce la storia, abbraccia l’albero che subito fiorisce mostrando dei meravigliosi fiori bianchi con venature rosa. Il mandorlo è il primo albero a fiorire sul finire dell’inverno e annuncia la primavera imminente.

La bisnonna è commossa e finalmente si spiega perché quell’albero le dava un certo fremito quando sedeva alla sua ombra e pensava al marito in guerra con cui ha condiviso un amore profondo e proprio sotto quell’albero augura alla bisnipote un amore altrettanto profondo, corrisposto e cinquantennale con l’uomo che sceglierà.

L’albero dunque ha un valore simbolico che la bisnipote rispetta molto, essendo diventata quasi la vestale della sua sacralità e della sua longevità.

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RICORDO D’INFANZIA

di Marileda Suraci

“Salite in macchina!” ci disse Nanà quel pomeriggio di fine Luglio a Gambarie. Nanà, il papà di Vanna, la mia amica del cuore, si era appena svegliato dal solito riposino quel pomeriggio ed io e Vanna, bambine di 10 anni, eravamo in giardino sul solito grosso ramo di un grande faggio “invisibili a tutti” pensavamo.

“Andiamo ai campi di Bosurgi a volare le quaglie”

“Evviva!” esclamammo all’unisono, scendemmo dall’albero e salimmo in macchina.

Arrivammo ai  campi di grano, di un giallo abbagliante che formavano un pianura sterminata ed erano bordati da un lato da faggi e alti pioppi e dall’altro da una valle che lasciava intravedere il mare.

Io e Vanna cominciammo a rincorrerci  ridendo eccitate ma Nanà ci raccomandò di stare in silenzio. Poi liberò il cane. ”Vai Spider” gridò e noi lo guardammo gironzolare lì attorno annusando.

Si sentì un fischio .Era l’ordine dato da Nanà. Spider scattò, la coda perfettamente orizzontale, le orecchie spinte all’indietro. Aveva fiutato la preda. Si fermò immobile e in quell’istante vedemmo volare le quaglie tutte assieme. Nanà, appassionato cacciatore, non sparò.

“La punta e la ferma “servivano solo ad allenare il cane ci disse in macchina sulla via del ritorno.

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RICORDI

di Vittoria Mallamaci

Dai ricordi  nella mente collocati

alla luce ho scelto portare,

questa foto in bianco e nero

dal tempo sbiadita,

è una foto scattata sulla scalinata

al chiaro di luna,

con me e uno dei miei fiori preziosi

accanto seduto, come un principe

buono e diligente, di cui sono fiera.

In mano ha la chitarra, con lo sguardo

al mio è collegato

e sulle dolci note della canzone

 “Mamma”, di B. Gigli,

appassionatamente con trasporto

me la cantava

emozionandomi sino alle lacrime.

In quel tempo il cuore  

all’unisono felice ci batteva.

Ma il destino senza cuore

un giorno di noi si prese giuoco,

con la punta della lingua, il cuore ci trafisse

portandoci a penare sull’orlo dell’abisso,

come chi verità conosce e mani, con armi   

non vuole sporcare

e con la gentilezza sa, che niente può cambiare.

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AL MARE

di Rosaria Puntillo

Ci accompagnavano al mare le zie e una ragazza, Tata, solo di qualche anno più grande di noi, che aiutava in casa. Scendevamo per un sentiero pietroso, la Croce. Avevamo i cappellini e i sandaletti e davamo le mani ai grandi. Tata era carica dei salvagente e delle merende che avremmo mangiato dopo il bagno. Lei non lo faceva e ci guardava da lontano.

Sulla spiaggia gli zii avevano fatto costruire delle tettoie di canne perché potessimo ripararci dal sole cocente dell’estate. Stavamo lì sotto, all’ombra. A volte si scorgevano nella spiaggia solo le teste di persone che facevano le sabbiature. Si lasciavano ricoprire per qualche ora con la sabbia che era caldissima, ( io non riuscivo a camminarci senza i sandali, )per guarire da chissà quali malattie.  Stavamo attenti a non urtarle per sbaglio.

Il mare era quasi sempre calmo, verde chiaro a riva, per diventare più scuro, blu, al largo. Facevamo il bagno sotto lo sguardo vigile, mai opprimente, delle zie che tranquillamente seguivano i nostri giochi e i primi tentativi di nuoto. La mattinata trascorreva serena, interrotta soltanto da bande di ragazzini che si facevano il bagno nudi, tuffandosi dagli scogli e urlando a perdifiato.

Scendevamo anche di pomeriggio. A volte il mare era molto agitato e alte onde si spezzavano spumeggiando sulla spiaggia che si ritirava sempre più invasa dall’acqua. Non avevo paura e ricordo che mi divertivo moltissimo a gridare al mare  le parolacce che conoscevo. Prendevo così la mia rivincita per non poter fare il bagno. Il tonfo delle onde sulla battigia era fortissimo. Nessuno poteva sentirmi. Ma i ragazzi più grandi, incuranti del mare grigio e bianco, si lanciavano a testa bassa fra le onde.

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RICORDI

di Rita Iaria

Nell’oblio delle notti

che cancellano i giorni

i ricordi son lucciole,

bagliori improvvisi

tremolanti visioni appalesano,

immagini arcane

che trafiggono rapide

la tela ancestrale dell’oscurità.

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SEI ANNI

di Elettra Griso

Qualche piccola cancellatura con la gomma e ho finito. Questa letterina mi ha impegnata tutto il pomeriggio. È perché la mia grafia non è molto sicura e perdo molto tempo anche per riconoscere le è con l’accento. Sono certa però, che alla fine dell’anno scolastico sarò in grado di scrivere correttamente. Dentro la grande scatola delle matite colorate ho trovato tante sfumature di colore per i miei disegni, ed anche le farfalle sulle margherite, che ho scelto per la mia cornicetta, sono venute proprio bene. La mamma è stata contenta di me, anche se la data l’ha dovuta scrivere lei: “Fiumefreddo, 12 Marzo 1956”. In più ho chiesto solo una volta cosa dovevo dire e, per non fare sbavature sulle letterine grandi, ho seguito i consigli del mio papà. Ho intinto due volte il pennino dentro l’inchiostro per rafforzare le pance grandi della P di “Papà” e della B di “Baci” e per sistemare il codino della c di “caro”. Dopo ho pressato la carta assorbente senza farmi tremare le mani ed alla fine ho disegnato una grande casa con me, la mamma, papà e mio fratello. Sono sicura che il mio babbo mi risponderà subito. Non ha problemi, lui, con le letterine. Lo si vede da come scrive il mio nome, “Bambinalla”. Ecco: da grande vorrò scrivere a quel modo.

Fra poco arriverà sulla sua bicicletta sgangherata e con un grande borsone di pelle consumata in spalla. Lo sento anche dal fischio che fanno i freni non appena imbocca la curva che dalla cascina di Timante porta al rettilineo della nostra pensione. Lo vedo avanzare a zig-zag traballando vistosamente sulla bicicletta. “Per bilanciare il peso della borsa” – mi dice con il fiato a mezza gola, mentre frena, con i piedi, a due passi da me – “sono sicuro che uno di questi giorni tutta questa posta mi farà cadere”. Compare sempre intorno alle nove del mattino e, quando c’è nebbia, il che succede quasi sempre, copre i folti baffi con una larga sciarpa rossa per via della nevralgia che lo tormenta durante l’inverno. Da lì sotto vedo spuntare a malapena gli occhi, sempre vivaci e sereni. “Lo farò questo passo, lo farò” – mi dice togliendosi i guanti scuciti. “Mi trasferirò al Sud giù da voi e prenderò tanto di quel sole che i miei dolori diventeranno un ricordo”.

Non fosse per me, ospite occasionale della pensione, nessuno lo aspetta mai sul cancello. Sono tutti al lavoro nei campi, la mattina, e la pianura, sospesa nella nebbia, sembra il luogo delle fiabe. Fra poco anche i rospi dello stagno diventeranno principi e il mio papà comparirà da una di quelle grandi foglie che galleggiano lente e mi porterà via su un bellissimo cavallo dorato. Chissà se le lettere lasciate in quelle buche solitarie avranno mai una risposta! Poi il postino comincia a rovistare con aria furba e sorridente dentro la sua borsa. ”Avrà qualcosa per me” – penso tutte le volte, con il cuore che mi batte forte forte. Ma lui mi lascia in ansia per dei lunghissimi secondi prima di porgermi la tanto attesa busta e stringe gli occhi in tante piccole rughe. Poi mi tira le trecce, gira la sua bicicletta cigolante e lascia i saluti per la signora maestra, mia madre.

Anche se non so leggere bene, riconosco le lettere del mio papà. Stanno in una busta piccolina con una sottile riga celeste in basso ed una stellina disegnata accanto al mio nome per dirmi che la lettera è solo mia. Ma per aprirla dovrò aspettare lo stesso stasera. La mia mamma la leggerà vicino al caminetto. E sarà bellissimo, perché la sua voce salirà trasparente come il fumo della polenta che riempie i piatti sulla tavola:

“Reggio Calabria, 18 Marzo 1956. Bambinalla, Bambinalla, giochi ancora con la palla? Serenella, Serenella, come il sole tu sei bella. Quando a casa tornerai un buon pranzetto troverai: certamente ti piacerà, perché è fatto da papà”.

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I MIEI ANNI ’60

di Vincenza Dascola

I ricordi più divertenti della mia infanzia sono le feste di compleanno mie e delle mie amiche e compagne di scuola. Tutte noi bambine eleganti e impettite, sedevamo ad un grande tavolo da pranzo davanti ad una favolosa tazza di cioccolata fumante. Iniziavano così le feste di compleanno di noi bambine degli anni ’60.

Ricordo particolarmente una festa in cui mia mamma con le sue amiche aveva organizzato il gioco della “pentolaccia”. Tutti noi bambini bendati, dovevamo a turno colpire la pentola di coccio che conteneva un premio. Era un tripudio di felicità per noi bambini correre scalmanati per rompere la pentolaccia, nell’androne di casa.

Ricordo le feste in maschera di Carnevale:  la fioraia, cappuccetto rosso e la olandesina.

Tutti noi bambini in maschera partecipavamo a giochi con l’estrazione di premi, nella tavernetta del teatro Comunale di Reggio. Spesso venivamo filmati con la cinepresa che era in voga allora e poi rivedevamo i “filmini” nel salotto di casa in compagnia degli amici.

L’amicizia infatti veniva coltivata in quegli  anni con entusiasmo e nascevano le comitive, in un clima di serenità e di voglia di futuro.

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ERA L’ANNO 1943

di Franca Crucitti

Era l’anno 1943, l’anno terribile della II Guerra mondiale. Mi rivedo piccola in braccio allo zio Mario, di notte, in mezzo alla campagna. Doveva essere estate, avevo addosso una sola camicina leggera, poi qualcuno mi coprì con una giacca. Intorno a noi tante altre persone, tutti parenti, zii e zie, cugini e cugine e mia mamma con il pancione in attesa della mia sorellina, che arrancava aiutata da una donna. Ci doveva essere anche la nonna, ma nel mio vago ricordo non appare, forse perché il nero del suo vestito si mimetizzava con l’oscurità notturna. Era suonato l’allarme che annunciava un prossimo bombardamento e, quando ciò succedeva, si abbandonava subito il paese per andare verso la campagna dove non c’erano  abitazioni, obiettivo dei nemici. Improvvisamente una luce illuminò il sentiero sul quale stavamo avanzando per giungere alla baracca che era il nostro rifugio. Alzai lo sguardo verso il cielo esclamando col ditino in alto: “Che grande luna!” Ma qualcuno intimò: “Zitta, state tutti zitti, silenzio!” Non era la luna, ma un razzo. Arrivati alla baracca dove lo zio teneva gli arnesi ci sistemammo su alcune panche, stando tutti a stretto contatto. Le mamme tenevano in braccio i più piccoli cercando di farli addormentare. Il contatto ci dava conforto e speranza che la guerra finisse al più presto.

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RITORNO A CASA

di Maria Iaria

Dopo cinque anni di camere in affitto, con una stretta al cuore rivide la casa dove era nato e cresciuto. Suo padre parcheggiò nel vialetto, lo aiutò con i bagagli, gli mise in testa il tocco che aveva viaggiato di fianco a lui sul sedile posteriore, salutò lui e sua madre e partì prima che la donna aprisse la porta.

Il buio, la pulizia, l’ordine millimetrico delle cose gli misero addosso un freddo conosciuto. Cominciò ad aprire le imposte, senza fretta, mentre la madre si sfilava il cappotto. Portò dentro le valigie e con la sua salì nella sua stanza. Era stata la cameretta dei silenzi, dei pianti, della rabbia, delle domande. Partendo aveva lasciato tutto lì, e lo ritrovò ad aspettarlo, cancellando quel poco di gioia che i suoi genitori gli avevano dato con la loro presenza alla laurea e quel poco di serenità che aveva respirato nelle ore che avevano trascorso tutti insieme il giorno dopo. Il viaggio era stato tranquillo. O meglio, erano tranquilli loro e lui aveva potuto non angosciarsi. Sua mamma era ancora tranquilla, ma quanta tristezza doveva aver provato. Si vedeva benissimo che la casa era rimasta a lungo vuota di parole, di rumori, di disordine, anche di urla. Non che lui parlasse molto, e il disordine era tutto nella sua stanza, quando si chiudeva e sembrava non volere uscire più, con un libro in mano che rimaneva per ore fermo su una pagina e poi si ingrossava di pagine lette quando la notte reclamava il riposo. Non aveva superato niente, si era solo distratto. Si era mescolato a tanta varia umanità, aveva preso qualche ceffone, aveva impedito a qualche delusione di bruciargli dentro, aveva studiato con gli amici e bivaccato con sconosciuti, visto lacrime che non aveva voluto asciugare, superato prove impegnative senza mai finire di trastullarsi nella sua immaturità. In fondo se l’era cavata, e senza dare noie a nessuno. Ma in quel momento si sentiva fragile come a 15 anni. Gli venne il magone per avere il magone dopo una cosa bella.

Decise di andare a farsi un giro e cercò di essere gentile quando lo disse a sua madre. Forse in questo era cresciuto. Non aveva molta voglia di incontrare gente, così si diresse verso il mare: alle 11 di mattina del mese di marzo non ci andavano in molti. Anche lì non vide molti mutamenti, né in meglio e per fortuna neanche in peggio. L’occhio però si era affinato, e riusciva a cogliere un’armonia discreta nella piccola scalinata che dalla piazzetta portava in spiaggia e a leggere l’eclettismo involontario degli stili sulla facciata della chiesetta a mare. Udì per un attimo l’eco degli schiamazzi dei tuffi dalle spalle dei compagni. Gli andò di farsi vedere da Peppino il gelataio, che in inverno provava a vendere spremute e biscotti, ma riusciva a sopravvivere solo perché in un angolo del bancone teneva sempre pronto un fustello di pistacchio. Si comprò il gelato mentre l’omino lo tempestava di domande, aggiornandolo sulla vita da marinaio del figlio, suo compagno alle medie. Nemmeno ricordava più quant’era buono. Gironzolò ancora un poco, riconoscendo portoni e negozi, piazzette e nascondigli. Passò davanti alla scuola mentre i bambini stavano uscendo, non erano molti. Girò intorno all’isolato per fermarsi davanti alla finestra di quella che era stata la sua aula e da lì guardare il balcone di fronte – c’era un cane, una volta – e lo spicchio di cielo che lo distraeva sempre. Era ora di tornare.

*****

PER ADRIANA

di Carmelisa Nicolò

Era giovane, lieve, ed era bella, mia compagna di classe, ed anche amica; nata, fra cinque, sei, sette fratelli, da genitori sempre innamorati, persi di sé, nel sogno del passato. Lei parlava con me, si confidava: l’intercalare era “assolutamente” ed io lo rimarcavo e ripetevo, volevo cancellarlo dalla mente perché, a quella parola, inconsciamente, sentivo che mi si stringeva il cuore. Poi la vita, l’incontro, il grande amore, il conflitto, la lotta, la passione, sino alla fine, senza rose e fiori.

Io ti ricordo ancora

col tuo nome

che sapeva di antico

di rugiada

e di perle disciolte

in fondo al cuore

là dove custodivi

per la vita

il sogno

di una fiaba quotidiana.

Ricordo il passo

la tua leggerezza

e, dietro te

come ali di farfalla

quelle voci

di amici

di famiglia

di fratelli e sorelle

di persone

che insieme a te

salivano la soglia

di un mondo

colorato di visioni.

Ritorni ancora

quando torna l’onda

della memoria

il nodo nella gola

ed il rimpianto

di una storia breve

così lucente

così astratta e vera

da farsi vita

e da bruciare ancora.

*****

VECCHIE FOTO

di Tita Ferro

Iiiiinsomma, mi vuoi dare la maaaano?

Tina, fiera del grembiule bianco ben stirato e dei due enormi fiocchi rosa, uno a fermare da un lato una ciocca di capelli neri lisci, l’altro sul petto a tener chiuso il colletto, guarda un po’ stordita e quasi intimidita quell’agitarsi di riccioli biondi spettinati davanti a lei e l’allegria degli occhi azzurri e della bocca aperta in una risata.

E’ l’altra ad impossessarsi della sua mano e a trascinarla in fila davanti a tante bimbe incolonnate a due a due e strette per mano quasi a difendersi: la maestra, una giovane paffutella con i capelli rossi trattenuti da un grosso pettine a lasciare libero il viso tempestato di lentiggini, le guarda senza intervenire né imporre niente, aspetta il suono della campana per condurle in classe.

Tina già sorride alla compagna, contagiata dalla sua gioia: ha i capelli arruffati e il grembiule bianco spiegazzato, ma sembra non accorgersene, sicura di sé come se già conosca tutto della scuola. -Cooome ti chiami? Io mi chiamo Aaanna Maaaria-: prolunga le vocali forse per una lieve balbuzie o per l’agitazione dell’attesa. -Io Tina-. -Sooolo Tina?-, fa la bimba quasi con aria di commiserazione. -Sì-, ammette Tina un po’ dispiaciuta, -veramente mi chiamo For… – Non può proseguire perché l’altra riprende a parlare con allegria: -Veeedrai, ci divertiremo. Laaa maestra ha detto a miiiiia madre che ci farà aaanche giocare all’ora della me…-. Il suo allegro balbettio è interrotto dalla madre di Tina che le mette accanto un’altra bimba e le dice in tono deciso: -La tua compagna è questa-. La mamma comanda anche nelle classi delle altre maestre. Anna Maria passa in seconda fila e, per nulla offesa, comincia a parlare con un’altra bambina a cui dà la mano.

Tina guarda la nuova compagna: ha il grembiulino ben stirato, un gran fiocco rosa tra i capelli neri, lisci, la guarda seria con gli occhi verdi ombreggiati da ciglia scure ed allunga la mano verso di lei che la prende ubbidiente e ….

Cip, cip, cip … Tuuu, tuuu, tuuu… Tina seduta sul tappeto con tante fotografie sparse intorno, sobbalza e guarda la foto che la ritrae a cinque anni accanto ad Ele, la compagna di banco scelta per lei dalla mamma. Cip, cip, cip… i due piccioni si fanno sentire: chissà se si decidono oggi a volare. Tina si alza attenta a non calpestare le foto e si affaccia al balcone della cucina: due colombi hanno fatto il nido in una sporgenza del muro della casa di fronte, hanno scelto bene, è un posto tranquillo che affaccia nel cortile tra le due case ed è riparato dal balcone soprastante come da una tettoia. C’è animazione oggi nella piccola casa: i due piccioni sono ormai abbastanza grandi per volare ma non vogliono saperne di lasciare il nido e mamma e papà colombi si danno da fare in una sceneggiata che mette Tina di buon umore. Volano lontano per poi ritornare al nido, si avvicinano quasi a sfiorarlo e, quando i piccoli si muovono col becco spalancato sperando di essere sfamati come sempre, loro si allontanano rapidamente con brevi voli, incitandoli ad imitarli. Ma i piccoli hanno paura: uno dei due si avvicina al limite del nido, sembra quasi che tenti il volo, poi ritorna indietro pigolando disperato.

Tina rientra e riprende in mano le fotografie. Quanto tempo è passato: Ele è ora una preside affermata, antipatica come allora, pensa Tina, nel potere della carica che le dà sicurezza ed autosufficienza, scostante nello sguardo freddo degli occhi verdi che ridono solo per prendere in giro. Tina non riesce sempre a nascondere l’antipatia istintiva che prova per lei e che forse è solo il retaggio dei sentimenti di una bambina inavvertitamente ferita. Di Annamaria non ha più saputo nulla anche perché, dopo i primi giorni, la mamma ha ottenuto dal direttore il permesso di iscriverla nella sua classe e dalle nuove compagne è stata accolta come la figlia della maestra, coccolata, ammirata, proposta come esempio, ma sempre esclusa dalle loro confidenze, dalle piccole marachelle. Non ha neppure una fotografia di Annamaria, solo un’esperienza di gioia in fondo al cuore ed una predilezione per i ricci spettinati e per gli occhi azzurri.

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UN BACIO

di Tita Ferro

-Ma pensi-, diceva la Superiora alla Direttrice dell’Istituto Vittoria Colonna, -mi mandano un giovincello per gli Esercizi ad un gruppo di ragazze- : era seduta nella grande poltrona dietro alla scrivania monumentale, lo stesso stile della libreria stracolma di libri, scuoteva la testa bianca con i pochi capelli lisci raccolti sulla nuca in una crocchia non più grande di una noce, e spalancava gli occhi celesti in faccia alla sua interlocutrice che la fissava dietro le lenti spesse da miope con gli occhi di un marrone intenso dello stesso colore dei capelli ondulati che incorniciavano l’ovale perfetto del viso e il sorriso che la rendeva empaticamente vicina a chi le stava accanto.

Però il Superiore le ha anche detto che è un giovane teologo, che va in Belgio ad approfondire le sue ricerche, le rispose in tono accomodante-.

Vedremo, lei però tenga d’occhio le ragazze, pur lasciando loro tutta la libertà che è necessaria in un Corso di Esercizi Spirituali-. Il <giovincello> lo incontrò alla fine della mattinata quando la direttrice lo introdusse nel suo studio e vederlo la rafforzò nelle sue idee che senza parole comunicò all’altra in uno sguardo lungo ed eloquente: alto e magrissimo, non portava la tonaca, un semplice collarino bianco appariva sotto la camicia ed un piccolo crocefisso era appuntato sul petto a sinistra; i capelli neri e ricci piuttosto radi erano tagliati cortissimi e nel viso bianco e cosparso di lentiggini spiccavano gli occhi più azzurri che la Superiora avesse mai visto.

Vorrei incontrare già stasera le ragazze per concordare con loro alcune modalità degli Esercizi-, disse dopo averla salutata con una stretta di mano vigorosa.

Diciamo allora alle venti e trenta, subito dopo cena. La Direttrice le mostrerà la Cappella, la sua camera e la sala degli incontri-. Il religioso si ritirò dopo aver salutato con un cenno del capo. Dava da poco tempo gli Esercizi Spirituali il giovane gesuita tutto pelle ed ossa: aveva accettato la proposta di fermarsi a Milano prima di proseguire per il Belgio per i suoi studi di teologia. Il superiore non glielo aveva imposto ma chiesto quasi come un favore e il giovane religioso si era lasciato convincere: dopo aver conosciuto la madre superiora, però, ed aver colto il suo sguardo preoccupato, non era più tanto sicuro di aver fatto la cosa giusta. Era tutto preso dai suoi studi che coltivava con punti di vista ben chiari: sosteneva che la teologia si era troppo allontanata dalla vita e dalla preghiera, diventando un’astratta disquisizione di filosofi piuttosto che una meditazione e contemplazione amorosa del mistero di Dio, strettamente collegato con la vita e l’esperienza dell’uomo.

Sistemò i suoi libri e le poche cose che aveva portato con sé, poi passò in cappella: era giusto presentarsi e chiedere aiuto a chi conosce i misteri del cuore ed aveva certamente degli obiettivi se gli aveva affidato per qualche giorno la vita di dieci ragazze. Le incontrò la sera nella sala attrezzata con alcune sedie disposte in cerchio: erano dieci tra i sedici e i venti anni, brune, bionde, castane, con capelli lunghi, cortissimi, a caschetto o raccolti in una lunga coda sulla nuca e lo fissavano con occhi seri e forse un po’ preoccupati. Non portavano una divisa ma erano vestite con sobria eleganza che indicava l’estrazione sociale elevata, stavano sedute compostamente con un quaderno sulle ginocchia e la penna in mano, pronte a prendere appunti: l’educazione e la disciplina della Madre superiora si tocca con mano, pensò il giovane gesuita abituato ai turbolenti ragazzini della parrocchia romana dove aiutava un vecchio sacerdote.

Saranno cinque giorni in cui ciascuna di voi incontrerà il Signore e parlerà con Lui: io sono soltanto incaricato a guidarvi nel cammino, niente di più. Sarò disponibile se avrete bisogno di parlare con me dopo il tempo dedicato alla preghiera, ma anche in ogni altro momento, basterà che mi facciate chiamare dalla sagrestana. Vi dirò adesso le disposizioni necessarie per entrare nel clima degli Esercizi …- .

Uscendo dalla sala per tornare nelle loro camere, le ragazze avrebbero voluto scambiarsi impressioni ed emozioni dopo quel primo incontro, ma il silenzio era una consegna che non osavano infrangere: il giovane religioso era così diverso dal vecchio prete che mensilmente celebrava la Messa ed era disponibile per le confessioni. Si scambiarono solo qualche occhiata: Adele e Anna, però, insieme ad Elena e Pinuccia che avevano le camere vicine, furtivamente si comunicarono alcune impressioni, tutte positive.

Tina, come al solito, era insieme a loro, ascoltava senza intervenire secondo il modo di comportarsi a cui le altre erano ormai abituate. Tornando in camera si sentiva incuriosita di fronte a quell’esperienza che per lei era nuova: non aveva mai fatto ritiri, solo qualche giornata di preghiera in parrocchia. Prima di andare a letto prese il diario e scrisse a lettere maiuscole ESERCIZI SPIRITUALI , sotto la data, 29 aprile 1956, ed ancora più sotto la frase che le era rimasta impressa tra le parole che il giovane religioso aveva rivolto loro: “ Parlerò con Te, Signore, della mia vita. Tu, parlami, fammi sentire che mi ami”. Al secondo giorno il religioso le conosceva già tutte per nome, al terzo si era fatto un’idea di ciascuna di loro, di Elena sempre pronta a comunicare le risonanze personali nella meditazione del pomeriggio che ogni giorno facevano tutti insieme, di Ada così stravagante nei suoi interventi, di Lea che sembrava la perfezione in persona, con gli appunti ordinati, le osservazioni pertinenti e puntuali… e poi c’era Tina, indecifrabile nei suoi occhi neri pensierosi, il sorriso pronto a fiorire sulle labbra quasi a manifestare un’accoglienza che poi puntualmente mancava, perché comunicava lo stretto necessario ed aveva manifestato il desiderio di pregare, nel cortile interno dell’Istituto piuttosto che in cappella.

Quante preoccupazioni per queste ragazze, pensava la superiora mentre guardava dalle finestre del suo studio Tina passeggiare in cortile e non finiva di stupirsi di quella figliola così diversa dalle altre, riservata, remissiva eppure forte nella decisione di portare a termine gli studi nel più breve tempo possibile. Aveva poche amiche e tutte in Università, all’interno dell’Istituto non aveva legato con nessuna. Tutto andava bene per lei, non si lamentava mai, scriveva spesso ai suoi di stare tranquilli perché lei a Milano si trovava bene ed avrebbe completato presto i suoi studi. La superiora aveva cercato ma invano di ottenere qualche confidenza: le aveva messo accanto Elena esortandola a diventarle amica, ma le amicizie non si impongono, lo sapeva bene, sorgono spontanee o non c’è niente da fare. Tina era gentilissima con Elena, parlava di lei con ammirazione, ma tra loro mancava quella complicità che legava le altre sia che studiassero o che facessero una passeggiata oppure si confidassero i piccoli grandi segreti che sono di tutte le ragazze.

Il quarto giorno al mattino il religioso lesse il brano del Vangelo di Marco con il racconto del paralitico alla piscina di Betesda: “Io non ho nessuno, Signore, che mi aiuti…” e, sollevando lo sguardo, incontrò due incredibili occhi neri colmi di lacrime che si erano subito abbassati sul quaderno sul quale Tina prendeva appunti. Niente più. Venne il vecchio prete per le Confessioni e lui non ebbe occasione di parlare con la ragazza in privato. E’ una cara figliola, gli disse la Superiora con cui aveva parlato in generale dell’una e dell’altra, è impegnata nello studio perché desidera laurearsi nel tempo strettamente necessario. Si trova fuori casa e, probabilmente, non vuole pesare economicamente sulla famiglia.

Il quinto giorno le salutò alla fine della Messa domenicale con cui concluse gli Esercizi, commosso dal calore del loro affetto e della loro gratitudine: era stato il più bel fine settimana, gli dissero, non avrebbero dimenticato l’impegno che avevano preso di ritrovarsi di tanto in tanto a pregare insieme come avevano sperimentato in quei giorni con lui. Poi passò in Chiesa per una breve preghiera ed in sacrestia a ritirare le sue cose. E mentre raccoglieva i libri se la vide davanti, con l’accenno di un sorriso ed un timido grazie mormorato a fior di labbra. Si avvicinò, prese il volto di Tina tra le mani e le diede un bacio in fronte. Non avrebbe mai saputo, pensava Tina, mentre tornava in camera con il cuore colmo di gioia, che per lei, nei suoi meravigliosi diciotto anni, era il primo bacio di un uomo al di fuori della cerchia familiare. Aveva chiesto di sentire l’amore di Dio per lei ed aveva avuto, tutto per lei sola, un bacio che non avrebbe mai dimenticato.

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LA FOTO DELLA MIA NASCITA

di Giuseppina Catone

La foto è in bianco e nero, leggermente sfocata, con molti toni di grigio. A vederla oggi sembra rivelare tutti i suoi anni, l’imperizia della mano e l’inadeguatezza della strumentazione obsoleta. (Niente a che vedere con le foto digitali che ci tempestano ed immortalano ogni minuto secondo delle nostre esistenze).
Una camera da letto stile anni ‘60, persone affaccendate e preoccupate. Una donna distesa, stremata, un uomo in camice bianco col viso tirato, un’altra donna che adagia in un grande batuffolo di ovatta un esserino, una creatura di poco più di un chilo con la preoccupazione e la paura di poterla rompere. La creaturina è minuscola e respira a fatica, ha freddo; la bambagia serve a riscaldarla. I visi sono segnati, senza un sorriso: bisogna far presto, trovare un’incubatrice per dare ancora calore a quella piccolina, prima che muoia. Il pianto è espresso sul viso della bimba, occhietti serrati, gambette in movimento, pugni chiusi. E’ un pianto di fatica, la fatica di chi viene alla vita prima che sia giunto il momento. In un angolo della stanza si intravvede una figura alta, dai capelli brizzolati e gli occhiali. Anche papà non sorride, ma ha l’aria di chi sa risolvere le situazioni, sa dove correre per cercare quello che serve e salverà la sua bambina. Il medico si rivolge a lui con l’espressione di chi dice “fai presto”. La piccola è appoggiata vicino alla mamma che la guarda con apprensione e forse piange. Sette mesi di fatica e poi? Una signora anziana le sta accanto e le accarezza la fronte. Gesto di madre vicina alla figlia che ama e che sta soffrendo.  
La foto della mia nascita: fortunatamente sono qui a raccontarla ed anche se non ricordo sarà andata così.

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Terzo laboratorio di scrittura creativa on line, Febbraio 2021, tema: IL CONTATTO

di Giuseppina Catone

C’è una parola che in questo particolare momento della nostra esistenza, e di quella del mondo intero, racchiude un senso, un valore, un desiderio, un dolore. E’ una parola, anzi sono due. La radice è la stessa, due accezioni opposte, una buona, l’altra cattiva: Contatto/Contagio dal latino cum tangere. Contatto, non quello virtuale che abbiamo rincorso ed idealizzato negli ultimi decenni (per intenderci quello che ci faceva vantare un enorme numero di “amici” e di like). No. Parlo del contatto vero, umano, profondo, che include le emozioni ed i sensi, l’abbraccio e lo schiaffo, la carezza e il sostegno. Quante volte abbiamo offerto il braccio per sostenere qualcuno che non ce la faceva? Quante volte abbiamo asciugato con le nostre mani le lacrime che scorrevano sul volto di una persona cara? Quante volte in una stretta di mano abbiamo dato o ricevuto conforto e sicurezza? Quante volte abbiamo abbracciato fino a sentire il respiro dell’altro? Quante storie e relazioni vivono di tutto questo? Ci avete pensato? Non possiamo più “toccare”, ma rischiamo di “essere toccati”, contagiati. Il contatto ci manca; del contagio vorremmo farne a meno.
Raccontiamoci che cosa è per noi il contatto, raccontiamo una storia nostra (o inventata che importa?) sull’importanza di un contatto. Qualunque cosa, una tranche de vie, un ricordo, un’esperienza, un sogno. Con la speranza e l’augurio di poter tornare a vivere in contatto con il resto dell’umanità.

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SIAMO

di Patrizia Modafferi

Siamo mani aperte

che accolgono la pioggia,

braccia allungate 

in attesa di conforto,

sguardi, 

affamati di comprensione.

Siamo fango,

sporco e fertile:

siamo carne di terra arsa,

e sangue

di acqua cristallina.

Siamo un bacio 

che dà la morte,

siamo un tocco 

che dà la vita.

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IL PROFUMO

di Marileda Suraci

Una lastra sconnessa del marciapiede del Corso la fece cadere. Il dolore alla caviglia fu immediato. Cercò di rialzarsi ma non ci riuscì ,qualcuno la prese per un braccio e l’aiutò a mettersi in piedi. Daniela sollevò lo sguardo sul volto sorridente del signore sconosciuto che si offrì di accompagnarla al bar vicino per mettere del ghiaccio sulla caviglia slogata. Sostenuta dall’anziano gentiluomo sentì il suo profumo. Lo riconobbe subito “Arrogance”. Era il profumo di suo padre. Fu un attimo. Come una vampata i ricordi infiammarono il suo viso .Uno in particolare… Quella mattina suo padre le aveva chiesto di accompagnarlo nel pomeriggio a fare un’ecografia addominale. Era da qualche tempo che non si sentiva bene e il suo dottore gli aveva suggerito di fare delle indagini. -Scusami papà ,non posso, purtroppo ho un impegno .Certamente Caterina ti accompagnerà .- Daniela non voleva rinunciare al corso di cucina che stava frequentando e pensava che la sorella medico fosse più adatta al bisogno del padre. Ma nel pomeriggio, mentre in automobile si recava al corso di cucina, fu assalita dal rimorso. Fu così che cambiò strada e si diresse direttamente al laboratorio di analisi. Lo vide seduto in sala d’aspetto con Caterina. Si sedette accanto a lui accolta dal suo solito ”Arrogance” -Scusami papà – disse e lo abbracciò.-

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CONTATTO UMANO

di Vittoria Mallamaci

In questo tempo di pandemia mondiale generata da una belva microscopica che l’uomo assalta, morde e scappa via lasciandosi alle spalle, morte paura e a repentaglio mette la psiche di chi resta. Impedita sono di stringere la mano dell’altro, di specchiarmi nelle sue pupille, di abbracciare i nipoti al mio cuore, di ricevere sulla spalla quel tocco amichevole che mi accarezza l’anima, tuttavia non demordo. Per andare avanti nella vita penso a chi, il virus non ha dato scampo a chi in  rianimazione intubato soffre, a chi in venti metri di casa, è costretto a vivere con moglie e figlio e mi faccio una ragione, che tutto sommato per me va bene così. Di questo periodo la cosa che non vorrei  raccontare è quella di pensare a mia figlia da sola, che in ospedale va e viene a trovare, la salute del corpo e io a lei accanto, a stringerle nello scoramento la mano, non posso esserci.

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LA LUNA, UN PUGNO E UNA CAREZZA

di Tita Ferro

Luca ricorda ancora, e racconta agli amici rispondendo ad una loro domanda precisa, due particolari di quella sera, anche se sono passati alcuni anni: il giallo caldo, pastoso della luna piena e della stellina contro il cielo scuro, e il pugno chiuso di Gianna, appoggiato sul cuscino accanto alla testa, che gli aveva dato l’impressione di una forte decisione o di una minaccia. Aveva fatto tardi quella sera, aveva voluto fare tardi, fingendo di sistemare carte che non erano urgenti, per evitare di incontrare Gianna, di dover riprendere con lei la discussione bruscamente interrotta al mattino. Quando era rientrato, il silenzio lo si poteva ascoltare, non c’erano i ragazzi a litigare per i motivi più banali o ad accoglierlo con la solita festa, tacevano le voci della televisione in casa loro come in quella dei vicini: il rumore ritmico di una goccia d’acqua ingigantito dal silenzio, lo aveva fatto fermare in cucina per chiudere bene il rubinetto, aveva automaticamente dato un’occhiata alla chiavetta del gas, anche se sapeva che Gianna era attentissima nel controllare che tutto fosse a posto prima di andare a letto. Il cane, nel suo angolo, aveva alzato appena un orecchio e si era rimesso a dormire: l’odore era quello rassicurante del suo padrone, niente di nuovo, e non era quella l’ora per un’accoglienza festosa. Era stato alla grande porta finestra della camera da pranzo che un debole chiarore tra le imposte accostate lo aveva fermato: aveva aperto le ante e la faccia della luna gli si era presentata davanti quasi con sfacciata prepotenza, gialla, di un giallo pastoso, caldo, niente affatto la riposante luna d’argento di tante poesie e canzoni; si era affacciato respirando l’odore della notte, odore di terra bagnata che si mescolava al profumo dei gelsomini notturni e a quello più intenso del glicine arrampicato lungo il muro. Vicina alla luna una stellina, un punto giallo intenso tremolante, sembrava accompagnarla nel suo viaggio nel cielo oscuro nel quale navigavano pigramente sfilacci di nuvole biancastre: era rimasto a guardarle incantato, ricordava, senza più pensieri, desideri, lasciandosi semplicemente penetrare dal chiarore, se ne era sentito addirittura riscaldato. Nella camera delle bambine Giusy dormiva abbracciata al suo orsacchiotto, con quell’accenno di broncio che le era abituale, i capelli neri sparsi sul cuscino intorno al viso con la pelle bianchissima spruzzata di minuscole efelidi; Anna, invece, a pancia in giù, aveva allungato le braccia verso l’alto, come faceva di solito, <per acchiappare i sogni che però mi sfuggono sempre>, diceva lei, a chi glielo raccontava. La lampada notturna diffondeva una luce azzurrina e allungava sul muro l’ombra del computer sulla scrivania posta in un angolo, e della poltrona con lo schienale alto, la più ambita dalle ragazze che facevano a gara per accaparrarsela <perché è come se ci abbracciasse>, cercavano di spiegare. Luca non aveva osato entrare ad accarezzarle come pure avrebbe voluto, non voleva rischiare di svegliarle: lo consideravano un uomo forte e risoluto in ufficio, inflessibile per quanto riguardava la disciplina, ma con le ragazze faceva fatica anche a dire un semplice no. <Ti fai tiranneggiare>, diceva spesso Gianna, mai di fronte a loro, però, solo quando si fermavano a parlare dopo il pranzo o la cena. “E’ vero che domenica ci porterai al laghetto?”, diceva Giusy avvicinandosi a lui con la voce carezzevole che riservava alle richieste importanti, “e che mi farai fare un giro sull’autoscontro”, aggiungeva Anna, la donnina di casa, che diventava subito di nuovo piccola quando voleva soddisfare un suo desiderio. “Ma come si fa a dire di no alle mie principesse?”, si chiedeva Luca. “Voglio che ricordino sempre il loro papà come colui che le ha amate più di ogni altra cosa al mondo”. Nell’altra camera Carlo si era addormentato con il libro ancora aperto sul petto e la lampada sul comodino accesa: Luca era entrato per togliergli il libro e spegnere la lampada. Il suo primogenito era un accanito lettore: sicuramente viaggiava nel sonno in compagnia dei suoi eroi, quelli della saga del Signore degli anelli, i suoi preferiti, tra i quali aveva trovato anche chi incarnava meglio i suoi desideri ed ideali, non Frodo, il piccolo eroe, il prescelto, ma Sam, l’amico fedele, colui che sa stare al suo posto, consapevole di ciò che si richiede ad un amico. Dalle camere dei ragazzi era passato in camera da letto, facendo attenzione a non urtare nel corridoio debolmente rischiarato da una lucina posta in basso, le due sedie, la grande libreria, l’angoliera con su le cianfrusaglie che erano la passione di Gianna: una teiera d’argento di cui era inutile certificare l’autenticità evidente come l’anzianità, e il complicato calendario perpetuo su cui tutto si poteva leggere meno la data. Finalmente, senza aver fatto danni, era arrivato alla porta della camera da letto e aveva intravisto nel grande specchio di fronte alla porta, alla luce fioca della lampada notturna sul comodino, la sagoma di lei rannicchiata sul fianco destro, nella posizione abituale: dal lenzuolo che aderiva alla figura modellando le curve perfette nonostante le tre gravidanze, emergeva il busto nel pigiama rosa e le braccia nude e le mani, una sotto il cuscino, l’altra accanto al viso con il pugno chiuso. Gli dava le spalle, ma Luca aveva potuto vedere ugualmente nello specchio il viso di lei, libero dai capelli biondi raccolti sulla nuca, gli occhi chiusi: non gli era sembrata abbandonata nel sonno, piuttosto irrigidita nello sforzo di mantenere una posizione. Dorme o fa finta?, ricordava di essersi chiesto, forse neppure lei voleva riprendere la discussione che li aveva lasciati, al mattino, ciascuno nella sua posizione, sicuro che toccasse all’altro cedere. Indossò il pigiama, sollevò il lenzuolo e cautamente scivolò accanto a lei nel letto, badando bene a non far cigolare le molle. <Questa rete denunzia gli anni che ha>, diceva spesso Gianna, e ridendo aggiungeva, <chiede di andare in pensione, ma noi non conosciamo la sua lingua!>. Che cos’era quel pugno, si era chiesto Luca, guardandola di sbieco mentre cercava, girandosi piano, una posizione che gli facilitasse il sonno. <Voglio tornare a lavorare>, gli aveva detto Gianna al mattino, così, di punto in bianco, quando già i ragazzi erano usciti per prendere al volo lo scuolabus che passava proprio davanti al loro portone, e lui ancora stava terminando la colazione. <I ragazzi sono ormai cresciuti e le faccende domestiche rubano tutto il mio tempo: potrei lavorare meglio in casa se avessi anche fuori un impegno tutto mio in cui realizzarmi, sfruttando il titolo di studio e l’esperienza che ho>. Anni prima, quando aspettavano Anna, la secondogenita, di comune accordo avevano deciso che lei avrebbe lasciato l’insegnamento, anche se con una pensione ridicola, per potersi dedicare ai bambini e alla casa, poi era arrivata anche Giusy e lei, presa dai suoi compiti di madre, non aveva sentito lo strappo dal lavoro di insegnante, che amava, almeno non lo aveva manifestato. Ora che i figli erano cresciuti e reclamavano spazi di libertà anche da lei, improvvisamente sentiva il vuoto, la mancanza di quel lavoro che non era solo possibilità di guadagno, lo stipendio di Luca era consistente e bastava per tutta la famiglia, voleva dire anche rapporti con altre persone che condividevano i suoi stessi obiettivi, possibilità di arricchimento culturale che non era solo personale, si sarebbe riversato anche nei suoi rapporti con i familiari. Lui non era stato d’accordo: che bisogno c’era di stancarsi con altro lavoro oltre quello domestico, di riprendere la vita frenetica che faceva nei primi anni del loro matrimonio, dividendosi tra casa e scuola? In realtà sotto sotto temeva che gli venisse a mancare il piacere di saperla a casa in attesa di lui, aveva dovuto ammetterlo con un fondo di onestà, temeva di doverla dividere con altri, sarebbe stato come tagliare quel filo sottile che la teneva ancora più legata a lui da cui, pur nella comunione di beni, lei dipendeva per ogni spesa al di là di quelle personali a cui provvedeva con la sua piccola pensione. Luca ricordava di essersi voltato a guardare la moglie che dormiva o fingeva di farlo, mentre gli ritornavano in mente le parole, <Sei un egoista, uno dei tanti maschi che credono di amare perché possiedono, ma io così non riesco più ad andare avanti>, che gli aveva detto al mattino prima di girare le spalle ed uscire per andare al supermercato. Aveva ragione, Luca aveva dovuto riconoscerlo, aveva ancora l’opportunità di valorizzare la sua laurea in lettere classiche per la richiesta in quel momento di docenti di latino e greco: passata, però, la congiuntura favorevole, l’occasione non si sarebbe più ripresentata, probabilmente quella scelta avrebbe condizionato il futuro. Luca ricordava bene di aver allungato la mano a sfiorare con delicatezza i capelli di lei: non avrebbe potuto prendere sonno senza chiarire, senza assicurarla che non si opponeva ad un suo ritorno all’insegnamento, se proprio voleva, senza scambiare con lei anche solo l’augurio di una -buona notte-. Ma ecco, Gianna si era girata a guardarlo: non dormiva e non aveva avuto bisogno di parole. Il pugno chiuso si era aperto in una carezza e le labbra al suo bacio. Abbracciati, si erano addormentati quasi subito entrambi, stanchi per lo sforzo di mantenere le loro posizioni. Ricordano insieme quella sera particolare per loro, mentre, rispondendo agli amici, raccontano come e perché Gianna abbia ripreso improvvisamente ad insegnare e lui così possessivo ed incline ad imporsi, non si sia opposto.

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NOLI ME TANGERE

di Graziana Mazzolini

È un inverno mite, eppure le mie mani sono più screpolate del solito: ruvide, lasciano tracce di fili tirati su ogni tessuto che tocco. Effetto gel… Merito del Covid. Sì, avete letto bene, ho scritto “merito”, non colpa. Il Covid, l’unico essere vivente che sia riuscito a realizzare un’autentica democrazia: tutti uguali, tutti pària , vietato toccarsi, pena l’unzione. Ma com’era prima? Guardate quell’extracomunitario che importuna i clienti chiedendo una moneta fuori dal supermercato. Lo vedete? Gli avreste stretto la mano prima del Covid? Le persone di colore hanno il palmo più chiaro, segnato da linee più scure, e le unghie profilate di nero, come se avessero appena finito di lavorare la terra, come fossero sporche… Lo avreste abbracciato quell’extracomunitario, nel suo pungente odore di fried rice , riso fritto, lasciando che il suo sudore impregnasse i vostri indumenti profumati? No, non è il Covid il “diavolo”. La separazione c’era già, questo piccolo virus l’ha solo portata alle sue estreme conseguenze, sperando che, non potendo toccare nemmeno i nostri cari, riuscissimo a comprendere cosa significa suscitare nell’altro diffidenza, sospetto, paura, cosa vuol dire essere un problema. In primavera gli extracomunitari erano spariti, il lockdown era estremo e loro non potevano certo stare agli angoli delle strade, fuori dai negozi o dalle chiese. Per un attimo ci siamo sentiti tranquilli, senza nessuno a ricordarci le distorsioni della nostra civiltà. Ma ora eccoli di nuovo: ragazzi con sogni infranti dalle nostre smanie. Il sistema tegumentario: cute, peli, capelli; il sistema organico più esteso del nostro corpo. Separa ciò che sta dentro da ciò che sta fuori, da un lato protegge il mondo interiore, dall’altro comunica col mondo esteriore, come una membrana in costante osmosi. Ecco, non c’è nulla di male nei confini, in un mondo fatto di materia sono fisiologici e pertanto sani. Ciò che li rende disfunzionali sono le nostre scelte: saranno solo una barriera difensiva o anche una porta di comunicazione? Toccheremo solo i nostri cari o ameremo anche i nostri nemici? All’inizio si chiamava Corona: era venuto per renderci tutti ugualmente re e regine. Poi, è diventato un asettico Covid. Il vaccino guarirà forse i nostri corpi, ma quando saremo ritornati alla “normalità”, alcuni resteranno intoccabili…

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NOLI ME TANGERE – NON MI TOCCARE

di Carmelisa Nicolò

Non mi toccare

lasciami passare

nel buio

e nel silenzio

delle cose

attraversare l’ombra

della sera

ed inventare

un’illusione nuova

Lasciami rifuggire

dall’ingorgo

che sgretola

ogni forma costituita

e cercare lontano

nel ricordo

la soglia dell’attesa

e del sorriso

Ti basterebbe un nulla

per svegliarmi

-una carezza

un tocco delle dita-

e sarebbe di nuovo

questo inverno

e questa gabbia

senza via d’uscita

e sarebbe la fine

anche del sogno

e resterebbe solo

la ferita

Lascia che sia il domani

ad inventare

un nuovo modo 

di incontrarsi ancora

di raccontarsi

come nelle fiabe

di sgominare

l’ansia 

la paura

e restaurare

l’ordine ancestrale

-il tempo delle stelle

la ragione-

e la follia

sia solo

un grande amore

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 GLI INDISPENSABILI: CONTATTO E CONTAGIO

di Rosaria Puntillo


Non ce la faccio. E’ difficile seguirli tutti e quattro nei loro giochi, litigi e scelte di cartoni animati.  Il desiderio di vederli, stare con loro, accompagnarli nelle passeggiate, abbracciarli mi ha reso più disponibile di quanto  possa permettermi alla mia età. Del resto è troppo bello accogliere le prime confidenze di Marta ” Sai, da grande vorrei avere un negozio e fare pacchetti con carte e fiocchi colorati, tutti diversi”, o farmi guidare da Gabri nel suo mondo di telefonini e tablet, o aiutare Andrea a costruire i suoi mega – aeroporti lego ,o tenere stretto Carletto mentre scopre la luna tra le nuvole. Ma a qualcosa devo rinunciare. Forse è meglio che i miei nipotini vengano a Reggio due per  volta. Eccoci, siamo alle solite. Chi ha lasciato sulla terrazza il tubo per innaffiare le piante? Lo sapevo! Si bagnano con gli schizzi dell’acqua fregandosene delle mie urla e dei loro vestiti asciutti. Mi sento sconfitta. Cedo le armi. Li guardo: si rincorrono, ridono felici . In un momento decido. Mi lascio contagiare dalla loro allegria e poi, non ho paura dell’acqua. Voglio divertirmi anch’io,  e con loro. D’altra parte dice un vecchio saggio” Quando i pensieri sono stanchi e noiosi è bene metterli da parte…

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E’ CONTAGIOSO L’AMORE
di Giuseppina Catone

La ragazzina, braccia conserte e musetto per aria, imbronciata, gli tiene testa. Giovanni non sa più cosa rispondere, non la sente nemmeno. Con gli auricolari ed il telefonino in mano comunica con l’ufficio, dà direttive e riceve comunicazioni di lavoro. La spiaggia è affollata. E’ solo un ritaglio di tempo per lui, il modo di accontentare Paola. – Porta tu Carla a mare, ti prego. Non mi sento bene e non voglio che ci vada da sola. Non voglio nemmeno, però, che resti a casa. Appena salita in macchina Carla ha iniziato l’operazione di disturbo. E’ un po’ che non vanno d’accordo padre e figlia. Forse da quando ha scoperto che chattava con gente sconosciuta. Ha gridato tanto quella sera, l’ha punita, le ha tolto lo smartphone, le ha impedito di utilizzare internet. Poi Paola è intervenuta per ammorbidirlo, ma ciò che è incrinato è incrinato. Benedetta adolescenza! Adesso è lì davanti a lui. Protesta muta e torva. – Domani sera c’è il concerto in spiaggia. Si balla fino all’alba. Le mie amiche ci saranno tutte. Mamma ha detto sì. – E io ti dico no. Lasciami in pace! Giovanni posa gli auricolari, inforca gli occhiali da sole e si sdraia sul lettino: fine di ogni discorso. Carla stringe i denti, serra la bocca in un gesto di rabbia e di impotenza. Ha il fuoco dentro che divampa. Vorrebbe urlare al padre tutto il rancore che ha racchiuso nel suo cuore di ragazzina, si accorge, però, che lui si è appisolato all’ombra. Nessun contatto. Tutto spento. Si allontana e si siede su uno scoglio in riva al mare. Il pomeriggio è inoltrato. Un granchio si arrampica sullo scoglio vicino ai suoi piedi. Salta su gridando poi ride della sua reazione. – Signor granchio vai a pizzicare il mio papà, ma sul sedere, ti raccomando! Carla guarda il mare, le onde azzurre che si rincorrono, la cresta bianca che s’innalza, i surfisti in lontananza, felici per il vento propizio. Improvvisamente Carla ha caldo e si tuffa nel blu, cominciando a nuotare. Nuota, nuota lontano dalla riva, dal padre, dalla gente. Nuota fino a non avere più fiato. Il contatto è solo quello dell’acqua e di qualche pesce che passa tra le sue gambe. Poi la vede, un’onda più grande, più alta, che si avvicina. Il terrore le stringe la gola, la paralizza. E’ lontana dalla riva, non la sentiranno. Incomincia a nuotare con foga, ma si sente debole nella corrente del mare. Si abbandona, pancia all’aria, viso al cielo. il cuore che batte all’impazzata. E’ un attimo: una mano l’afferra, la trascina verso terra saldamente. Due braccia robuste a cui appigliarsi, un contatto. Finalmente sente che i piedi toccano, ormai è vicina, esce dall’acqua. Si volta e vola tra le sue braccia, gli si getta al collo, lo bacia sulle guance. – Papà! – non sa dire altro, sente solo quel contatto quell’abbraccio che le infonde nuova sicurezza e pace. Se ne vanno mano nella mano. E’ contagioso l’amore.

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PARTO

di Elettra Griso

All’inizio fu solo paura, non lo nego. Solo dopo si aggiunsero stupore e sgomento. Ritrovarmi così all’improvviso in balia di tanto dolore non fu cosa da poco. Non sentire le gambe, respirare a fatica mi confuse perfino la mente. Non ricordo granché di quel giorno: qualche voce lontana, ovattata, come fosse un grammofono antico, poi un continuo trambusto e le solite frasi di rito. “Morirò di sicuro – pensai, lo ricordo – senza avere lasciato un pensiero, un’idea, una frase di tante parole che racconti di me”. E mi persi finanche la durata del tempo. Non so dire se fu tanto o fu poco. Ma, ricordo, sorrisi all’idea di quanto inutile fosse dare peso alle cose. Fu un ricordo lontano, ma vivo, a tenere un po’ a bada il dolore, di minuto in minuto piú intenso: di me piccolina, con la piccola mano aggrappata ad un’altra, piú grande e sicura. Poi tutto finí d’improvviso: il dolore, il sudore e il silenzio d’intorno cancellato da un lungo vagito. E rimasi così, non so quanto tempo, a guardare quella mano piccina, ma davvero piccina, sfiorare il mio viso. 

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IL VULCANO

di Vincenza Dascola

Giunsero sull’isola che mancava poco tempo al tramonto e presto i colori si sarebbero mescolati lasciando il posto alle stelle. Le due amiche sedute in terrazzo, programmavano la scalata al Vulcano.

Il giorno dopo insieme ad una esperta guida iniziarono la loro scalata a picco sul mare.

Con il cuore che batteva forte si arrampicavano mani e piedi in certi tratti del sentiero.

Il tragitto tutto serpeggiante iniziava da una altitudine di dieci metri sul livello del mare per giungere a 800 metri di altitudine. Per due ore in fila indiana si inerpicavano per il sentiero terroso dello Stromboli.

In quella splendida serata di luglio, si intravedeva la costa tirrenica dell’Italia meridionale, dallo Stretto di Messina verso Nord.

Arrivate in cima, colte da un grande freddo si coprirono e cercarono una postazione per attendere l’attività eruttiva che avviene circa ogni dieci minuti.

“Iddu” emette boati pirotecnici come fossero giochi d’artificio che salgono verso l’alto e si espandono in cerchio, come un balletto di luci che prima si mescolano e poi lentamente si spengono.

Alcuni lapilli ridiscendono nel cratere, altri superando il costone del cratere precipitano nella Sciara del Fuoco, ancora  incandescenti e rotolano fumando fino al mare. La discesa che avviene lateralmente alla salita è veloce per la ripidità del sentiero, tanto che i piedi affondano fino alle caviglie nella cenere del Vulcano.

Arrivate giù alla spiaggia che era già mattino, fecero una corsa al bar per un cappuccino che riscaldasse loro il corpo infreddolito.

Il contatto con il Vulcano era stata l’esperienza più emozionante della loro vita .

Quel mondo ammantato di mistero e a lungo immaginato le aveva riempite di emozioni e di felicità.

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IL MONDO DELLE BOLLE

di Margherita Sposaro

Il mondo delle bolle è molto bello da osservare dall’esterno, con tutte quelle sfere colorate che fluttuano nell’aria e che s’illuminano di sera, come fossero lucciole d’estate.

Non è, però, altrettanto piacevole per i suoi abitanti, ciascuno racchiuso nella propria bolla. Non possono avvicinarsi troppo tra loro, altrimenti scontrandosi rimbalzano, allontanandosi ancor di più gli uni dagli altri.

Un tempo la situazione era ben diversa : tutti erano liberi di muoversi e vivevano in armonia con la natura circostante. Finché un gruppo, gli “Scellerati”, non iniziò a trattare male gli animali ed a non rispettare più l’ambiente naturale, per affermare il proprio potere e raggiungere i propri scopi più rapidamente.

Un giorno la tigre Aura decise di ribellarsi ed attaccò il capo degli Scellerati, provocandogli una dolorosa ferita. La prima goccia di sangue scivolata dalla ferita si gonfiò, trasformandosi nella bolla che intrappolò l’ignaro scellerato. Qualcuno si avvicinò per soccorrer lo ma, nel tentativo di bucare la trappola sferica, fece la stessa fine. E così la situazione si ripeté a catena, diffondendosi all’infinito. Chiunque toccasse una bolla, ne veniva a sua volta intrappolato.

Dopo un po’ di tempo gli Scellerati iniziarono a capire i loro errori e cominciarono a sentirsi in colpa, perché gli effetti delle loro azioni erano ricadute anche su tutti gli altri .

Il gruppo di animali che si era ribellato allo strapotere degli uomini, capì che la punizione aveva sortito il suo effetto. Così decisero di mandare la loro portavoce, la tigre Aura, al cospetto della fata Iris, che li avrebbe aiutati a ristabilire una situazione più equilibrata.

La fata, compresa la situazione, pronunciò una formula magica e tra le sue mani comparve, tra fumo e scintille, uno spillone d’argento, brillante ed appuntito.

La fata Iris volò sopra ogni bolla, facendole sparire una ad una, grazie al magico spillone.

Chiunque fosse liberato da quella piccola prigione, riprendeva a respirare l’aria come se non l’avesse mai fatto prima. Tutti dovevano tenere bene a mente, però, che se qualcuno avesse avuto la memoria corta e fosse ricaduto in vecchi errori, lo spillone argentato si sarebbe trasformato in una cerbottana pronta a sparare una pioggia di bolle che avrebbero di nuovo intrappolato gli esseri umani.

 
 
 
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Secondo laboratorio di scrittura creativa on line, Dicembre 2020, tema: L’ATTESA
Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è image.pngfotografia di Emanuela Bartolotti “L’attesa”
 
 

di Patrizia Modafferi

Soffermiamoci a riflettere sulle parole del brano di Giorgio Gaber “L’attesa”; analizziamo il dialogo scritto da un anonimo ungherese tra due bebè all’interno del ventre della madre; immergiamoci nel rituale narrato da Luigi Pirandello nella novella “La camera in attesa” che vede tre amorevoli sorelle tenere in ordine una stanza nella speranza che loro fratello vi faccia ritorno.

Esistono aspetti molto diversi dell’attesa e dell’attendere, anche se probabilmente tutti accomunati dallo splendido insegnamento di don Tonino Bello “Attendere: voce del verbo amare.”

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MALINCONICA ATTESA

di Vittoria Mallamaci

Il giorno che tu, all’improvviso perdesti il senno
e l’uso della gamba sinistra,
nella mia casa ti allettasti in stato vegetativo,
il sole dai miei occhi da quel giorno, per vent’anni
in malinconica attesa rimase sull’uscio a sperare.
In balia di una perdita che non volevo accettare,
e della mancata libertà che m’impediva
di uscire finanche per la spesa, a te accanto rimasi
con la speranza di un possibile miracolo,
che cambiasse la nostra sconvolta esistenza
in un vivere privo di calvario.
Al pensiero che la mia libertà dipendesse
dal tuo andare, i giorni molto mi rattristava
e nel momento che di te rimasi orfana
il cuore nel petto ho sentito come  staccarsi.
Poi pian piano il sole negli occhi è tornato,
io per amore dei figli e per rendere grazie alla vita,
dopo la lunga attesa, pian piano  ricominciai
a mettere speranzosa, fuori dalla porta, il naso.

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MARIO

di Rita Iaria

“Mario domani sarai tu in campo per la partita, molti dei tuoi compagni hanno l’ influenza pertanto giocherai tu come attaccante in sostituzione di Roberto.” Disse il professore. “Roberto!? Dovrei sostituire Roberto, non posso professore …lo sa che non so giocare.. e poi sostituire Roberto! il mitico attaccante della terza C !, non è possibile e poi proprio in questa partita con la terza B, no prof non posso proprio”. “Non ci sono scuse Mario, domani giocherai !” Replicò secco il professore. Rosso in viso per la collera e la paura Mario tornò al suo posto sotto lo sguardo ironico dei compagni che ridacchiavano gesticolando. Il mattino successivo fu comunque puntuale. Negli spogliatoi nessuno dei compagni lo degnava di uno sguardo, tutti confabulavano tra loro, prendevano accordi sul gioco mentre lui da tanta complicità era completamente escluso. Con la coda dell’occhio per non farsi notare osservava il fisico atletico e snello dei compagni mentre accaldato e un po’sudaticcio indossava i pantaloncini da cui spuntavano due gambe paffute come provolotti bianchissimi. “Presto, presto, in campo! “ irruppe il prof e in un baleno furono in fila indiana nell’ arena . Si posizionarono e al fischio dell’ arbitro la partita ebbe inizio. Dalla gradinata arrivavano le urla e i fischi dei compagni e dei genitori degli sfidanti. Sempre più intimorito Mario sentiva le gambe come paralizzate , una sensazione di straniamento lo aveva invaso, non riusciva neppure a vedere il pallone , tutto gli appariva come travolto in un vortice che roteando velocemente centrifugava voci, colori, visi, senza lasciargli nemmeno un punto d riferimento. Era sul punto di mollare, le lacrime erano proprio lì pronte ad uscire copiose dai suoi occhi, quando avvertì arrivare quel frastuono turbolento proprio verso il punto in cui stava con i piedi incollati a terra. Un impasto colorato ,arruffato, fragoroso e rumoroso di magliette , piedi e braccia gli si stava velocemente avvicinando; un miscuglio di giocatori accalcandosi con veemenza si contendeva il pallone che sfuggito ai rivali raggiunse improvviso il piede di Mario che con scatto repentino e dirompente lo colpì con un violento sinistro. Il pallone prese a roteare in alto per poi dirigersi verso una meta sconosciuta. Per un tempo indefinito per Mario tutto si fermò, le voci e i rumori cessarono. Fu in quel tempo sospeso come di incantesimo che rimase solo con i suoi pensieri , diventati adesso desideri, speranza, emozioni fortissime; in quel tempo di attesa tutto poteva accadere. Il pallone avrebbe potuto prendere qualunque direzione, colpire il palo della porta, essere parato dal portiere , finire tra il pubblico o forse centrare la rete. E allora sarebbe stato goal, sì goal, il primo gol della sua vita e poi il pubblico si sarebbe sollevato urlante e con le braccia festose lo avrebbe acclamato; i compagni lo avrebbero circondato esultando, Mario piangendo li avrebbe abbracciati, anche Teresa la compagna della terza B finalmente si sarebbe accorta di lui. In quella sospensione temporale, in quell’attesa Mario aveva messo in gioco tutto se stesso : quel tempo di mezzo stava tra il Mario che era e quello che sarebbe stato.

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“AD-E-TENDERE”

di Laura Curatola

Attesa può essere sogno o inferno.
Puoi sognare nell’attesa,
fare mille bolle di piacere nell’aria,
pulviscoli di luce dorata,
piccole ombre coniche
che diventano giganti nell’aspettare.
Oppure puoi morire di logorio
contare le ore
e i minuti
accanendoti sulle tue mani
facendo azzardi di teorie
e alla fine rovinose cadute di autostima.
“Volgersi a” …
Ed io mi volgo,
mi protendo verso.
Resto con le mani nude e vuote di te.
Aria passa tra le dita.
Mi consumo tra le nuvole
di questa grigia città.

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STORIA DI UN FOTOGRAFO

di Giuseppina Catone

Le dolci colline toscane, il paesaggio bellissimo ed incantevole celebrato da artisti e scrittori, mi accolgono. Sono in giro da un paio d’ore, ho affittato una macchina per essere libero nei movimenti e negli orari. Sto svolgendo un reportage per conto dello studio fotografico per cui lavoro, una specie di censimento dei borghi e delle ville sperduti in questa campagna per una pubblicazione prestigiosa, forse. E fa pure freddo, l’inverno è alle porte e si presenta molto rigido quest’anno, senza sconti per nessuno. Dopo un paio di giravolte ecco il borgo arroccato su una collina. La mattinata è luminosa e le botteghe sono aperte. Ho fame, dovrei pure mangiare un boccone. Mi fermo davanti ad un piccolo bar. All’interno non ci sono avventori, solo una ragazza seduta in un angolo. Non alza la testa, ha il capo chino lo sguardo sembra perso dietro a qualcosa. Mi distrae la sua vista e quasi dimentico di ordinare il toast ed il bicchiere di vino. La guardo, c’è in lei un non so che di insolito. E’ il viso di una fanciulla di paese, biondissima, con i sottili fili d’oro che sono raccolti intorno ad un viso dall’ovale perfetto. Improvvisamente e per pochissimo alza gli occhi, li distoglie da quel punto lontano che è dentro di sé. Mi guarda, le labbra leggermente si schiudono in un leggero sorriso. Non è più una contadina, sembra una regina. La donna del bar, dietro il bancone ha sistemato in un vassoio una ricca colazione a base di latte e dolci e le si avvicina. “Mangia, Marù!” E’ premurosa. Sarà sua madre? La ragazza si solleva dalla sedia e per un attimo è in piedi: non guarda più oltre il vetro, abbassa gli occhi e liscia il suo vestito, lo rassetta e me ne accorgo. La sua attesa è lì, evidente, rigonfia la veste, la fa stirare sul ventre: è incinta. Mi vergogno un po’ di averla guardata troppo, di aver pensato di immortalarla in una foto. Ora capisco che la sua è la bellezza dell’attesa più dolce al mondo. Esco dal bar con il cuore leggero e comincio a girovagare per il borgo. E’ tardi per le foto. Prendo la decisione di continuare il giro con le tappe fissate e poi di ritornare qui per ultimare il servizio. … Sono tornato. L’aria qui è cambiata, fa ancora più freddo, ma l’atmosfera è quella natalizia: luci, addobbi alberi inghirlandati, case da cui prorompe la gioia. Torno al bar. Inconsapevolmente la cerco, ma la mia attesa è delusa. Al tavolino non c’è nessuno ed anche dietro al banco è un uomo a servire i clienti. Pago un caffè ed esco in fretta, intabarrato per il freddo, con la macchina fotografica pronta al suo lavoro. Mi indicano il piccolo Museo: ultimo passaggio e poi si torna a casa di corsa. Se non ho fatto il Natale almeno vi passerò la fine dell’anno. Non credo che perderò molto tempo ancora. Ci vuol poco. La sala non è molto grande ed è vuota. Mi guardo intorno e … la vedo! E’ lì davanti a me, è da secoli immota e solenne, fanciulla e regina, attende e con orgoglio lo dice a tutti, lo mostra con la mano. E’ lì nella sua attesa, quella di tutti gli uomini, e guarda con dolcezza. E’ pura presenza, non ha bisogno di orpelli. Un giorno ha detto sì ed ora l’attesa si sta per rivelare. Ho le lacrime agli occhi. Le lacrime di chi vede il senso della vita. La fotografo. So che questa foto la terrò solo per me. E terrò Monterchi nel cuore. Ripercorro la strada e da una porta socchiusa di una casa, più luminosa delle altre, scorgo in tutto il suo splendore Marù con il bimbo in braccio. La sua attesa è finita.

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Piero della Francesca, Madonna del Parto, Monterchi
 
 

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L’ATTESA

di Marileda Suraci

Marion giunse in albergo in un freddo pomeriggio d’inverno .Era arrivata col treno alla stazione di Orleans alle 14 in punto. L’albergo, prenotato dalla sua compagnia teatrale, era a pochi passi di distanza e le sue due piccole valigie erano piuttosto leggere .Salita in camera da subito fu accolta da un confortevole tepore .Il caminetto era acceso e a pieno regime .Si sentiva felice .Felice e ansiosa .Ne aveva due buoni motivi. Il primo che l’indomani avrebbe debuttato in una commedia nel teatro di quella città .Solo un ruolo secondario, la sorella più piccola della protagonista. Ma era molto giovane, aveva solo venti anni e tanto tempo per fare carriera. Il secondo motivo era che di lì a qualche ora Stephan l’avrebbe raggiunta in albergo .Stephan! Lo aveva conosciuto a una mostra a Parigi la sua città .Era un pittore e i suoi occhi la catturarono all’istante .Dopo pochi giorni lui aveva detto di amarla .E alle 19 l’avrebbe raggiunta in albergo. La camera era calda e luminosa .Marion aveva posato le valigie a terra ,appoggiato il cappotto sul bracciolo della poltrona ,scalciato le scarpe lontano, una era rotolata capovolgendosi, poi cominciò a spogliarsi per darsi una rinfrescata .Guardò l’orologio, solo le 15.30..E’ ancora presto pensò .Forse è meglio che riposi un po’. Si avviò verso il letto perfettamente in ordine, il copriletto ripiegato con cura. Si sedette in maglietta coi piedi nudi. Qualcuno bussò alla camera .Si alzò di scatto, il cuore a mille, afferrò il cappotto sulla poltrona e lo indossò, aprì la porta .Il portiere le porse un telegramma. Lo prese e chiuse la porta ringraziando. Si sedette sul letto, lo aprì, le spalle curve, la testa china, i capelli sul viso, gli occhi sul foglio tra le mani. Lesse. L’attesa era finita.

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Edward Hopper “Camera d’ albergo 1931”
 

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SABBIA

di Carmelisa Nicolò

Sono giorni di sabbia
e vanno
uguali
nell’angolo disperso
del rimpianto
attraversando bolle
di cristallo
e vortici di tenebre
e scintille
Discendono

nel vuoto d’orizzonte
senza far peso
senza far rumore
sfuggenti come gocce
o come stelle
perse allo sguardo
che, sognando
muore
Sono giorni di sabbia

in una spiaggia
deserta
senza porto
e senza mare
difficile

comporre la ragione
difficile pensare
quando e cosa
ma attendere si può
che sia la vita

a ritrovare
il senso dell’attesa
l’alba
il tramonto
e la nuvola rosa

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JASPER

di Elettra Griso

<“Sarà l’anno della Magica Stella” – così dicono i segni del cielo e gli antichi profeti. Quando il cerchio di Luna passerà tra le grandi tenaglie di Scorpio, e i giganti di Giove e Saturno e il temibile Marte si uniranno danzando nel cielo, solo allora sorgerà la Magnifica Stella a guidare il cammino delle genti disperse. “E dal monte divino, che sovrasta superbo le regioni di Saba profumata d’incenso e di mirra, partiranno tre uomini (forse principi o re) a seguire la limpida scia”. Così disse l’antico Profeta. Sono qui. Sono solo. Sto in attesa che la Splendida Stella si sveli. Dopo un lungo cammino attraverso deserti assolati e sabbiosi, ho lasciato alle spalle la Vecchia Città dal vociare confuso e le luci abbaglianti delle fiaccole in strada. Sto seduto sul ciglio di questa radura ed attendo che giunga il momento di poter contemplare la stelle. Sono Jasper, il Magio, e predìco il futuro. Non mi lascio incantare dalle voci assordanti dei maghi che spacciano un vero sulle strade polverose e accaldate dei mercati d’Oriente: ciarlatani bugiardi, venditori d’inganni senza storia. Non ricorro a fumose alchimie per svelare il futuro: io studio le stelle. Stirpe antica é la mia, padrona del mondo, del sapere passato, presente e futuro. “E’ dal cielo stellato – cos’ dissero i Padri – che il Vero verrà”. Sono qui. Tutto tace ed aspetto che il Vero si compia. Questa notte – lo so – dalle strette radure del monte saliranno, sui propri cammelli, due uomini (forse principi o re), portatori di ori e di aromi. Siederanno con me. Poi la Luce verrà>.

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L’ATTESA

di Margherita Sposaro

Antonio passeggia alla stazione, inquieto, mani in tasca e passi distesi.
Mentre disegna traiettorie circolari con i piedi, piccole nuvole di fumo escono dalla bocca, appannando un po’ gli occhiali.
Continua a guardare l’orologio mentre aspetta la moglie Lisa.
Ad un tratto, a distoglierlo dai suoi pensieri, un cagnolino, con il collare attaccato al collo, gli scodinzola tra i piedi, abbaiando.
“Hey Napoleone, che ci fai qua da solo?”
In lontananza Antonio vede il suo amico Mario che corre con l’altro pezzo di collare in mano: “Mi è scappato dalle mani! Ha rotto pure il collare! Oggi aveva voglia di correre.”
“Ciao Mario! Per fortuna l’ho trovato io e non qualcuno che voleva rivenderselo al mercato nero .” Dice Antonio ridendo, mentre saluta l’amico.
“Come mai alla stazione?”
“Aspetto Lisa, è andata a fare una visita medica. L’ha accompagnata sua sorella, così io ho evitato di perdere giorni di lavoro.”
“I soliti controlli?”
“Si, solo che oggi mentre parlavamo si è spento il telefono e non si è più riacceso. È da un po’ che mi da problemi, devo cambiarlo. In negozio non ho più il fisso e quindi non siamo riusciti a comunicare. Sai com’è, l’attesa logora. Cinque minuti prima vedi il bicchiere mezzo pieno e dopo un po’ butti tutta l’acqua nel lavandino.”
Mario sorride, Antonio ha sempre la battuta pronta, anche nei momenti difficili…che invidia!
“Andiamo al bar?”
“Ti ringrazio ma il treno di Lisa sarà qui a momenti, stranamente puntuale.”
“D’accordo, allora io vado. Fra poco dovrebbero portarmi a casa il regalo che ho ordinato su internet per Gioia. Ha scritto la lettera a Babbo Natale. Appena arriva il pacco lo devo nascondere, non si deve accorgere di niente.”
“Prendi la slitta che arrivi prima.” Dice Antonio ridendo mentre abbraccia l’amico.
Un’improvvisa folata di vento scompiglia i capelli di Antonio e gli spanna gli occhiali.
A passi distesi si avvicina al binario, il treno è arrivato, l’attesa è finita.

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Primo laboratorio di scrittura creativa on line, Novembre 2020, tema: I LIBRI

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di Rosaria Puntillo

I nostri libri! Ne siamo sommersi. Non sappiamo più dove metterli : nelle nostre librerie sono in doppia fila, uno sull’altro, e poi sui comodini, sui tavoli da lavoro, sui divani…Perché ci sono tanto cari e non vogliamo privarcene? Perché sono così importanti? Che cosa è un libro? Cosa cerchiamo nelle sue pagine?
Ci sono libri di riferimento che leggiamo e rileggiamo: in essi scopriamo il senso della nostra vita. Altri sono vecchi amici che ritroviamo dopo qualche tempo. Ci sorprendono, notiamo in loro nuovi aspetti. Il più delle volte sono incontri scelti in modo casuale. Ma in tutti cerchiamo qualcosa che parli di noi a noi stessi, ci apra nuovi mondi, crei suggestioni nel nostro animo, faccia rivivere i ricordi sopiti. Noi che amiamo leggere, sappiamo quanto i libri ci abbiano formato e quante emozioni ci hanno fatto provare. Vogliamo raccontarlo? Se lo meritano.

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CECILIA

di Vincenza Dascola

Cecilia era appena rientrata da Barcellona dove si era esibita al violino, all’esterno di una splendida terrazza del Museo dedicato a Picasso.

Per rilassarsi a casa si dedica a mettere ordine nella cassapanca ereditata dalla mamma.

Tra le fotografie dei nonni e tra le cartoline ingiallite provenienti dall’America e dalla Turchia, trova alcuni libri appartenuti ai nonni.

Le venne in mente che il nonno le diceva che i libri vivono in attesa del momento in cui finiranno nelle mani di chi è capace di scoprirne la magia.

I libri scovati dentro la cassapanca erano stati gli amici dei suoi nonni e la Storia che raccontano era stata vissuta dai suoi nonni.

Raccontano un passato racchiuso tra le pagine della Masseria delle Allodole di Antonia Arslan.

I suoi nonni si erano conosciuti a Istanbul dove i loro genitori erano emigrati per fare parte delle maestranze provenienti da tutta Europa impegnate nella costruzione della linea ferroviaria Berlino- Istanbul-Bagdad che durante l’Impero austro-ungarico rappresentò un capolavoro di ingegneria ferroviaria .Artigiani ed ingegneri che lavoravano al cantiere delle ferrovie ,istituirono un piccolo quartiere europeo nella parte asiatica di Istanbul.La convivenza tra la gente dell’impero ottomano e la gente proveniente dall’impero austro-ungarico facilitò i rapporti tra i due imperi e la ricaduta di questa pacifica convivenza è nella Storia della famiglia di Cecilia. I suoi nonni avevano  vissuto il famoso incendio di Smirne del 1922 ed il nonno le aveva raccontato la crudeltà di quella guerra greco-turca che sembrava volere bruciare la speranza di una vita nuova per il popolo dei greci di Anatolia.

Per questa  ragione le era particolarmente caro il libro di Antonia Arslan “La strada di Smirne” che racconta lo sterminio di tante famiglie armene.

Aveva ereditato dai nonni anche l’amore per i libri così matura l’idea di aprire una libreria insieme alla sua cara amica Alma. Trovano un grazioso locale all’interno del quale creano un piccolo angolo-salotto per  scambiarsi idee ,opinioni sui libri letti ,insieme ai lettori della libreria.

I lettori erano persone molto diverse tra loro, infatti la gente ama leggere per diversi motivi: per curiosità, per vincere la solitudine, per dimenticare ,per evadere dalla routine quotidiana per arricchire l’anima e il desiderio di conoscere, anche semplicemente per pensare.

Era molto piacevole incontrarsi e scambiarsi idee sui libri che leggevano, dava loro entusiasmo ed energie per affrontare con resilienza tanti aspetti del vivere quotidiano.

Osservando la fotografia del nonno aveva scorto in quel volto qualche tratto che le somigliava molto ,ma la più grande eredità che le aveva lasciato il nonno era la passione di leggere.

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RICORDI MILANESI

di Cinzia Simone

Era una gelida domenica di vento e nevischio su Milano, la donna imbacuccata in un pesante cappotto uscì dalla chiesa e s’imbattè nell’ennesimo mercatino di libri usati allestito nell’attiguo salone parrocchiale.
Disse tra sé e sé : “Darò soltanto un’occhiata, non comprerò nulla, ho già troppi libri. Meglio gli ebook che non occupano spazio!” ma già era consapevole di mentire a se stessa, chi voleva prendere in giro?
Il profumo invitante della carta l’attirò e la rapì. Scena già vista tante volte, sarebbe cambiata mai?
Uscì dal mercatino con un sacchetto pieno di libri, corse a casa col suo bottino, non sentiva più freddo, ignorava piedi e mani gelati, sul suo viso c’era il calore del sorriso.

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ANDIRIVIENI DI LIBRI

di Carmela Ferro

C’è un andirivieni, a volte, nella mia libreria.
Libri che arrivano, e non solo quelli acquistati da me, ma anche quelli aggiunti da apporti esterni (“Carmela, ti volevo regalare questo libro”, o “ce l’hai questo? leggilo prima tu…”).
Altri vanno via in prestito, talvolta non tornano più e va benissimo così.
Ma ce n’è stato uno che nel giro di queste migrazioni, ha una storia per me davvero speciale. Il libro è ” Il filo del rasoio” di S. Maugham.
Me lo ritrovai tra le mani che ero ancora ragazza, e non so come era approdato a casa mia. I miei familiari, interrogati, non ne sapevano nulla. L’edizione non era tanto recente. Mi incuriosí e decisi di leggerlo…

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ADELE

di Rita Iaria

Adele era sdraiata sul letto, quando mi vide entrare nella stanza come al solito fu subito festa. I suoi occhi brillavano, ma dalle sue labbra sgorgavano solo brandelli di parole, l’ictus della notte precedente era come se le avesse accartocciate, sbrindellate, lasciandole in bocca avanzi di vocali e consonanti arrugginite. Ferma sulla soglia immaginai le sue braccia sollevarsi verso di me nel consueto gesto dell’abbraccio quindi intimorita, lentamente mi avvicinai al suo letto e mi sedetti accanto a lei. Il suo respiro era pesante, affannato, era molto agitata, con gli occhi sgranati e disperati mi faceva cenno di prendere un vecchio libricino che stava lì appoggiato sul comodino, voleva le leggessi qualcosa . Sfogliavo quelle pagine leggendo qua e là versi delle sue poesie, ma il suo sguardo sempre più irrequieto e impaziente mi diceva no, no, cerca, cerca ancora, coraggio. Desiderio d’infinito, lessi infine. S’acquietò. Mi guardò intensamente, poi chiuse gli occhi per ascoltare. Tra le lacrime continuai : “Cos’è quel desiderio d’ infinito, che muove il mondo in un ebrezza folle?” Il mistero a scoprir dell’universo, che fa l’angoscia dell’anima in tormento. D’improvviso fu come se quelle parole scritte tanto tempo prima su vecchie pagine ormai ingiallite riprendessero vita, in un flusso leggero scorrevano da lei a me attraversandoci, poi volteggiando presero a volare nella stanza, in una magica girandola uscirono libere dalla finestra socchiusa .

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DOLCI LETTURE SERALI

di Elettra Griso

Si accoccola sui cuscini dopo avere trasportato con molto impegno una grande quantità, coloratissima e disordinata, di libri che sparge su tutto il lettino. Non mancano i biscotti, quelli che scrocchiano in bocca come le ghiande dello scoiattolo Bobo che vive nella foresta incantata di Bubu’. Ed anche, nascosto tra le pagine de ” Il libro delle maraviglie”,  il dolcetto alla mandorla con la ciliegina dello stesso colore del pesciolino Jimmi che ha imparato a nuotare da poco, con grande fatica, perché a lui invece sarebbe piaciuto molto volare. La scelta della lettura serale è casuale: a volte dettata dal colore della copertina, a volte dal numero delle pagine,  mai di un solo libro . Dopo si arrampica velocemente sul lettino, si accoccola, morde il biscotto e si distende sgranando gli occhi nell’attesa delle parole magiche “… In un paese lontano, lontano… ” mi interrompe. “Leggimi tante storie, nonna, anche quando dormo”.

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IL PROFUMO DEI LIBRI

di Giuseppina Catone

Il profumo dei libri è come la “madeleine” di Proust, ti entra nelle narici e non lo dimentichi più: quel profumo rimane nella memoria del corpo e risveglia quella della mente.

Lo so bene, diventa un fatto quasi fisico annusare i libri e ritrovare in quegli odori noi stessi.

Non ho più tanti libri di quando ero bambina, ma due in particolare, li riconoscerei al buio ed anche ora se ci penso ricordo il loro profumo: edizioni Mursia, preistoria.

Ricordo bene il piacere che provavo quando ricevevo in dono un libro, il gusto di scartare il pacco e di scoprire un mondo nuovo che si apriva, una ricchezza donata che si materializzava.

I luoghi incantati erano le librerie, quando a Reggio ce n’erano tante ed entravi in punta di piedi, cercando di trovarvi il segreto, la chiave di volta verso la felicità.

Oggi i miei libri sono mille e mille, sono tanti, forse troppi, ma per ognuno di loro potrei ricostruire le circostanze e il periodo in cui li ho acquistati, letti e, spesso, condivisi. Sono pezzi di storia, da cui riaffiorano come per magia persone ormai lontane, amori finiti, speranze, sogni: richiamano estati assolate in riva al mare, inverni freddi sotto le coperte a gustare, insieme ad una tazza di tè, le ultime pagine dell’ultimo libro acquistato.

Certo molti libri si dimenticano, di alcuni ci si chiede perché mai li abbiamo comprati, altri ci disturbano, decisamente non ci sono piaciuti. Come con le persone anche con i libri siamo selettivi: incontriamo tanta gente nella vita, non tutti si fermano con noi, molti passano e scompaiono alla vista e se li incontriamo ci chiediamo cosa avevamo in comune. Ma quelli che eleggiamo come amici e fratelli, quelli che hanno le chiavi per leggerci dentro, quelli restano con noi per sempre. Anche i nostri libri, nostri amici fraterni, nostri amori adolescenziali o maturi, ci leggono dentro e non possiamo staccarci da loro, da quel profumo che è vita.

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L’ALTRA CONOSCENZA

di Vittoria Mallamaci

Da sempre i libri per me sono stati gli amici di viaggio più cari

ovunque nelle stanze vado, a portata di mano, sul comodino,

nello sgabuzzino, sul marmo in cucina, nel corridoio, sulla scrivania,

nella libreria, sul mobile in bagno mi aspettano, per essere letti

e riletti, secondo la necessità che ho al momento di comprendere. 

Per ogni periodo della vita i libri, per me, sono stati e sono

l’altra conoscenza che mi aiuta a leggere, a scrivere, a riflettere,

a crescere e a tessere coi fili e le parole, arazzi di svariati colori. 

Dai libri ogni giorno leggendo ne traggo la linfa vitale

quella che allo spirito mette le ali

e alla mia persona dona forza e vigore, 

per stare  in buona compagnia, ovunque mi trovo.

I  libri da me preferiti sono quelli, che in me smuovono

la ruggine delle porte e alle mie incertezze 

ne confermano il pensiero

e quelli che con empatia tutto d’un fiato  leggo

perché l’anima non vede l’ora di conoscere l’epilogo finale.

Oggi più di ieri  amo  leggere per distrarmi dal nemico  invasore,

 che da mesi ci tiene col fiato in sospeso

e per risentire voi care Pietre, a riscoprire insieme, pur se virtuale,

quella bella intesa di sguardi e di parole, che si era creata tra di noi

e ad ogni nostro incontro ci scaldava il cuore.

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STRINSI QUEL TOMO A ME

di Francesca Chiara Siclari

“Strinsi quel tomo a me come se fosse l’ultimo dei miei tesori, il bene più grande e prezioso che esisteva sulla terra. Di botto mi resi conto dei motivi che si nascondevano dietro il mio gesto: nei libri le mie paure potevano essere battute proprio come fa Eowyn che nel “Signore degli Anelli” sconfigge, con l’aiuto di Merry, il Re Stregone di Angmar. Compresi che, in fondo, le mie erano paure fatte di sogno, effimere, leggere, diafane proprio come tali erano i fantasmi e i mostri  protagonisti degli scritti di Edgar Allan Poe. Potevano essere vinte: questo era il grande messaggio che mi lasciavano quei libri con cui avevo trascorso tante piacevoli ore. Inoltre in essi vi era amore, amicizia, nobiltà d’animo e altri grandi valori e virtù dell’animo umano. Bastava sfogliarli per accorgersi del fatto che l’eroe poteva essere l’uomo della strada, chiunque di noi: l’unica cosa che occorreva per compiere grandi e magnificenti azioni era la purezza di cuore e il coraggio. I libri, i miei inseparabili compagni di viaggio, mi hanno insegnato tutto questo.”

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I LIBRI E MIO PADRE

di Laura Curatola

I libri mi hanno inseguito nella mia vita, o forse sono stata io a braccarli, bramarli. Libri in tasca, nella borsa del mare, nel letto, ovunque. Consolazione, riparo e guida. Tutto quello che forse cercavo altrove e non ho trovato. I libri e mio padre. Le sue librerie di libri catalogati a mano, libri di 200 lire, voglia di sapere tutto e di partire, mio padre, voglia di andare via. La prima pagina dei libri con il suo nome e la data, e le sue impronte anche ora che sono miei, perché li ho portati con me ora che lui non c’è più. Perché anche i libri hanno bisogno di noi e di non stare soli. E poi, tra tutti, quel suo libro di Berto- Il male oscuro- quello che mi ha permesso di capire tante cose, di attraversarmi, di scoprire, ragazza, che l’angoscia non era solo mia, non era un marchio, ma una compagna di ogni uomo. Un libro senza punteggiatura, se non qualche rara virgola qua e là ed i punti, con periodi enormi che ti lasciano appeso lì, con il fiato sospeso. Porto sempre con me le parole del finale, quando il protagonista ha ormai setacciato tutta la sua vita, la sua nevrosi ed il rapporto difficile con il padre, e così conclude: ” .. insomma ciò che conta è raggiungere una serena valutazione di sé stesso nei confronti della realtà, cosa più facile da dire che da fare dato che velocemente cambiamo noi e insieme ovverossia  contemporaneamente cambia anche la realtà la quale è costituita poi da infinite cose in perenne mutamento e inoltre da alcuni miliardi di individui ognuno in rapida trasformazione e impegnato a correre dietro alla sua mutevole realtà, sicché questo mondo sarebbe una bella girandola di pazzi se non intervenisse l’arte del compromesso che sarebbe poi la rinuncia alla pretesa di fare cose perfette che come è noto non sono di questo mondo e facilmente neppure dell’altro, sicché tutto quello che devo fare è estendere l’area del compromesso nel senso che non devo pretendere troppo da me né dagli altri e quanto al capolavoro lo rimanderò ad epoca migliore…”

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CHIUSURE

di Maria Iaria

Viveva, sempre, tra i libri, ma quei libri erano chiusi.
Chiusa era la sua fantasia, incapace di dischiudersi come facevano le siepi, i boschetti, le montagne, le piazze, le città, le case, le stanze nei libri tridimensionali, colorati e fantasmagorici, che andava sempre a guardare nel mercatino cittadino, dallo stralunato collezionista che li esponeva fiero.
Chiusa era la sua anima, pavida, che rifuggiva la discesa nel ventre della balena di certe pagine rotte, oscure, spietate e sincere.
Chiusi erano i suoi ricordi, che non squarciavano più da pagine scritte da uomini e donne lontani nel tempo e nello spazio, ma vicini nella trama di un vissuto che muove sempre, eternamente, nei confini di nascite e morti, affetti e conflitti, rimorsi e rimpianti, cose gridate e cose non dette, giochi e lacrime, sorrisi, abbracci, urla al cielo e urla contro il cielo, paure e speranze, attese ed eventi.
Chiuso era il suo cuore, linfa scarseggiante di luce, acqua e sole, dolorante per tutto, inosservato, pagina ingiallita di parole lasciate sbiadire.

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GENITORI D’INCHIOSTRO E D’AMORE
 “Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te la stanno perdendo”

di Patrizia Modafferi

 Carla aveva assistito tante volte a scene violente in casa sua e aveva ripetuto a se stessa questa frase come un mantra. Le aveva dato tanta forza rifugiarsi nell’ideale di umanità espresso da Kipling. Aveva sentito che poteva farcela a sopportare quello che accadeva intorno a lei. Quelle parole erano state un consiglio prezioso, un bastone a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Aveva trovato parole amiche per molti momenti bui che, purtroppo, si ripetevano nelle sue giornate.

Noi non ci conosciamo, penso ai giorni che, perduti nel tempo ci incontrammo, alla nostra incresciosa intimità [..] qualcosa c’è sempre rimasto, amaro vanto, di non ceduto ai nostri abbandoni, qualcosa c’è sempre mancato”
Anche per una storia d’amore sofferta e finita male aveva trovato la poesia consolatoria di Vincenzo Cardarelli.

Con l’aiuto di Pirandello aveva cercato di accettare l’incomunicabilità nei rapporti con gli altri: si era sentita spesso “come un mendico davanti a una porta” in cui non poteva entrare.
Cosa erano stati davvero i libri per lei? La mamma che non aveva avuto, il padre che le era mancato. Succede qualcosa di orribile però crescendo con i libri come genitori: si vive in un mondo parallelo che non esiste nella realtà. Si comincia a credere a qualcosa che prima o poi si scoprirà “di carta”. Nulla sostituisce il rapporto umano e Carla lo aveva capito. Doveva affrontare la verità, non rifugiarsi nei suoi genitori fatti di parole, fatti d’inchiostro e amore. Restava affezionata a quella sua famiglia speciale, ma continuava a cercare una vita vera, difficile , dura, sofferente, ma vera.

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VERA ED IL LOCKDOWN

di Maria Bambace

La notizia del lockdown era già nell’aria da alcuni giorni verso fine febbraio di quest’anno, Vera avendo incontrato una cara amica che vedeva spesso, si era fermata a chiarirsi le idee: sarebbe stato tutto chiuso, tranne gli alimentari e le edicole, per il resto serviva un’autocertificazione per giustificare uscite diverse. L’amica abituata a fare lunghe passeggiate ogni mattina, era disperata “come passerò il tempo, le giornate saranno lunghissime, mi annoierò a morte.” Vera , tornata a casa dall’edicola, programma la sua “clausura”, non si sente disperata, ci saranno i libri a tenerle compagnia . Trascorre i primi giorni a rimettere in ordine le varie librerie, mette in bella evidenza i libri che avrebbe voluto leggere già da tanto, ma motivi vari glielo avevano impedito e da quel giorno, dopo un breve tempo dedicato alla cura della casa e del pranzo , poi quotidianamente ci sarebbe stata lettura, lettura e poi lettura a cui finalmente si sarebbe potuta dedicare senza venir meno agli obblighi che fin da piccola l’avevano distolta dalla sua passione. Vera, infatti, dopo una fase dell’infanzia in cui illustrava i libri alle bambole, una volta imparato a leggere avrebbe voluto dedicarsi alla lettura, ma il nonno, tanto amato e ormai vecchio la voleva accanto a sé, dicendole che i suoi racconti di vita vissuti erano preferibili alle storie inventate dei libri. Infatti, lui che per mestiere commerciava fichi, mandorle e vino, spesso nelle prime ore del mattino, nelle zone più impervie, a piedi e con un asino a portar la soma, doveva “regalare” parte del suo carico a gente che viveva del lavoro altrui, per poter continuare il viaggio . Quindi, Vera sin da piccola, viene a contatto con il concetto di sopraffazione e ribellione , concetti che poi avrebbe trovato sviluppati nei libri. Altre volte il nonno poco propenso a parlare, la voleva per giocare a carte e ammazzare la noia. Vera a malincuore lasciava il libro che l’aveva catturata con le storie degli dei e degli eroi di un mondo lontano, e anche se odiava le carte, odio che le è rimasto anche da adulta, per amore giocava con il nonno, ma tirava un sospiro di sollievo quando il nonno si appisolava e lei tornava a immergersi nelle avventure che la riportavano lontano in un mondo magico. La morte del nonno è il primo dolore per Vera ormai adolescente, che si volge ai libri con più accanimento e nella loro lettura trova conforto. Ed ecco che al nonno si sostituisce la mamma, che durante le vacanze estive le mette in mano il ricamo per confezionare il corredo. Se mamma faceva i lavori più impegnativi e delicati, Vera poteva eseguire l’orlo a giorno, il gigliuccio, il punto croce e il punto assisi. Quindi se la maggior parte del tempo lo dedicava al ricamo, alla lettura poteva dedicare scampoli la sera, rinunciando al sonno. Memore di queste norme, le aveva rispettate anche durante il periodo lavorativo, quando la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti e gli altri obblighi burocratici, rimandavano la piacevole lettura dei romanzi alle vacanze. Finalmente, adesso può dedicarsi alla lettura tutti i giorni, senza dover interrompere sul più bello le storie avvincenti in cui si è immersa. In nessun giorno prova noia, le uscite per la spesa e il giornale fatte più in fretta possibile per tornare al libro o da finire o da cominciare sempre con la stessa curiosità e il desiderio di trovare in esso parte di sé. Ha sofferto con la famiglia Joad protagonista di FURORE nei primi giorni del lockdown, ha chiuso con dolore le pagine dei libri scritti sulla Resistenza, dove giovanissimi venivano trucidati, condiviso la sofferenza di Violette per la morte della figlia Lèonine, ma anche fruito della saggezza di Sasha. Insomma, provvidenziale il​ lockdown se Vera in quei giorni ha potuto totalizzare la lettura di tanti libri, alcuni dei quali ha chiuso, alla fine, molto a malincuore perché i personaggi erano diventati parte di lei. Se è vero che talvolta non siamo noi a scegliere il libro, ma è il libro a scegliere noi, leggere e soffrire per i protagonisti di carta era un modo come condividere il dolore delle migliaia di Italiani morti per la pandemia da Covid 19.

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ROSA

di Rosaria Puntillo

A volte le vengono in mente luoghi della sua infanzia a cui di solito non pensa,  e  figure anche secondarie di quel tempo. Si sofferma un po’, ma  riunire tanti fili alla ricerca di sensazioni che ormai appartengono ad un altro tempo, non è facile e forse, in fondo, non le va. E’ avanti con gli anni e le piace pensare ai nipotini che le stanno vicini. Si lascia cadere in poltrona. Del resto è sempre stata un po’ pigra.- “Stanca – le viene in mente- non pigra.”- La circondano cose che lei ha scelto nel tempo. Lo sguardo si posa sul tappeto che raffigura con colori ora tenui ora vivaci l’albero della vita e poi  vaga sulla libreria, -“Ci  sarà un po’ di polvere su quei libri.”- pensa.  Ha preso le distanze anche da loro, legge di meno, ma  li riconosce dal dorso e dal colore delle copertine.  Di alcuni ricorda la trama, il  perché li aveva comprati, quando ad un tratto, quasi sorpresa, sì, li aveva dimenticati, intravede quel verde, in  fondo, nell’ultimo scaffale vicino al muro. Una pianta messa  davanti  li copre alla vista. Sono i libri verdi di quand’era bambina.  Si alza, li prende, li sfoglia. Hanno poche tavole colorate, ma una volta bastavano per far correre la fantasia. Favole ,romanzi , avventure.  Le emozioni ritornano vive con il ricordo del padre che regalava i libri a lei e ai suoi fratelli . Era molto affettuoso e la sera leggeva per loro. Con lui si poteva parlare degli eroi e del loro modo di agire, ma anche dei protagonisti di altri libricini come quello del bocciolo di rosa o del bambino sempre scontento. Al momento opportuno adattava le parole lette al comportamento dei bimbi. “Rosa bella, sii modesta…” ridacchiava contento. Le torna in mente anche la poltrona rossa dove il padre si sedeva per leggere e per ascoltare la radio. La madre intanto rassettava in cucina. Durante il giorno era lei che seguiva le loro letture.  Il tono della sua voce le giunge chiaro e rivede gli occhi vivi e cari. Fu proprio lei, era già nonna, a suggerirle di leggere il Signore degli anelli.  Le immagini del tempo passato si susseguono riscoprendo parole, visi, legami tra le parole di quei giorni e i pensieri dell’oggi. Quanta attenzione! Che tenerezza e amore nello scegliere quei libri.  Guarda  le copertine: una volta erano in seta verde , adesso sono lise. ” Come ho potuto dimenticare questi libri,  trascurarli  così?” Le hanno dato tante emozioni, la possibilità di sognare, il piacere rassicurante di una voce che raccontava a luce spenta.
Vuole  tornare indietro: nessuna immagine o  parola di allora si deve perdere.  Formano la trama della sua vita , nessun filo si deve spezzare o lasciare uno spazio vuoto. Non riesce a ricordare quando Babbo Natale le portò quel dono. L’aiuteranno  le foto di quelle lontane feste. Eccole: ai piedi dell’albero, tra  bambini gioiosi ci sono i libri verdi in primo piano, ma anche i libricini colorati del bambino  imbronciato e del piccolo fiore.  Suo padre la chiamava Rosa.

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IL DOTTOR BOOK

di Margherita Sposaro

Il dottor Book è spesso indaffarato. C’è quasi sempre la fila dietro la porta del suo negozio. In realtà, più che un negozio, è una via di mezzo tra una biblioteca ed uno studio medico. All’ingresso c’è la preziosa segretaria a fare da filtro. -Buongiorno, che problema ha? – -Insonnia, soprattutto quando sono molto stanco. – -Non si preoccupi, il dottore la saprà consigliare al meglio. Vedrà che la prossima volta ritornerà per chiedere un libro che le tolga qualche ora di sonno di troppo! – Risponde sorridendo Winnie, che compila per ciascuno una scheda con i sintomi da lenire, che va esibita al cospetto del dottore. Quest’ultimo, dopo aver accolto tutti con un gran sorriso, li osserva attentamente attraverso i suoi occhiali comprensivi, posseduti soltanto da chi ha ottenuto la laurea a pieni voti presso la facoltà di scienze della sensibilità ed empatia. Dopo aver letto la scheda e fatto due chiacchiere con l’avventore/paziente, il dottore lo indirizza verso il settore della biblioteca a lui più appropriato. Ciascuno di questi settori è affidato ad un assistente, al quale bisogna mostrare le ricette prescritte dal dottore. A qualcuno viene prescritto un titolo preciso, a qualcun altro, invece, di vagare per la biblioteca lasciandosi attrarre da un colore, da un titolo o da un odore particolare. C’è chi ha bisogno di leggerezza, di libri che abbiano come pagine dei tappeti volanti sui quali salire senza zavorre, e a chi serve un libro da legare al piede come un mattoncino, per non stare troppo con la testa fra le nuvole. Piccole mongolfiere monoposto sono messe a disposizione dei clienti, per raggiungere gli scaffali più alti della grande biblioteca. A Mary, per esempio, piace leggere ad alta quota, a volte viene richiamata dagli assistenti: – Mary, andiamo, vieni giù, stiamo per chiudere! – – Si, l’ultima pagina e scendo! – Andrew, invece, preferisce la poltrona comoda, con il poggia piedi. A volte si presenta alla porta qualche scettico, di quelli che usano i libri solo per mettere in pari i piedi dei mobili. Vogliono sconfessare il dottore, presentandosi con aria di sfida. Con questi soggetti, il dottor Book, parte con delle prescrizioni soft, per poi rincarare la dose gradualmente. La maggior parte ritorna, senza dare troppa soddisfazione, però, usando come pretesto il fatto di passare di lì per caso o l’aver dimenticato qualcosa.​

C’è poi la vetrina delle grandi occasioni, dove si trovano spesso sconti del 50% per libri prescritti a chi ha brutti pensieri ricorrenti o non riesce ad elaborare un lutto o comunque una grave perdita. Per chi volesse un primo consulto on line gratuito, l’indirizzo di posta elettronica è: info@nonperderequestaoccasione.com.

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Laboratorio di scrittura creativa di Gennaio 2020 sul tema PRENDERSI CURA

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VERA

 di Maria Bambace

Di solito gli uomini tendono ad essere egoisti, perché la vita è breve, nessuno ridarà loro i momenti perduti che devono vivere per sé. Ma una vita così soddisfa? Vera non condivide questo modo di pensare e allora ecco che si prende cura di  tante persone e di tante cose.

Appena alzata si prende cura del marito a cui prepara il caffè e la colazione e trova piacere a dividere una mela o un mandarino con lui. Poi prepara il pranzo e a questo punto si prende cura di sé, il tempo adesso è tutto suo; può leggere, può studiare immergendosi nel pensiero dei Grandi.

Se fa un giro in casa, guarda con attenzione le piante: qualcuna ha una fogliolina da togliere perché secca, le orchidee hanno le gemme turgide pronte ad aprirsi, la signora del panificio ha perso un figlio giovane e ha bisogno di una parola di conforto. Le lapidi dei  suoi cari devono avere la giusta cura, cambio dell’acqua nei vasi, selezione dei fiori ormai appassiti.

Arriva il pomeriggio, dopo un breve sonnellino, il nipote ha una lezione di Italiano da fare e Vera si prodiga al telefono per tutto il tempo che serve.

Spesso la sera Vera confronta le giornate della sua matura età con quelle della sua

giovanissima età, quando aveva due figli da crescere, guidare, accompagnare nelle varie attività e si accorge con grande soddisfazione di essersi prodigata sempre e di aver vissuto una vita intensa fatta di tante piccole gioie, anche se talvolta appannate da qualche dolore.

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RESPIRO D’AMORE 

di Rita Iaria

–  Mamma,Denise aspetta un bimbo!-

   L’aula prese a roteare davanti ai miei occhi, mentre quelli degli alunni  diventavano sempre più grandi, spalancati raggiungevano il mio viso come per scrutarmi.
– Non ti preoccupare – risposi – stai tranquillo, che vuoi che sia. Insieme ce la faremo.-
La strada di ritorno da scuola, tutta in discesa, anche se tortuosa faceva comunque ben presagire.

-Oscar ha solo ventun anni – pensavo – un bimbo: ce la farà?-

Samuele venne al mondo velocemente e con i suoi occhioni azzurri sembrava dire: beh io sono arrivato, che si fa?
E tutto per lui si fece: il ragazzo, come per magia, divenne uomo, la ragazza donna.
Oscar lo portava con sé a studiare, nutriva, giocava con lui, capriole, baci, risate a piena voce. Come due bimbi si sfinivano l’un l’altro nel gioco.

Il papà bambino un giorno si addormentò, stanco, sul divano. Samuele gironzolava per la stanza, cercava invano di attirare la sua attenzione.Quando si accorse che il papà dormiva, ancora traballante sulle gambette, gli si avvivinò leggermente, gli diede una carezza e delicatamente lo baciò.

Il mio viso si riempì di lacrime. Non l’aveva svegliato, l’aveva solo coccolato – pensai.
Fui sicura, anche lui avrebbe avuto cura del papà. L’amore passa da un respiro ad un altro, all’infinito.
Questa volta era toccato a loro.

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SE IN BALCONE PIANTO UN GERANIO  

di Vittoria Mallamaci

Se in balcone pianto un geranio

e desidero cresca bello e rigoglioso

coi lucidi fiori, che guardano il cielo

a splendere col sole,

ogni mattina mi corre l’obbligo

di uscire in balcone a carezzarlo,

togliere di sopra i fiori rinsecchiti

con le morte foglie, innaffiarlo,

ogni tanto zappettarlo e concimarlo,

e lontano tenere i parassiti

con prodotti naturali.

Solo così nei giorni,

soddisfazione con la fioritura

potrà darmi.

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SQUARCIO CHE ABBAGLIA

di Giuseppina Catone

Il vento passa attraverso le finestre della casa. Non c’è nessuno per via, l’inverno fa scappare, fa rintanare davanti ad un fuoco, fa chiudere ogni contatto con il mondo. In quella casa, però, l’inverno entra portando il suo freddo, portando la solitudine.

   Ci sono due persone davanti alla tavola: sedute, con i gomiti appoggiati, sembrano due statue. La povertà li attanaglia e non c’è riparo al freddo, solo una coperta addosso ed un fuoco acceso che non serve ad altro che a riscaldare un metro di spazio. 

Una donna ed un uomo: altri tempi hanno vissuto in quella casa, altri sogni hanno mosso le loro vite. Adesso la vita si è ripresa quei sogni, ha lasciato vuote le loro mani, non si parlano quasi più. La casa ha sofferto con loro la mancanza di cura ed ecco perché il vento passa tra le finestre, trova strada.

    Fa freddo e lei comincia a battere i denti, a tremare; non ha più la possibilità di cambiare quella vita ora che la vecchiaia si avvicina. E lui tace, anche lui intirizzito. Si avvicina alla finestra sperando di poter serrare meglio le imposte, di non far passare più quel gelo. Mentre è lì fermo, lo sguardo si posa su un lato della stanza dove intravvede qualcosa che sarà per lui uno squarcio che abbaglia: capisce che lei con le sue povere forze, sta prendendosi cura di una piantina, una piantina che vive grazie a lei, coltivata con amore e dedizione, strappata al freddo, segno di profondo rispetto nei confronti del creato. Capisce che lei la nutre con dolcezza, la protegge dal vento, le parla probabilmente.

   Ed ecco che un velo cade: è lui che ha lasciato passare il freddo ed il vento, è lui che non sa prendersi cura di lei.

Le si accosta piano e l’abbraccia e lei sobbalza a quel gesto inusuale. Poi comprende che anche l’inverno più cupo può passare e che ogni vento di tempesta si può placare se con quell’abbraccio, in due, insieme continueranno il cammino.

Anche la casa allora si risveglierà dal suo torpore, più curata, più calda, luogo di un amore che va oltre ogni misura.

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L’AMORE DI ANNA

 di Anna Maria Curia

Aveva sempre avuto un senso di protezione per i più sfortunati, i più fragili, i più deboli, ma la sua insicurezza l’aveva spesso bloccata lasciandole un senso di colpa e di rimpianto per le molte cose che avrebbe potuto condividere.

    Quando, negli ultimi anni cominciarono ad arrivare giovani africani e asiatici, fuggiti dalle loro terre “matrigne”, aveva provato, ripetutamente, a chiedere di essere inserita nell’organizzazione di qualche gruppo di aiuto ma, evidentemente, non c’era molta organizzazione. Le era però rimasto il ricordo dolce di una esperienza fatta molti anni prima presso una scuola di lingua inglese dove si era organizzato un corso per l’insegnamento dell’italiano a un gruppo di senegalesi che lavoravano al “mercatino” di giorno e, nonostante la stanchezza, sentivano il bisogno di crearsi una padronanza linguistica minima che li avrebbe aiutati a essere più liberi e meno incompresi.

   Cominciò così un bellissimo rapporto fatto di torte, affetto, riconoscenza e stima reciproca che cresceva ogni giorno di più. Non dimenticò mai quei due anni , quei ragazzi lavati e profumati per lei, con i loro quadernini e le penne sempre pronte in mano perchè anche sulla scuola poggiava la speranza per il loro futuro.

    Ancora oggi è normale incontrarli tra le bancarelle del “mercatino” perchè vivono in clan ed è sempre una gioia reciproca l’incontro con i loro occhi di velluto che emanano affetto e calore incancellabili costruiti insieme per caso forse.

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LA FORMA DEL MONDO

 di Patrizia Modafferi

– Me lo prometti? – chiese Marta con dolcezza.

– Tanto poi non lo faccio! – rispose suo figlio

– Ciò che conta è che tu ci creda davvero. Un adulto commette errori in continuazione. Pensa un po’ tu, che hai appena dieci anni.

– Così non vale però – ribattè il bambino – meglio non fare promesse! –

– Non puoi pensare di rinunciare adesso ad essere migliore. I tuoi difetti servono:  ti manterranno umile se saprai sempre vederli. Devi avere fiducia in te stesso, questo ti consentirà di crescere forte. Dovrai essere come le onde del mare che non si stancano mai di ricominciare, per provare ad andare sempre più lontano. Forse le onde sanno che poi torneranno indietro, ma ciò non le scoraggia e la loro costanza, la loro fiducia in se stesse cambia lentamente la forma al mondo intero.

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ABBRACCIATI
 
di Marileda Suraci
 
 
Cominciò a dimenticare
 
Quando era stanca.
 
Dimenticava le chiavi,
 
la borsa della spesa,
 
di spegnere il forno,
 
di comprare il pane.
 
Poi trovai i suoi occhiali
 
nel frigorifero,
 
le sue pantofole
 
nel mio cassetto.
 
Arrivò la diagnosi crudele.
 
Arrivò il giorno
 
che l’amore della mia vita
 
non sapeva più chi io fossi.
 
Mi guardava stupita
 
occhi spalancati
 
senza paura.
 
Abbracciati nel letto
 
le tenevo la mano tutta la notte.
 
Le dissi ti amo
 
fino all’ultimo.