Di Carmela Ferro

Con i contributi di: Franca Crucitti, Maria Bambace, Ylenia Arcorace, Tita Ferro, Maria Giglio, Mariolina  Panzera, Vittoria Mallamaci, Carmela Ferro.

 

Ed allora… coraggio. Affrontiamo anche questo sentimento “negativo” verso cui istintivamente proviamo un certo fastidio, che giudichiamo magari non del tutto consono a quelle “buone maniere” a cui quotidianamente cerchiamo di uniformare i nostri comportamenti… e che pertanto spesso, fintanto che ci riusciamo, censuriamo, educandoci a controllarlo o a reprimerlo.

Ma forse, come tutti i sentimenti, anche questo, talvolta così scomodo per chi lo esprime e per chi lo subisce, andrebbe riconosciuto, accettato, e manifestato nelle forme più opportune in rapporto alle diverse situazioni. Forse, come tutti i sentimenti, anche questo acquista un segno positivo o negativo solo in rapporto all’intenzione e alla forza che vogliamo immettere nelle relazioni personali e sociali. Perché la rabbia può diventare elemento di distruzione o fattore di cambiamento e di evoluzione, può implodere dentro di noi e farci stare male fino al punto di scatenare nel nostro corpo e nella nostra psiche malattie e disagi, o diventare elemento rivoluzionario e purificatore.

Nei rapporti personali però è spesso la donna a subire la rabbia e la violenza maschile, come indica la poesia “Colpevole” di Raffaella Amoruso:

“Forse

Il suono delle lacrime tue

È così soave

Eccitante

Arrendevole

Che giunge

All’orecchio suo

Come

Una sensuale melodia

Un invito.

Ogni sera ti colpisce

Più forte

Fino a che…

Le lacrime si mischiano

Al rosso del tuo sangue

E lui ne gioisce…”

Di solito la rabbia costituisce un elemento molto distruttivo soprattutto quando resta inespressa:

“Ero adirato col mio amico.
Dissi la mia ira, la mia ira finì;
ero adirato col mio nemico,
non la dissi, la mia ira crebbe.
E l’ho bagnata di timori,
notte e giorno con le mie lacrime,
e le ho dato il sole di sorrisi
e dolci ingannevoli astuzie.
Ed è cresciuta sia di giorno che di notte,
finché ha portato una mela luminosa;
ed il mio nemico la vide risplendere,
e seppe che era mia.
E penetrò nel mio giardino
quando la notte aveva velato il cielo;
nella mattina lieto vedo
il mio nemico steso morto sotto l’albero.”

(W. Blake)

…e covare nel nostro animo per anni, come avviene a Luca, personaggio di G. D’Alessandro, nel romanzo “Soli”:

“Luca era uscito con le guance in fiamme e il cuore che batteva come un tamburo, lontano dal suo corpo, in qualche buco nero della galassia… Non voleva incontrare anima viva, non era in grado di parlare neppure trenta secondi… non ingrani, giri a vuoto, ecco, sì non vai da nessuna parte; e dover fare cenno di no. Mentre era tutto vero. Da anni.”

 

 “Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. Lo dice Oriana Fallaci nel libro: “la rabbia e l’orgoglio”. Bisogna parlare, anche per esprimere rabbia, indignazione, protesta di fronte  alle sopraffazioni e ai soprusi

Oltre alle parole è la musica che esprime, forse meglio di ogni altro mezzo,  la rabbia, l’odio per le ingiustizie, l’amore per la libertà calpestata o per amici, compagni e fratelli oppressi, il lamento degli schiavi neri d’America come il dolore per le terre devastate e distrutte: il rap nei quartieri americani e nelle periferie di tutta Europa … narra storie quotidiane  di chi lotta per vivere, le storie di tutti coloro che hanno scelto di non arrendersi, e con una chitarra e una batteria provano a raccontare la loro esperienza.

Le canzoni di Fabrizio de André, le Canzoni della mala interpretate da Ornella Vanoni e da Toni Servillo sembrano riprendere la rabbia di Cecco Angiolieri e il suo urlo di protesta, “S’i fosse foco arderei ‘l mondo”.

Nella canzone di Francesco Guccini, Cirano de Bergerac sferza con la l’energia della propria rabbia le ipocrisie, la corruzione e la mediocrità:

 

“Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco”

 

A volte, invece la rabbia è proprio l’unica arma di cui gli oppressi dispongono per urlare la propria protesta contro le prevaricazioni del Potere. E ci sembra di vedere la folla di donne che sfilano come furie con accanto i propri bambini scalzi di fronte a un Marat “pallido ed enorme”, in un sonetto di G. Carducci nel “Ca ira”, di potente efficacia espressiva:

 

“Su l’ostel di città stendardo nero
—Indietro!—dice al sole ed a l’amore:
Romba il cannone, nel silenzio fiero,
Di minuto in minuto ammonitore.

Gruppo d’antiche statue severo
Sotto i nunzi incalzantisi con l’ore
Sembra il popolo: in tutti uno il pensiero
—Perché viva la patria, oggi si muore. —

In conspetto a Danton, pallido, enorme,
Furie di donne sfilano, cacciando
Gli scalzi figli sol di rabbia armati.

Marat vede ne l’aria oscure torme
D’uomini con pugnali erti passando,
E piove sangue donde son passati.”

 

Nella Sacra Scrittura troviamo esempi chiari sia di rabbia impotente che di giusta indignazione.

Rabbia impotente è quella dei farisei che digrignano i denti non potendo controbbattere le motivazioni presentate da Stefano: “Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata. All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano”(At 7,51). Giusta indignazione è quella di Gesù che scaccia i venditori dal tempio, ridotto da spazio sacro di incontro con Dio e spelonca di ladri. Rabbia è quella di Erode che, beffato dai Magi, fa strage di tutti i neonati di Betlemme, giusta indignazione quella del padre del prodigo nei confronti del figlio maggiore che rifiuta di entrare e prendere parte alla gioia di tutti; rabbia covata in cuore ed infine esplosa quella dei fratelli di Giuseppe che lo vendono ai mercanti perché sono gelosi della predilezione del padre nei suoi riguardi, giusta indignazione quella di Paolo nei confronti di Pietro che ha assunto un comportamento incoerente. “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi”.  Gal.

Nella quotidianità invece ci capita di arrabbiarci di fronte agli errori e  alle colpe, quasi sempre quelle degli altri, molto raramente le nostre. Ma Seneca ci spiega nel suo “De ira” che il saggio non si adira con chi sbaglia:

“Il saggio non s’adirerà con chi commette colpa: perché? Perché sa che saggi non si nasce, ma si diventa; sa che ben pochi, nell’intero arco della vita, riescono saggi, perché ha ben sondato la condizione del vivere umano, e nessuno, se è in senno, si adira con la natura. Che diresti, se volesse stupirsi che non pendano frutti dai cespugli selvatici? O che le spine ed i rovi non si caricano di nessun buon raccolto? Nessuno si adira, quando la natura rende ragione del difetto.

Quindi il saggio, tranquillo e sereno con gli errori, non nemico, ma censore di chi sbaglia, esce ogni giorno di casa con queste disposizioni: “Incontrerò molti beoni, molti dissoluti, molti ingrati, molti avari, molti esagitati dalle furie dell’ambizione”. E guarderà tutto questo con benevolenza, quanta ne ha il medico con i suoi pazienti.”

Sono addirittura sorte associazioni per aiutarci a vivere positivamente i sentimenti, anche quello dell’ira. Una di queste, che ha sede a Torino ci suggerisce:

“Cerca di PERDONARE prima di tutto te stesso per avere provato rabbia, per esserti sentito impotente, spaventato, ecc. Prendi uno specchio e guardandoti negli occhi ripeti: “Io ho fatto quanto di meglio sapevo fare in questa situazione e con i mezzi che avevo, cercherò di rimediare appena possibile, tutto ora è perfetto così com’è.”

 

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