Ripartono i laboratori di scrittura e lettura – Cosa, dove, come, quando.

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Anche quest’anno siamo pronti a partire con i nostri consueti laboratori di scrittura creativa e lettura consapevole. Saranno i momenti classici del nostro anno sociale, quelli durante i quali offriamo ai partecipanti l’opportunità di confrontarsi con la scrittura ed il piacere di esercitarla come strumento espressivo e di comunicazione con gli altri e nei quali la lettura diventi un momento di condivisione dell’esperienza che ciacuno di noi fa come lettore. Momenti classici, ma con formule nuove, dinamiche, tese alla costruzione di un percorso che – nel caso della lettura – approderà al nostro consueto Convegno, che quest’anno ruoterà intorno al tema “L’invisibile e il suo dove” – come rintracciare l’invisibile nella concretezza della vita quotidiana e come questa particolarità possa essere declinata dalla e nella letteratura attraverso tre grandi autori: Antoine de Saint-Exupéry, Elena Bono, Italo Calvino. Continua a leggere

Ripartono le attività delle Pietre di Scarto – Laboratorio di lettura su “Morte di Adamo” di Elena Bono

A Reggio Calabria, a settembre, ripartono le attività del nuovo anno sociale delle Pietre di Scarto che si appresta ad essere ricco di iniziative, di laboratori, di incontri. Un anno in cui crescere ancora e continuare a fare della passione per la letteratura un un ponte che unisca.

Il 19 settembre alle ore 17:00 presso la Villetta de Nava (accanto alla Biblioteca Comunale) inaugureremo ufficialmente il nostro anno sociale con un laboratorio di lettura aperto a tutti interamente dedicato alla raccolta di racconti Morte di Adamo della scrittrice contemporanea Elena Bono.

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Siete tutti invitati a partecipare portando con voi un brano che riterrete particolarmente significativo del vostro personale incontro con Morte di Adamo (massimo una pagina). Lo leggeremo e lo commenteremo insieme.

 

Elena

Quando compresi che ero stata chiamata a servire la verità attraverso l’arte dello scrivere, dissi a Gesù: “Bene, se così deve essere, fa’ che non scriva mai nessuna parola inutile” – Elena Bono

 

Per approfondire la biobibliografia di e su Elena Bono:

  • Elena Bono, La moglie del Procuratore (Marietti, 2015);
  • Francesco Marchitti (a cura di) Quando io ti chiamo. Invito alla lettura di Elena Bono (Marietti, 2015);
  • Elena Bono, Poesie. Opera omnia (Le Mani, 2007);
  • Sito ufficiale dedicato a Elena Bono;

Una selezione delle sue poesie può essere letta qui:

 

 

 

La follia è una storia d’amore. Riflessione sui pazzi attraverso la letteratura

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di Romina Arena

“Conosco bene quanto sia malfamata la pazzia anche tra gli individui più pazzi; eppure il fatto sta che, proprio io sola, rallegro con il mio divino potere di dèi e gli uomini”. Così la pazzia esordisce in Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam. E’ lei che parla, che indaga e che si scruta e scrutandosi ed analizzandosi non fa altro che scrutare ed analizzare le reazioni degli uomini davanti a se stessa. “[…] appena mi presentai a parlare dinanzi questo così numeroso pubblico, subito le facce di voi tutti si rischiararono di una luce del tutto nuova e insolita, subito spianaste la fronte e piacevolmente applaudiste con un riso davvero pieno di allegria” – dice agli uomini che la ascoltano.
La prima reazione che si ha davanti ai pazzi, a quelli che hanno – come si dice – una rotella fuori posto è di divertimento. Nell’apparente sconclusione del matto alberga il seme della goliardia e dello spasso. Uno stigma – la follia – al quale si guarda con goffa compassione. Il matto è un insolito che spezza e frantuma la debole convenzione sociale della normalità. Fà e dice cose strane, compie gesti convulsi, segue una sua personalissima geometria. E’ ingestibile nella sua esuberanza fisica e verbale. Il folle è chi ha deciso di disubbidire a regole prefissate, che è radicalmente convinto della bontà e della sensatezza della propria vita. Il matto è un mondo inespresso. Come cantava Fabrizio De André: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”. I loro registri espressivi ci sfuggono, fatichiamo a penetrarli, ci appaiono oscuri ed incomprensibili. Come quelli di Frank Drummer in Antologia di Spoon River, di E.L Masters, scambiato per idiota perché incapace di comunicare il suo universo interiore

Fuori di una cella in questo spazio oscurato
la fine a venticinque anni!
La mia lingua non poteva pronunciare ciò che s’agitava in me,
e il villaggio pensava che fossi un idiota.
Pure al principio v’era una visione chiara,
un alto e urgente proposito nella mia anima
che mi spingeva a cercare di imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Alda Merini diceva – parafrasandola – che la normalità è per chi è privo di fantasia. Abbiamo maturato l’abitudine ad una normalità che non ammette la bizzarria. L’uomo che va in giro coi pantaloni gialli e le scarpe rosse, con un borsalino contornato di piume di pavone, sotto il naso un paio di baffi folti e spioventi che fanno un’unica cosa con le basette, le dita intasate di anelli vistosi e la giacca patchwork di tutti i colori che possano venirci in mente lo classifichiamo subito come un individuo bizzarro al quale certamente mancherà un certo grado di centratura psichica che gli permetta di vestire in modo consono. Ecco, qual è questo modo consono, cosa o chi stabilisce cosa sia consono, cioè opportuno, cioè morale? La normalità ha scalzato la bizzarria. Abbiamo perso la misura della varietà del mondo e con essa stiamo perdendo la fantasia. I pazzi stanno lì a ricordarci che esiste una policromia che il nostro daltonismo sta sottovalutando; una poliedricità di messaggi a cui il nostro vivere di corsa, indifferente, egocentrico ed egoista non fa più caso. Coi loro algoritmi tutti personali, sono il manifesto vivente che celebra questa fantasia. E rivendicano il diritto al loro mondo su misura. Dovremmo farlo tutti. E dovremmo imparare l’insegnamento cruciale di Alda Merini: distinguere i matti che “son simpatici” ed i dementi “che son tutti fuori, nel mondo” e simpatici non lo sono neanche un po’.
Sono anche coloro che riescono a vedere oltre, che riescono a decifrare quei canoni su cui fondare la convivenza giusta tra gli uomini. Sono quelli che conoscono l’amore e che lo custodiscono. Malgrado tutto. Nel racconto lungo Il sogno di un uomo ridicolo Fëdor Dostoevskij ci racconta la storia di un uomo che da sempre è convinto di essere ridicolo. E oltre che ridicolo è convinto di essere inadeguato ed in ragione di ciò e dell’indifferenza che crede di provare per qualsiasi cosa decide di uccidersi. Nell’atto di togliersi la vita, però, piomba in un sonno profondo e sogna. Sogna un mondo che vive nell’idillio, nell’amore e nella comprensione corrotto da sentimenti negativi e di prevaricazione. Un mondo nel quale homo homini lupus. Risvegliatosi comprende che si può combattere l’indifferenza comportandosi con gli come si vorrebbe gli altri si comportassero con noi, predicando gentilezza e compassione. In una parola: amore indistinto per ogni essere senziente. Ma in un mondo iperindividualista nel quale regna la diffidenza ed il sospetto chi predica morali alte passa facilmente dall’essere considerato ridicolo all’essere dichiarato pazzo perché vende messaggi sublimi ad acquirenti che non sanno che farsene.pazzi
E di loro, dei folli, della loro presenza disturbante che aggredisce i difetti di una morale posticcia, allora, che farsene? Li si rinchiude. Lontano, dove non diano fastidio. Fuori dalla portata degli occhi, dietro sbarre fitte, legati a letti rosi dalla ruggine. Dimenticati per sempre in blocchi di cemento isolati. Il Reparto n. 6 di Anton Čhecov è una struttura di quelle, costruita a latere dell’ospedale, fatiscente e data in custodia a Nikita, un militare manesco e ladro che picchia gli ammalati e li deruba degli averi e del cibo che spetterebbe loro. A gestirla è il dottor Andrej Efimyč, dal carattere molle e dall’indole pavida. Mentre la psichiatria fa progressi nella gestione e nel trattamento dei pazzi, il Reparto n. 6 rimane un abominio di cui lo stesso Efimyč è consapevole. “[…] sa benissimo che, di fronte alle concezioni e alle tendenze contemporanee, un’ignominia come il reparto n. 6 è possibile unicamente a duecento miglia di distanza dalla ferrovia, in una cittadina dove il sindaco e tutti i maggiorenti son borghesucci semianalfabeti, agli occhi dei quali il medico è uno stregone a cui bisogna credere senz’ombra di critica, anche se vi versasse in bocca dello stagno fuso; in un luogo diverso da questo, pubblico e giornali avrebbero già da un pezzo mandato in frantumi quella miserevole Bastiglia”. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Lontano da una presa di coscienza, i pazzi sono bestie ammansite con l’elettrochoc ai quali – come nel quadro di Hieronymus Bosch – si vuole estrarre dalla testa la pietra della follia praticando una piccola incisione sul cranio. Addio ai baci, addio agli abbracci, addio ai contatti umani. Scrive Alda Merini in L’altra verità

Nessuno in manicomio ha mai dato un bacio
se non al muro che lo opprimeva
e questo vuol dire che la santità
è di tutti, come di tutti è l’amore.

Non c’è redenzione, nei manicomi, né grazia. Solo un feroce abbandono che porta la vita a scivolare via nel canale di scolo dell’oblio. Nella “inutile prigione” ogni cosa è perduta. Addio alla fantasia. Addio all’amore. Addio alla speranza. Come racconta ancora Alda Merini in Vicino al Giordano

Ore perdute invano
nei giardini del manicomio,
su e giù per quelle barriere
inferocite dai fiori,
persi tutti in un sogno
di realtà che fuggiva
buttata dietro le nostre spalle
da non so quale chimera.
E dopo un incontro
qualche malato sorride
alle false feste.
Tempo perduto in vorticosi pensieri,
assiepati dietro le sbarre
come rondini nude.
Allora abbiamo ascoltato sermoni,
abbiamo moltiplicato i pesci,
laggiù vicino al Giordano,
ma il Cristo non c’era:
dal mondo ci aveva divelti
come erbaccia obbrobriosa.

E’ l’amore, dunque, il peccato originale dei pazzi? “E quale è di pazzia segno più espresso/che, per altri voler, perder se stesso” si chiede Ludovico Ariosto ne L’Orlando furioso. Trasformarsi, identificarsi con un altro altrove. Come don Chisciotte, lo straccione hidalgo della Mancha che brucia di un’unica passione per la cavalleria e fa di sé la personificazione di quei cavalieri che gli hanno rinsecchito il cervello. Inventa scenari epici e battaglie, pulzelle da salvare e giganti da combattere perché quello è il paradigma della sua felicità. Protetto dal suo scolapasta sopra la testa si lancia contro mulini a vento e cavalca scheletrici ronzini a cui dare l’abbrivio rivendicando il diritto di stare bene dentro la sua armatura. Dentro se stesso. Per essere davvero ciò che è convinto di essere. Come facciamo tutti, del resto.