RACCONTI D’ESTATE

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di Cinzia Simone

ESTATE….già la sola parola basta ad evocare emozioni, profumi, sensazioni e sapori legati ad un ricordo cristallizzato nel tempo, oppure tante volte ci spinge ad una speranza, un piccolo sogno racchiuso nel profondo del cuore pronto a sbocciare con i primi tepori.

Stagione odiata ed amata, celebrata da molti che in essa si sono persi, sedotti dalle lunghe giornate di luce e dal silenzio notturno rotto dal canto dei grilli. Tra i tanti, come non citare Cesare Pavese in Feria D’Agosto: “In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.”

Cosa ci riserverà questa estate 2020? E cosa ci lascerà? Noi le regaleremo questi racconti nati dal nostro estro creativo, perché in fondo in estate tutto il nostro vivere sembra più semplice, diventa facile abbandonarsi alle fantasie che l’inverno teneva prigioniere. Lo diceva anche Ella Fitzgerald cantando “Summertime and the livin’ is easy”.

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GLI INFRADITO BIANCHI di Fortunata Ferro

Non c’era nessuno sulla spiaggetta isolata quasi ritagliata nel lungo litorale della famosa costa calabrese, eppure erano le 11.30 di un giorno di giugno.
Evidentemente ancora le vacanze non erano cominciate neppure per i ragazzi ansiosi di buttarsi in mare appena la scuola li lasciava liberi dai consueti impegni. Si sentiva costante e regolare il rumore delle onde sulla riva, il sole la faceva da padrone assoluto, esaltando il cono d’ombra sotto un unico ombrellone bianco ed il lucido marrone delle parti in legno della sdraio e del seggiolino che sembrava in attesa di piedi nudi sollevati in posizione di riposo
oppure di una rivista o di un libro da sfogliare stando seduti sulla sdraio,
tra uno sguardo e l’altro al paesaggio. A completare il tutto gli infradito
di un bianco immacolato, lasciati ordinatamente uno accanto all’altro a
sottolineare una presenza, momentaneamente non visibile.
Di chi?
Di una donna, senz’altro, si disse lui, sopraggiunto proprio in quel
momento per caso, una deviazione dalla strada consueta decisa
improvvisamente senza un perché, lui, il narratore di storie, come lo
chiamavano ormai tutti, per quel suo vezzo di raccontare, senza mai
stancarsi, meravigliandosi piuttosto che anche gli altri a loro volta non
rispondessero con altre storie. Perché, diceva, il bisogno di narrare è
nato con l’uomo, tutta la vita non è che un lungo racconto di fatti,
circostanze, esperienze, sentimenti, emozioni, che lui osservava con
attenzione e trasformava poi in racconti traducendo in parole immagini,
gesti occasionali, moti improvvisi di gioia o di dolore, lenti movimenti di
routine. Giunto per caso, sembrava fuori posto con i lunghi pantaloni di

tela, la camicia bianca a maniche corte, i mocassini, perfino i calzini
bianchi che si intravedevano dal bordo dei pantaloni. Si era seduto su un
muretto che costeggiava la spiaggia, con l’inseparabile taccuino e la
penna: osservava e tutto gli sembrava quasi respirare attesa, invocare
una presenza che desse senso a quell’ombrellone, aperto a donare un
cono d’ombra, a quella sdraio che si offriva promettendo riposo, e
soprattutto a quegli infradito ordinatamente lasciati accanto.
E gli sembrò che sorgesse proprio come Venere dal mare l’esile figura in
due pezzi rosso fiammante che, dopo aver sostato per un po’ sulla
battigia scuotendo i lunghi capelli neri bagnati, corse a buttarsi sulla
sdraio senza guardarsi intorno. Gli occhi chiusi, il petto che si sollevava e
abbassava ancora nell’affanno della corsa, i piedi poggiati sul seggiolino,
le braccia abbandonate lungo il corpo ancora bianco, che si faceva
abbracciare dalla sdraio nella sua esilità.
Il narratore la guardava con attenzione, simpatia e tenerezza ed intanto
dentro di lui cominciava a prendere forma una storia, sollecitata dalle
domande che gli si presentavano una dopo l’altra.
Ma sì, la chiamerò Rosalina, si disse, sa di rose dritte sul lungo esile
stelo, e sa di sale, gocce di acqua salata strisciano qua e là sul suo
corpo … E non è di questi posti, vediamo un po’, viene da lontano, si
trova qui in vacanza da poco, non ha ancora un filo di abbronzatura, e
magari desidera ritrovare sulla spiaggia la magia di un momento già
vissuto….
E iniziava a porsi domande come al solito, le domande da cui la storia
prendeva corpo.
Chi c’era con lei al mattino quando era scesa sulla spiaggia con il
prendisole bianco macchiato di piccoli papaveri rossi, aveva aperto
l’ombrellone e sfilato gli infradito per sentire sotto i piedi il tepore della
sabbia?

C’era qualcuno che guardava il mare, accoccolato vicino a lei, perdendosi
nell’azzurro sulla scia di qualche barca di occasionali pescatori?
Che l’aveva seguita con lo sguardo quando di scatto si era alzata in piedi
e, lasciato cadere il prendisole, si era buttata in acqua, scomparendo tra
le onde per riaffiorare molto più avanti?
Ed in quel momento, senza sapere di essere osservata, che cosa
pensava, inseguiva forse un sogno dietro le ciglia chiuse, un’immagine,
un desiderio, un profumo, sensazioni catturate dai sensi, emozioni
gelosamente custodite nel cuore?
Le domande erano tante, la curiosità troppo forte: il narratore si alzò
dalla sua postazione un po’ lontana, si mosse a passi lenti, esitando
quasi, verso la fanciulla in bikini rosso per avere delle risposte, ma,
avvicinandosi, non vide nessuno sulla sdraio in riva al mare, vuoto il
seggiolino, più netto e scuro il cono d’ombra sotto l’ombrellone.
Restavano gli infradito bianchi, allineati, in attesa accanto alla sdraio.

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L’ULTIMA VOLTA di Marileda Suraci

 La madre era lì sulla spiaggia insieme a Francesco, il nipote appena adolescente munito di macchina fotografica. Assistevano allo spettacolo della regata di barche a vela. Suo figlio era su una di quelle, non sapeva quale ma era certa che il drappo rosso, come segno convenzionale, le avrebbe permesso di riconoscerlo. Il pomeriggio di Ottobre era bellissimo. Il mare era appena increspato da una lieve brezza e l’aria era tiepida. Il sole era quasi al tramonto e le barche a vela di diversa stazza, passavano alla spicciolata in quello specchio di mare proprio lì davanti a loro e attraversavano la striscia luminosa che la luce bassa del sole formava sull’acqua. Francesco eccitato scattava a raffica. Una barca più grande delle altre scivolò sulla striscia d’argento. Fu a quel punto che la madre capì: ” Il drappo rosso! Scatta Francesco! Presto! Ora!  E’ papà! “. Suo figlio era lì su quella barca. Suo figlio malato di SLA era stato un velista provetto e i suoi compagni avevano esaudito il suo ultimo  desiderio.

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” I DWELL IN POSSIBILITY ” Abito nella possibilità (Emily Dickinson)

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La fotografia interpreta la realtà.

Chi la guarda può andare oltre l’immagine per cogliere altri significati e nuove possibili emozioni.

CON QUESTA PIETRA POSSO COSTRUIRE

Pietra di scarto,

ai miei occhi non serve.

La metto da parte,

è inutile.

Brutta, imperfetta.

Fragile

come l’arena gialla

di povere colline

dove si tenta di strappare

vita.

Piena di rughe e macchie,

piena di resti di millenni nascosti.

Amo la sua fragilità,

la sua imperfezione la fa unica.

La rigiro tra le mie mani,

sento il calore di un sole,

avverto una possibilità.

Con questa pietra

posso costruire.

Diventa testata d’angolo.

Sola, regge il mio cuore

e mi fa essere casa.

(poesia di Padre Vincenzo Sibilio)

La letteratura è cogliere la possibile apertura verso il mistero del reale: il calore di una pietra per esempio. “Avverto una possibilità”. Si fa strada la speranza su cui poggiare la vita.

E’ sempre interessante e piacevole rileggere il libro di Antonio Spadaro “Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura.” 2008 Jaca Book.

RICORDANDO DON TONINO BELLO

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di Rosaria Puntillo

 Il 20 aprile 1993  moriva don Tonino Bello, vescovo di Molfetta,  voce forte nell’annuncio del Vangelo. Ritengo non solo opportuno, ma doveroso ricordarlo per un’associazione che prende il suo nome dal titolo di uno dei suoi libri come è stato dichiarato dai soci fondatori nell’articolo 4 dello Statuto:
 “Il nome della nostra associazione fa riferimento ad un libro di don Tonino Bello, del quale i soci condividono l’espressione di interesse e di apertura verso il sociale, anche se il loro impegno al di là dei bisogni materiali, è rivolto prevalentemente alle nuove forme di povertà in ambito culturale ed umano, nella convinzione che il campo della conoscenza di sé e dei rapporti interpersonali e intergenerazionali sia quello nel quale si evidenziano oggi le necessità più urgenti.”  
Don Tonino Bello si rivolgeva “A chi non contava niente” suggerendo di liberarsi dalla rassegnazione, di riappropriarsi della città, di controllarla, di mantenere sempre la propria dignità.

La sua era una voce di fiducia e di speranza, ma anche di invito a guardare con “occhi nuovi” gli altri, a prestare attenzione alle loro richieste, almeno a quelle dei beni primari: salute, casa, partecipazione, giuste pensioni per gli anziani soprattutto per quelli che vivono in solitudine e in abbandono… Quante vane attese di risposte mai giunte, quante sofferenze e delusioni! L’esempio di don Tonino Bello e i suoi insegnamenti sono quanto mai attuali. E’ giusto ricordarli anzitutto a noi che siamo le” Pietre di scarto” e a chi vuol conoscere meglio le linee guida dell’Associazione che ha posto in primo piano tra gli ambiti d’intervento la difficoltà di comunicazione, interpersonale e intergenerazionale propria dei nostri tempi, e la conoscenza di sé importante per aprirsi agli altri e operare insieme per migliorare l’esistenza di tutti. L’esperienza della letteratura è lo strumento scelto dai soci fondatori per migliorare la sua azione: essa è proposta attraverso i laboratori di lettura consapevole  e di scrittura creativa nelle biblioteche e nelle scuole che richiedono la nostra collaborazione, oltre che negli stage e convegni annuali e costituisce lo specifico contributo al miglioramento dei rapporti tra gli uomini. Concludendo, riportiamo un augurio di don Tonino tratto dall’introduzione del libro “Pietre di Scarto”  ed. La Meridiana .Luce & Vita.

Antonio Bello, vescovo di Molfetta

Buona PASQUA!!

Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati. E’ la festa del terremoto. La mattina di Pasqua le donne, giunte nell’orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro.

Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuno con il suo sigillo di morte.

Quella mattina il Risorto ha mostrato alle donne che è possibile il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la prima Pasqua di Cristo.

Fino a quando nelle nostre città la costruzione del Regno non sarà organizzata […] dai condannati alle piccole croci quotidiane, da chi vi rimane schiacciato sotto, da chi è ingiustamente spogliato di tutto come Cristo, da chi viene abbeverato con l’aceto e il fiele di una vita insostenibile, avremo sempre aurore senza mattino.

E i macigni continueranno a ostruire i nostri sepolcri, lasciandoci privi di una memoria spiritualmente eversiva.

Queste pagine sono dedicate a loro, pietre scartate dai costruttori che fanno le sorti della storia. Il loro anelito di vita muti in serbatoio di speranze questa allucinante vallata di tombe che è la terra.