Le Pietre di scarto invitano quanti interessati al tema a prendere parte alla prossima officina: professori, studenti, genitori e chiunque abbia il desiderio di un confronto aperto su un tema così delicato. La riflessione prende avvio con questo editoriale della Professoressa Carmelisa Nicolò, segue un contributo sul tema di un suo ex alunno: Domenico Battaglia.

La Scuola comincia con le fiabe: quando l’animo bambino è troppo lieve per accogliere razionalità e sapere, si raccontano fiabe per svelare i fondamenti stessi della vita. Con il conforto della lontananza- “C’era una volta un paese lontano…” la leggerezza della fantasia, la tenera presenza della madre, si adombrano i rischi della vita, le trappole, i pericoli, gli inganni.

La bimba va nel bosco esposta al lupo, i figli abbandonati nel cammino. La fanciulla odiata dalla madre, le sorelle invidiose, le mele avvelenate, orchi streghe magie.

Ma tutto sfuma nella fantasia e, nel finale “felici e contenti” il bambino sorride e si addormenta.

Poi la fiaba finisce e nasce il gioco: il rapporto coi pari e con le cose, la prima relazione regolata, la percezione di limiti e di norme. Cambia la prospettiva ed il linguaggio: non più parole vaghe ma concrete, segnali di materia e consistenza. Diventano via via sempre più vere: sono regole, numeri precetti, sono chiavi di accesso per entrare nell’universo dell’apprendimento.

La Scuola è incontro: c’è l’istituzione – antica forte solida concreta – e c’è l’adolescente (Adolesco- son maestri i latini a formulare i verbi incoativi, ad indicare la crescita, il processo, il mutamento).

E’ il ‘giovane virgulto’ – il pensiero si sta formando – e la mente- attitudini tendenze prospezioni.

Di certo c’è un talento da scoprire: la Scuola è portar fuori, gestazione, maieutica, indirizzo; è coltivare, prendersi cura, prestare attenzione, implementare potenzialità,sostenere aspirazioni, accompagnare l’adolescente a diventare adulto, un uomo intero – vere civilis vir – persona in sé compiuta e armoniosamente integrata nel contesto sociale (Quintiliano, Institutio Oratoria)

Per Seneca (Ad Lucilium Epistulae morales) tre son le fasi dell’evoluzione: la prima, verticale, del Vindica te tibi- rivendicati a te stesso – riconosci e realizza integralmente la tua essenza, la tua identità. La seconda, orizzontale – Iuvare mortalem – quando il giovane, ormai addestrato, si offre alla società come cellula sana, portatrice di aiuto e giovamento. La terza – circolale- l’Imago vitae – quando tutto si compie e prende senso.

E’ questa, in fondo, la trilogia dell’Educazione La scuola è conoscenza, fornisce gli elementi culturali per conoscere se stessi e il mondo, per leggere la realtà, il passato, il futuro, l’esistenza. E’ abilità, la forza dell’ humanitas, l’uomo agisce, sa fare, lasciar tracce. E’ competenza, è la trasformazione delle idee,l ’invenzione, l’audacia, la scoperta, gli infiniti percorsi della mente che segnano la strada di ciascuno

La Scuola è alimento e propulsione: è il luogo dove nascono le idee, dove abbassi lo sguardo per sentire la voce che ti si è svegliata dentro, dove sai che hai la vita dentro il cuore.

Allora tu capisci che Cartesio, Dante Platone Einstein e Montale, han vissuto per te, per farti grande e ti senti tenuto a ricambiare.

La Scuola va nel tempo, fra le onde di adolescenti in fieri e di un mondo che cambia troppo in fretta e che frastorna. Si affida al capitano “O capitano, mio capitano ” (L’Attimo fuggente), qualcuno da seguire, negli schemi, ed anche oltre, seppure idealmente. E il buon capitano è, come Cacciaguida, qualcuno che ‘vede, e vuol dirittamente , e ama” (Paradiso,XVII, 105). Conosce le regole e le variabili infinite del suo ‘mestiere’, rivolge al bene le sue conoscenze (è ancora un vir bonus) ed è capace di affettività, di rapporti forti, intensi, leali.

Così il maestro rimane nel tempo, nella memoria: Orazio non sa dimenticare il ‘plagosus Orbilus’ e Dante, pur condannandolo all’Inferno tra gli omosessuali, celebra, in Brunetto Latini, ‘la cara e buona immagine paterna – di voi, quando nel mondo, ad ora ad ora – m’insegnavate come l’uom s’etterna” (Inferno, XV, 83/85)

Della Scuola hanno scritto tanti autori, l’hanno amata, discussa, anche ‘bigiata’ – “Ero fanciullo, andavo a scuola e un giorno – dissi a me stesso .’Non ci voglio andare’ -e non ci andai, mi misi a passeggiare solo soletto fino a mezzogiorno “ (Marino Moretti ‘E l’ore, l’ore non passavan mai…’)

Ma ci sono due testi, lontani nel tempo e nel pensiero che, della Scuola, disegnano realtà molto diverse.

Così scrive De Amicis nel libro Cuore (Gli Struzzi, Einaudi, p.6) “Sì, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre: non ti vedo ancora andare a scuola con quell’animo risoluto e con quel viso ridente, ch’io vorrei. Tu hai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po’ che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, in capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna, stomacato dai tuoi trastulli e dalla tua esistenza. Tutti, tutti studiano ora, Enrico mio. Pensa agli operai che vanno a scuola la sera dopo aver faticato tutta la giornata; alle donna, alle ragazze del popolo che vanno a scuola la domenica, dopo aver lavorato tutta la settimana; ai soldati che metton mano ai libri e ai quaderni quando tornano spossati dagli esercizi; pensa ai ragazzi muti e ai ciechi, che pure studiano; e fino ai prigionieri, che anch’essi imparano a leggere e a scrivere. Pensa, la mattina, quando esci, che in quello stesso momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te a chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Ma che! Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i paesi; vedili con l’immaginazione, che vanno, vanno per i vicoli dei villaggi quieti, per le strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi, dove sotto un sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e per colline, a traverso a boschi e a torrenti, su per i sentieri solitari delle montagne, soli, a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti con i libri sotto il braccio, vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuole della Russia quasi perdute tra i ghiacci alle ultime scuole dell’Arabia ombreggiate dalle palme, milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose; immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte e pensa: – Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento é il progresso, la speranza, la gloria del mondo. – Coraggio, dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio. Tuo Padre

Ma, circa cent’anni dopo, così scrive Salinger ne ‘Il giovane Holden’ (Gli Struzzi, Einaudi, p.4): “Voglio cominciare il mio racconto dal giorno che lasciai l’Istituto Pencey. L’Istituto Pencey è quella scuola che sta ad Agerstown in Pennsylvania. Probabile che ne abbiate sentito parlare. Probabile che abbiate visto gli annunci pubblicitari, se non altro. Si fanno la pubblicità su un migliaio di riviste, e c’è sempre un tipo gagliardo a cavallo che salta una siepe. Come se a Pencey non si facesse altro che giocare a polo tutto il tempo. Io di cavalli non ne ho visto neanche uno, né lì, ne nei dintorni. E sotto quel tipo a cavallo c’è sempre scritto:” Dal 1888 noi forgiamo una splendida gioventù dalle idee chiare” Buono per i merli. A Pencey non forgiano un accidente, tale e quale come nelle altre scuole. E io laggiù non ho conosciuto nessuno che fosse splendido e dalle idee chiare e via discorrendo. Forse due tipi. Seppure. E probabilmente erano già così prima di andare a Pencey.”

Il padre di Enrico parla della Scuola, del valore, l’orgoglio di imparare, di sostenere con forza e con vigore l’idea sociale dell’apprendimento che dà luce, speranza e gloria al mondo.

Il tono è giustamente valoroso, è gonfio di sincera persuasione, di riscatto, rivalsa, avanzamento.

Holden invece vive l’abbandono. Il rifiuto, la forza prepotente di una scuola che, per essere importante, non tollera disagi e insufficienze.

Il campo di battaglia è ormai un campo da golf, da copertina; giovani non militanti ma delusi e idee non già più chiare ma confuse.

Non c’è più tempo per gli infingimenti, per la retorica, per la propaganda.

La Scuola è nuda, l’aura si è dissolta e, al di là di norme e di parole, c’è un mondo giovane da riconquistare. Ci sono armi: c’è un sapere vario, diverso e sempre affascinante, patrimonio di senso e di bellezza; non c’è che alzare il tiro, bisogna essere grandi, persuasi e persuasivi, fervidi e appassionanti, convinti che, come scriveva Orazio dei poeti (Ars poetica, 272/273) anche ai maestri non è concessa la mediocrità.

Elogio del maestro

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