Domenica 5 Luglio, al Parco della Mondialità, a Gallico, nell’ambito di “Xenia book fair”, prima fiera del libro all’aperto a Reggio Calabria, l’Associazione Pietre di scarto ha tenuto il laboratorio di lettura sul tema “Lo straniero nella letteratura”, avvalendosi della preziosa presenza di Stas’ Gawronski, critico letterario.
Pietre di scarto ha portato così in seno alla fiera la propria esperienza decennale dei laboratori come strumento di condivisione e partecipazione, regalando ai presenti uno spazio ed un tempo privilegiato per immergersi nella letteratura in modo altro dal piacevole girovagare fra gli stand traboccanti di libri. La formula proposta nel laboratorio tematico è quella della lettura a voce alta di diversi testi che evocano un tema comune; nello specifico, i testi proposti da Stas’ Gawronski sono: “I vostri nomi”, di Pierluigi Cappello; l’incipit del romanzo “Martin Eden”, di Jack London e la poesia “Di guardia”, di Umberto Fiori. “Accoglienza” è stata la parola chiave del laboratorio: accoglienza di tutti coloro che si sono messi all’ascolto; accoglienza della parola, processo forse spontaneo innescato dalla lettura “solitaria”, ma molto meno evidente quando si tratta di condividere e commentare, come accade nell’esperienza del laboratorio. Il testo letterario rischia di diventare oggetto altro, “lo straniero”, da catalogare, giudicare. Stas’ Gawronski ha invitato i lettori partecipanti a “fare un passo indietro” rispetto al testo, liberandoli dall’incombenza assunta di astrarre dal testo per approdare ad un significato generale. La Sala Azzurra che ha ospitato il Laboratorio si è allora popolata di parole, sembrava di poterle finalmente esperire tramite i sensi, di potervisi immergere come in un fluido, lasciandosi emozionare da esse, ciascuno a modo proprio.
Si può dunque recuperare un istinto primitivo all’accoglienza, di sé, dell’altro, di una parola, rinunciando a “stare di guardia”, senza neanche “sapere cosa c’è da salvare, a che cosa veramente si tiene” (“Di guardia”, di Umberto Fiori).
 
 
Di seguito i testi letti da Stas’ Gawronski
1) Pierluigi cappello, I vostri nomi
 
Ieri sono passato a trovarti, papà
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.
  
Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.
 
E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.
 
 
 2) Jack London: Martin Eden (incipit)
 
Uno dei due fece girare più volte la chiave nella serratura e poi entrò, seguito da un ragazzo che si tolse goffamente il berretto. Indossava abiti rozzi, dal forte odore di salsedine, ed era palesemente fuori posto nell’ampio atrio in cui si era ritrovato. Non sapeva cosa fare del berretto e stava cercando di infilarselo in una delle tasche della giacca, quando l’altro glielo prese. Il gesto fu calmo e naturale e il ragazzo goffo lo apprezzò. Lui mi capisce, pensò. Mi darà una mano. Il ragazzo camminava alle calcagna dell’altro oscillando le spalle, mentre le sue gambe si allargavano involontariamente, come se il pavimento si sollevasse e si abbassasse seguendo il gonfiarsi e il riaffondare delle onde del mare.
 
  
3) Umberto Fiori: Di guardia
 
Mi conoscono bene, hanno ragione:
io sono come un cane,
una di quelle bestie nere che dormono
intorno ai capannoni industriali
e se passi, si avventano di colpo
sulla rete metallica
e più gli dici “Buono!”, più si sgolano.
 
Adesso, chi li consola?
Finché non hai girato l’angolo
gli bolle il sangue. Tirano tutti sordi.
Scoprono i denti, mordono
anche il filo spinato; ma sono gli occhi
che fanno più paura: sereni
e puri come quelli di un neonato
o di una statua.
 
Hanno imparato il compito: questo recinto
tenerlo sgombro. Sia senso del dovere
o invece solo istinto, non ti commuove
almeno per un attimo
la scena che -loro- sempre, tutta la vita,
li fa smaniare, li esalta
e li avvelena?
 
Io, per me, lo capisco
meglio di tutti gli altri che ho mai sentito,
questo discorso.
La riconosco bene la voce
fanatica, che sbraita per difendere
-così, alla cieca, per pura gelosia-
l’angolo dove l’hanno incatenata.
 
Tu non sai che cos’è, stare di guardia,
in ogni odore
sentire una minaccia
a quei tre metri di terreno,
urlare in faccia al mondo intero
fino a perdere il fiato, e non sapere
cosa c’è da salvare, a che cosa
veramente si tiene.
 
(da Chiarimenti, 1995)
 

Annunci