imagesdi Paolo Laganà
II^A – Liceo Classico annesso al Convitto Nazionale di Stato “T. Campanella”

… Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più ! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più!

Questa frase, tratta dal dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello, sembra racchiudere perfettamente il senso dell’avventura intrapresa dall’Associazione Culturale “Pietre di Scarto” nelle scuole reggine durante l’anno scolastico 2013/2014.
È stata una stagione intensa: incontri mensili con i maggiori scrittori del panorama letterario italiano contemporaneo, corsi di scrittura creativa (“Carta , penna e…”) e corsi di lettura creativa (con Stas’ Gawronski).
In particolare, il Laboratorio di Scrittura Creativa tenuto presso il Convitto Nazionale di Stato “T. Campanella”, coordinato dalla Presidente di “Pietre di Scarto” (Prof.ssa Tita Ferro), ha visto la creazione di un volume contenente tutti gli scritti prodotti dagli studenti. Il titolo del suddetto volume, “Rem tene, verba sequentur” (massima di Catone), rappresenta la sintesi della stretta connessione tra forma e contenuto nell’opera letteraria. Il sottotitolo (“I Martedì al Convitto”) parafrasa “Les Soirées de Médan” e valorizza il giorno e la situazione in cui si manifestavano i pensieri e le idee dei giovani studenti-scrittori.
È innegabile che esista una strettissima relazione tra un personaggio e l’autore che l’ha creato. Esemplare in tal senso è il cartone animato “La Linea” ideato da Osvaldo Cavandoli. I movimenti del simpatico omino sono subordinati alla volontà dell’artista, il quale di volta in volta disegna il campo d’azione della Linea. Tuttavia, le strade del personaggio e dello scrittore sono inevitabilmente destinate a dividersi: il primo è infatti capace di sopravvivere al secondo. Non c’è bisogno che un personaggio compia grandi imprese per diventare immortale: si pensi a Don Abbondio, umile prete di provincia, simbolo dell’uomo codardo che si sottrae alle difficoltà.

Ed è proprio un personaggio di tutti i giorni, diviso da passioni contrastanti, ad “aprire” la prima giornata dell’undicesima edizione del Convegno Nazionale sulla Letteratura.
Intitolato “Nei boschi narrativi: personaggi in cerca di…”, il Convegno si pone nel solco della continuità con le precedenti edizioni. Obiettivo dichiarato è esplorare l’universo di alcune fra le più famose creazioni letterarie penetrando in quel gran bosco che è il libro in cui esse sono contenute.
Saverio Simonelli, noto critico e germanista, ha brillantemente illustrato Werther, protagonista del romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” dello scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe.
Simbolo del movimento dello Sturm und Drang (Tempesta ed Impeto), il personaggio rappresenta l’incessante l’anelito all’Infinito in seguito espresso con forza dirompente dagli scrittori e filosofi del Romanticismo tedesco. Nato come reazione alla mentalità illuministica che aveva escluso lo spirituale dalla sfera del conoscibile, lo Sturm und Drang è caratterizzato dalla riscoperta dei sentimenti umani, del potere dell’immaginazione poetica e della stretta unità fra uomo e Natura, sottolineata dall’identità tra il paesaggio e lo stato d’animo del personaggio.
Werther vive il profondo conflitto tra immaginazione e realtà. Il suo è un “Io” che tenta continuamente di affermarsi, che reclama il proprio diritto ad esistere solo perché prova emozioni e sentimenti, sempre ineffabili. Lo spazio incolmabile tra l’intensità dei sentimenti e l’inconsistenza della realtà esteriore costituisce la spinta necessaria a far scattare in Werther la forza poetica, strumento per affermare la propria sensibilità. Ma ciò risulterà infine fatale. Se la poesia e la Natura gli offrono l’estasi sentimentale, il drammatico confronto con la realtà sociale lo porta all’unica soluzione possibile: il suicidio, la cui dettagliata descrizione «è degna di un film di Tarantino», conclude, sorridendo, Simonelli.
L’abissale dicotomia fra realtà ed immaginazione viene affrontata nel 1920 dal drammaturgo Hugo von Hofmannsthal. Nella commedia “L’uomo difficile” l’eloquente afasia del protagonista dimostra come tutte le azioni intraprese con una certa intenzione vengono sviate dalla complessità del reale e dei rapporti umani, andando così a finire in un modo che nessuno può prevedere.
Infine, Simonelli ricorda che la concezione del rapporto Uomo/Natura di Goethe è diversa da quella di Novalis. Se ne “I dolori del giovane Werther” essa è concepita come potenza divina smisurata rispetto alla sfera umana, nell’opera di Novalis “Heinrich von Ofterdingen”, che racconta l’iniziazione del giovane Enrico di Ofterdingen, è vista come forza accessibile all’uomo. Egli ne può godere l’immensità. All’inizio della storia uno straniero racconta ad Enrico di luoghi remoti e di un fiore azzurro. Quando questo meraviglioso fiore – la capacità intuitiva di comprendere la realtà e lo struggimento (Sehnsucht) tutto romantico per l’Infinito – gli appare in sogno e si trasforma nel viso di una fanciulla, Enrico presagisce quale sarà lo scopo della sua vita, ovvero seguire la vocazione per la poesia e l’amore.
«Se dovessi dare un titolo alla mia relazione, sarebbe “La lezione di Giovanni Drogo”; se potessi dare un titolo alternativo a “Il deserto dei Tartari”, lo chiamerei “La Fortezza”». Così esordisce il poeta Nicola Bultrini: «Ho scoperto questo romanzo nell’adolescenza, e da allora non l’ho più abbandonato. È il romanzo dell’attesa e della fuga del tempo».
La trama segue la vita del sottotenente Giovanni Drogo dal momento in cui lascia controvoglia il suo paese natio per prendere servizio militare alla Fortezza Bastiani, che domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”. Un tempo scenario di sanguinose battaglie, tale costruzione ha perso ormai ogni importanza strategica. Col tempo Giovanni impara ad apprezzare i ritmi immutabili della Fortezza. Quando, dopo trent’anni, arrivano i Tartari, Drogo si ammala e infine muore.
«In questo senso “Il deserto dei Tartari” è un romanzo paradossale. Il deserto rappresenta il futuro ignoto. Drogo, negli ultimi istanti, capisce che la sua vita è stata solo un’attesa, una preparazione in vista della battaglia finale: vincere la morte con dignità».
Giovanni ha vissuto appieno la sua vita, vincendo sul destino. «Ricordate, ragazzi», conclude Bultrini, «il destino non riguarda il nostro futuro: riguarda il nostro passato, il modo in cui abbiamo agito durante la vita».
Gradito ritorno a Reggio Calabria dello scrittore romano Paolo Di Paolo, finalista al Premio Strega 2013 con il romanzo “Mandami Tanta Vita”, presentato lo scorso anno davanti ad un Auditorium “S. Vincenzo de’ Paoli” gremito. «Oggi vi presento papà Goriot, protagonista dell’omonimo romanzo di Honoré de Balzac», dice, «È un romanzo “impietoso”, non nel senso di “privo di pietà” (ne suscita anche troppa), ma nel senso di “raccontare la verità senza pietà”. Balzac è stato accusato di immoralità, ma egli si è difeso dicendo di aver semplicemente raccontato la verità del suo tempo: la sconfitta dell’amore di un padre», continua Di Paolo.
Papà Goriot ha fatto fortuna nel commercio di pane e pasta. Poi, rimasto vedovo, deve badare da solo alle due figlie Anastasie e Delphine, che ama in modo patologico. Ma il suo amore non viene ricambiato, anzi le figlie lo cercano solo per richiedergli denaro. È un padre avulso dalla realtà nel suo difenderle ostinatamente nonostante l’evidenza. Trascorre la vita allenandosi alla sconfitta ed alla rinuncia. Le sue giornate sono abitudinarie, non prende coscienza delle proprie azioni morali né coglie il sottile parallelismo tra la vita e la cucina: per riuscire bisogna sporcarsi le mani.
Papà Goriot morirà tra i litigi delle figlie lasciando una famiglia spezzata da futili motivi: la bramosia di denaro e la corruzione che alla fine distruggerà anche Eugène, l’unico rimastogli accanto fino alla fine.
Prima volta a Reggio Calabria per lo scrittore Andrea Caterini, che penetra nel mondo di Lord Jim, nato dalla penna di Joseph Conrad. Jim è un giovane marinaio inglese che sogna grandi avventure e che diventa primo ufficiale sul Patna. Tuttavia, durante il viaggio, la nave ha un incidente e sembra prossima ad affondare. Convinto di non poter fare nulla per salvare i passeggeri, Jim abbandona la nave su una scialuppa. La decisione che è costretto a prendere in pochi istanti fa riflettere sull’annosa questione (si pensi ad Adamo ed Eva) della scelta fra bene e male, una scelta da operare in assoluta libertà. «La libertà sta solo fuori dalla necessità, fuori dal moralismo, oltre il bene e il male», ricorda Caterini. L’uomo, in vita, abita già nel Paradiso Terrestre, ma non ne è consapevole. Se il termine “Paradiso” è connesso con il termine “giardino” (derivando dal persiano pairidaez che significa appunto “parco, giardino”), allora l’uomo è il giardiniere del creato.

Cosa prova un uomo che, dopo aver lasciato da giovane la terra natia ed esser diventato famoso in tutto il mondo, fa ritorno alla sua Itaca alla scoperta delle proprie radici ?
Questa domanda ha trovato risposta Venerdì 11 Aprile 2014, quando il Prof. Raniero Regni ha relazionato su “Il Primo Uomo”, romanzo incompiuto di Albert Camus, con passione capace di coinvolgere ed emozionare tutti. È un romanzo speciale, in cui la figura del personaggio e quella dell’autore coincidono (benché sotto diverso nome), e di fronte alla cui bellezza l’animo umano non può non spingersi oltre la realtà ed iniziare a sognare.
Passeggia tra gli stretti vicoli del centro storico, quegli stessi vicoli che aveva così tante volte percorso da bambino, quando gli sembravano larghe autostrade. Vicoli che sboccano al mare. La mente si apre, i ricordi fuoriescono e si fondono con l’aria circostante. Assapora tutti gli odori ed i colori regalati da quell’ora. Cascate di emozioni lo colpiscono stagliandosi sul volto: i pomeriggi roventi passati con gli amici fino a tarda ora, l’intenso odore dello sterco dei cavalli nel quartiere delle scuderie, i furti di cocoses, le patatine fritte gustate sulla riva del mare, il rapido rientro a casa, le vergate della nonna perché ancora una volta era stato troppo tempo in spiaggia e non aveva studiato. Non poteva prendere il tram, Jacques: era troppo povero, fastosamente povero. Non era mai triste, ma con un largo sorriso correva verso l’ignoto. Bastava poco a renderlo felice: l’amore dei suoi cari e la bellezza della Natura che lo circondava, rimasta sempre impressa nel suo animo di sognatore, lo appagavano pienamente.
Non si è mai lasciato affascinare dall’eccessiva ricchezza, portatrice di effimere illusioni, né da bambino né da affermato scrittore. Definisce la madre Catherine come una “donna aristocratica”: la vera nobiltà sta nella purezza d’animo. Ricorderà sempre il grande affetto provato verso di lei, che mai aveva avuto il coraggio di manifestarglielo. Ma Jacques non la biasima: nella sua sofferenza davanti alle lacrime del figlio e nell’impotenza ad opporsi alla volontà della nonna vede un metro di misura (una némesis) tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo.
Camus approda insieme alla virtù della rivolta e alla coscienza del limite, riconoscendo quest’ultimo alla base della struttura stessa della natura: è in questo punto cruciale che i due cicli si sovrappongono, in un richiamo a quell’idea greca di misura che sola può salvare dalla distruzione un’umanità sempre meno propensa ad accettare il proprio limite intrinseco.
Camus è un umile che ha fatto la Storia, un ragazzo che si è formato da solo, un uomo che ha sfruttato appieno gli insegnamenti e le divergenze dei suoi cari.
La madre, analfabeta, desiderava dare un’istruzione al figlio; la nonna, grande lavoratrice, mandava il piccolo Jacques, d’estate, nella tipografia dove lavorava lo zio, ritenendo inutile la scuola per la difficoltà che il nipote presentava nella lettura delle didascalie di un film muto.
Camus dedicherà “Il Primo Uomo” alla madre: “A te che non potrai mai leggere questo libro”.
Su una panchina incontra Bernard, il vecchio maestro delle elementari, che, nell’epoca dell’omologazione della scuola algerina al modello francese, aveva avuto il coraggio di differenziare le proprie lezioni, proponendo modelli educativi innovativi per quel tempo. La mente di Jacques si affolla di immagini ed emozioni: Bernard che, di sera, va a trovarlo e, persuadendo la nonna delle potenzialità del nipote, la convince a fargli continuare gli studi. La madre che poi lo accompagna agli esami scolastici…
Bernard si alza e i due si abbracciano: il tempo non ha minimamente scalfito l’intensità del rapporto che li lega. “Lo Spirito è più forte della miseria, va oltre ogni limite”, sembra pensare. Negli occhi del maestro vede il padre che non ha mai conosciuto, morto nella prima guerra mondiale.
Jacques deve tutto a Bernard: nessuno può uscire da solo dall’oscurità della caverna platonica. L’amore di una persona cambia la vita, conduce verso la luce. E di questo Bernard è pienamente consapevole: la missione educativa del Maestro deve mescolare conoscenza e amore, perché si può insegnare bene solo ciò che a un tempo si conosce e si ama.
Camus già da bambino è un Nobel “in potenza” (per dirla con Aristotele) poiché ha avuto la fortuna di incontrare il Maestro.
Mostrerà infinita riconoscenza quando dedicherà il premio Nobel (vinto nel 1957) a Bernard.
L’apparente conflitto tra padre naturale (la legge) e padre spirituale (il Maestro) costituisce per Camus la spinta necessaria per il desiderio, la ricerca. Le avventure capitano solo a chi sa riconoscerle, e Camus/Jacques ne ha passate tante. È un uomo che si è fatto da solo, ma ha disperatamente bisogno del padre, di recuperare il suo tempo, la sua storia.
«Quello che non ti dicono a scuola quando spiegano l’Impero Romano è che qualche volta si deve stare dalla parte dei Barbari», dice Bernard, sottolineando ancora una volta al suo allievo l’importanza dell’integrità morale dell’individuo, della tutela dei princìpi di libertà, fratellanza e uguaglianza in ogni periodo storico.
Questo il significato del discorso tenuto davanti ai suoi concittadini, divisi da conflitti territoriali ed etnici: Jacques è contrario al colonialismo francese, favorevole alla resistenza purché essa non sfoci nella violenza contro cittadini innocenti.
«Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre».
Jacques non è un uomo: è ogni uomo, l’uomo ideale, l’uomo che fruga nel proprio passato per ritrovare se stesso, l’uomo rimasto sempre coerente con se stesso, con i propri valori.
È il “Primo Uomo”.

Grande affluenza di studenti nell’auditorium “S. Vincenzo de’ Paoli” la mattina di sabato 12 Aprile per la giornata conclusiva del convegno.
Si comincia con una tavola rotonda moderata da Stas’ Gawronski. Matteo Nucci relaziona su Justine, protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Lawrence Durrell sull’isola di Cipro nel ricordo delle proprie origini indiane, forse ispirandosi ad Odisseo, che sull’isola di Scheria aveva narrato ai Feaci i dolori subìti per terra e per mare. Lo scrittore britannico attraverso Darley, suo alter ego, rievoca la propria storia d’amore con una donna bellissima, ricca e misteriosa (Justine appunto) conosciuta ad Alessandria d’Egitto, e il pericoloso triangolo con il marito di lei.
«Justine, prima di essere personaggio, è una persona in carne ed ossa», ricorda Nucci. La “persona” diventa “personaggio” solo quando l’autore ne fornisce una descrizione concreta, capace di farla apparire viva lungo tutta la storia.
La personalità di Justine è profondamente contraddittoria: il suo forte desiderio erotico ne fa percepire il corpo, ma non l’Io. La sua è una “voluttà del dolore”, una ricerca del piacere attraverso il dolore. Spera in tal modo di trovare se stessa.
Intrighi politici e perversioni sessuali sono elementi fondamentali di “Justine”, che inaugurò il “Quartetto di Alessandria” dedicato alla città mediorientale, crocevia di lingue, culture e popoli, ispiratrice di infatuazioni di ogni genere, scenario delle metamorfosi dell’amore della donna verso innumerevoli amanti.
La struttura stessa della città, con i suoi labirinti, penetra nella complicata vita di Justine. La vita della donna è talmente coinvolgente che il lettore rischia di perdersi nei suoi dedali, come si perde Orlando. Il “Furioso”, raccontato da Emmanuela Carbé, è un personaggio spiritualmente statico che si muove in continuazione nello spazio esteriore per non penetrare mai nella profondità delle cose. La sua è una ricerca senza sbocco.
È un personaggio in antitesi rispetto all’allora dominante visione antropocentrica del mondo, che induceva l’uomo all’autocoscienza e alla ricerca della Verità. Orlando è paradossalmente un ostacolo per se stesso in quanto non riesce a superare l’apparente conflitto tra razionalità e immaginazione.
Non sono cose diverse, ma due lati della stessa medaglia, due aspetti della medesima realtà. L’uomo può raggiungere la Felicità solo attraverso l’equilibrio e la reciproca limitazione di queste forze. Non deve lasciarsi sopraffare da esse. Nella ricerca della Verità, si entra in un labirinto (per dirla con Justine) da cui è difficile uscire e che può portare all’autodistruzione. Lo sa bene Milton, personaggio nato dalla penna di Beppe Fenoglio, illustrato da Katie Maria Scroccaro. Calvino paragonerà Milton al Furioso: il partigiano, come il paladino ariostesco, è incastrato nella follia amorosa e non arriva mai al perché delle cose. Da notare la somiglianza con l’episodio del Palazzo di Atlante: come Orlando, Milton ricerca un oggetto che non verrà mai trovato. I due “impazziscono”, diventano “spettri di fango” interiormente ed esteriormente.
Ogni esperienza di vita ha un suo particolare significato. Un passo importante per una maggiore consapevolezza di sé è rappresentato dalla presa di coscienza della forza che mette in movimento l’esistenza di ogni uomo. Questa forza è il “ma”, il non-io fichtiano che muove l’Universo e che deve essere continuamente superato nel continuo superamento del limite.
Relativamente al “ma”, Saverio Pazzano, insegnante di italiano, latino e greco presso l’Istituto “S. Vincenzo de’ Paoli”, introduce Pinocchio, un personaggio che vive di grandi “ma”. «Il “ma” più incombente su di lui è la morte», spiega. Sempre coerente con se stesso, “Pinocchio” è un capolavoro di metamorfosi: è un personaggio vero che realizza pienamente il suo essere. Agisce sempre per il bene altrui, mai per interesse personale. Non è mai ricambiato, anzi sbeffeggiato da tutti. In Pinocchio alberga l’invincibile energia di un bambino, la spensieratezza che alla fine deve abbandonare per incarnarsi in un corpo umano. La scena in cui il fanciullo vede il suo precedente involucro legnoso costituisce l’inizio della missione terrena di Pinocchio: fare i conti con i propri limiti.

La conclusione del Convegno è affidata a Stas’ Gawronski, il quale, rielaborando i temi espressi dai vari relatori, perviene ad un’espressione di speranza.
«L’umanità sta vivendo un periodo di crisi valoriale, oltre che economica. Ma noi non abbattiamoci di fronte ai nostri punti deboli, piuttosto sfruttiamoli! Troviamo nelle nostre fragilità e debolezze la speranza per una crescita spirituale! Il desiderio è la forza che fa partire il meccanismo. Pensiamo a Camus, bambino povero, il cui forte amore per la letteratura ha costituito la spinta per la conquista della libertà interiore. Non basta essere giusti e razionali per creare le fondamenta di una società migliore. Esse devono essere rinforzate mediante l’Amore, il collante che non possiamo trovare attraverso l’esperienza superficiale della realtà, ma solo dentro di noi. L’Amore non ha limiti, né confini».

 

 

 

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