maniDi Mariolina Panzera

Ore 15:30. Lo squillo del campanello interruppe bruscamente il sonnellino pomeridiano dei due coniugi ormai un po’ avanti negli anni. Tina si alzò per andare ad aprire, mentre Pietro si rigirava brontolando nel letto.
– Questa è Angela – pensò tra sé la donna. Aveva riconosciuto infatti la scampanellata della figlia maggiore, che spesso e volentieri, negli orari più strani, piombava a casa loro per parlare di ogni cosa, per scaricare tensioni e malumori e anche per condividere entusiasmi e soddisfazioni.
– Chissà cosa è successo questa volta! – e non fece in tempo a sganciare la maniglia che la porta si spalancò ed una giovane donna con lo sguardo splendente per l’eccitazione si precipitò dentro esclamando:
– Mamma, abbiamo vinto, Ramon è stato assolto!
– Davvero! – rispose lei un po’ frastornata. Sapeva che la figlia aveva in corso una causa a cui teneva molto, ma non aveva seguito i tempi e pensava che la conclusione fosse ancora lontana.
– Sì, sì – continuò Angela – dov’è papà? Andiamo che vi racconto.
Come un uragano entrò nella camera dei genitori, sollevò la serranda, si sedette sul letto e cominciò a raccontare come un fiume in piena:
– Come avevo sempre intuito, l’accusa contro Ramon era una totale montatura, quello che l’aveva denunciato alla fine si è contraddetto ed è stato facile metterlo alle strette. Pensate che il mio assistito non solo è stato scagionato da tutte le accuse, ma gli è stato anche riconosciuto un indennizzo molto più consistente di quello che avevo chiesto io. Povero ragazzo, alla lettura della sentenza quasi non ci credeva, ascoltava in silenzio, mentre le lacrime gli scorrevano sulle guance. Pietro, ormai completamente sveglio, con gli occhi brillanti di soddisfazione, beveva le parole della figlia e non la smetteva di farle domande per capire di più, intercalando con il suo solito:
– Ma davvero! Ma che dici! –
Tina invece stava in silenzio, ascoltava, ma il suo pensiero era altrove, era ad un altro pomeriggio d’estate di vent’anni prima. Angela aveva appena concluso l’esame di maturità e tutta la famiglia si preparava a godere il meritato periodo di riposo, quando quel pomeriggio…..
La bomba era scoppiata improvvisa e inattesa, Angela aveva detto:
– Papà, mamma, aspetto un bambino.
Tre parole  e tutto quello che era stato pensato e programmato fino ad un momento prima spazzato via in un istante. Cinque esistenze, anche quelle dei due ragazzi più piccoli, da riorganizzare e ridisegnare. Tina ricordava che ad un tratto aveva interrotto le discussioni e si era alzata dicendo:
– Basta! Sono stanca, vado a riposare un po’.
Si era buttata sul letto ed era piombata in un sonno profondo. Aveva dormito si e no mezz’ora. Si era svegliata di soprassalto alle 15:30 e non per lo squillo di un campanello, ma per un colpo improvviso, quasi una stilettata, alla testa, al cuore, non sapeva bene. Era stato un sogno o era successo veramente? Quel qualcosa che mai avrebbe dovuto accadere era accaduto veramente? Sì, il cuore le rispose «sì».
A fatica si alzò e si affacciò sulla soglia della camera di fronte alla sua. Anche Angela era crollata. Tina si fermò a guardare la figlia. Era lì abbandonata sul suo letto di ragazza, il respiro lento e regolare, le labbra semiaperte, una bollicina che le si formava a tratti all’angolo della bocca, come quando era piccola, camminava e parlava già (anche troppo!), ma continuava ad essere tanto legata al suo ciuccio da chiedersi se anche il sole tramontando andasse a dormire con il ciuccio. Le apparve improvvisamente così fragile e indifesa, gli occhi le si riempirono di lacrime, un instante prima l’avrebbe pestata sotto i piedi ed ora…..ora….
– Oh Angela, come hai potuto! Ma ce la faremo, te lo prometto, ce la faremo.
I ragazzi si sposarono nel giro di pochi mesi. Per fortuna Antonio era già laureato e cominciava a lavorare, Angela come aveva sempre detto, si iscrisse in giurisprudenza, in primavera nacque Ennio. Angela, aveva sostenuto il primo esame durante la gravidanza e dopo il parto si mise giù a testa bassa macinando esami su esami senza concedersi niente, né un diversivo, né uno svago, solo i giochi e le festicciole di Ennio. Tina la vedeva a volte così stanca, con il viso tirato, le occhiaie, senza un filo di trucco, che le si stringeva il cuore. E allora non poteva fare a meno di preparare una crostata in più, una teglia di lasagne, un trancio di pizza, di andare a prendere Ennio all’asilo e portarlo al parco, di attaccare il ferro quando a casa della figlia trovava una pila di panni da stirare.
Sempre in regola con gli esami, alla prima sessione utile, cioè quattro anni dopo, Angela si laureò. Era l’inizio dell’estate, la famigliola si concesse allora un periodo di vacanza. Rientrarono dopo alcune settimane, c’era un caldo afoso e pesante, Pietro si recò a trovare la figlia. Lei era alla scrivania tra libri, appunti, dispense.
– Angela, hai ricominciato a studiare! Perché? Riposati figlia mia, prendila con calma.
– Papà, essendomi laureata a giugno, posso tentare subito l’esame per avvocato, senza aspettare un anno.
– Ma, Angela, perché non fai qualche concorso? Con la laurea in legge puoi fare quello che vuoi. La strada per avvocato è lunga e difficile e poi è un ambiente che non conosciamo in cui ci vogliono appoggi…..
– Papà, sai che fare l’avvocato è stato da sempre il mio sogno, da quando da bambina chiacchieravo tanto che tutti dicevano che avevo la parlantina di un avvocato, so che per te e la mamma, che siete impiegati provenienti da famiglie di impiegati, quell’ambiente può apparire difficile, complesso, forse anche un po’ oscuro, ma è un mondo che mi ha sempre affascinata e nel quale sono convinta di riuscire ad inserirmi e a fare bene. Quindi – e a questo punto la ragazza fissò intensamente il padre negli occhi – se c’è qualche motivo preciso per cui tu mi consigli di rinunciare al mio sogno, dimmelo. Altrimenti…..
Pietro ricambiò lo sguardo profondo della figlia, aveva naturalmente capito tutti i sottintesi che il discorso nascondeva. Angela lo pregava:
– Papà, non mi abbandonare, aiutami a realizzare il mio sogno!
L’uomo allungò una mano e sfiorando con una carezza il capo della figlia mormorò:
– No, non c’è assolutamente nessun motivo preciso. Lo dicevo per te. Fai quello che ti senti.
E Angela aveva continuato per la sua strada. Non era stato per niente facile, ma aveva continuato con tenacia e determinazione. Anche quando le cose tra lei ed Antonio cominciarono a non andare bene e si arrivò alla separazione e poi all’annullamento del matrimonio. Anche quando crescendo Ennio cominciò a rivelare un carattere un po’ spigoloso e di non facile comprensione. Anche quando sopravvenne qualche altra delusione sentimentale. Ma intanto l’avvocato Angela Lupoi a poco a poco si faceva conoscere ed apprezzare per la competenza, la serietà e soprattutto l’entusiasmo che metteva nel suo operato, prima sulla scia di un altro studio legale più affermato, poi sempre più sicura di sé, più intraprendente, più disposta a buttarsi in quelle che potevano a prima vista essere definite cause perse e nelle quali lei riusciva a districarsi fino ad individuare il bandolo della matassa e ad uscirne spesso vittoriosa. Ormai il suo studio legale era abbastanza conosciuto ed apprezzato in città.
Tina si riscosse dai suoi pensieri. Angela continuava a parlare, ma lei non ascoltava. Guardava la figlia e vedeva una giovane donna, ormai alle soglie dei quarant’anni, vivace, energica, piena di vita. Certo, non era ancora riuscita a ricreare un legame affettivo stabile e duraturo, ma sembrava aver raggiunto un suo equilibrio e una sua serenità e anche Ennio, ormai superata la fase critica dell’adolescenza, si avviava ad una più sicura consapevolezza di sé e del proprio mondo interiore.
Tina sospirò ed Angela volgendosi all’improvviso verso di lei esclamò:
– Mamma, ma dov’eri? Non hai sentito niente di quello che ho detto. Va bene, te lo dirà papà che è stato più attento di te. Io scappo, ci vediamo tra qualche giorno.
Madre e figlia si avviarono lungo il corridoio e giunte alla porta d’ingresso Tina non poté fare a meno di trattenersi un attimo a chiedere:
– Angela, sei contenta?
La giovane donna si fermò sulla soglia a riflettere, le comparvero le rughe sulla fronte, quelle che dice siano spia dell’intelligenza, poi rispose:
– Mamma, contenta è un aggettivo strano, è un aggettivo al quale non riesco a far corrispondere un sentimento o una sensazione, io non so cosa si prova quando si è contenti. So però che in questo momento sento dentro di me una grande soddisfazione, sì, questo lo posso dire, oggi mi sento veramente soddisfatta e realizzata. E adesso ciao, mammina! – concluse chinandosi a baciarla.
Tina chiuse allora la porta con un sospiro e il cuore le si gonfiò d’amore e d’orgoglio per quella sua figlia primogenita, impagabile angelo della sua vita.

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