mantenereDi Tita Ferro

Ambrogio seguiva con attenzione ogni suo gesto, pur tenendosi prudentemente lontano, mentre lei, Cristina, con i capelli neri arruffati che le oscuravano in parte il viso pallido, senza trucco, ed un sorriso stirato sulle labbra, si aggirava per la stanza da pranzo, ancora in pigiama, quello a fiorellini rosa che la faceva sembrare una ragazzina, e cercava affannosamente in giro qualcosa, forse soltanto di scacciare, col movimento, cattivi pensieri o presentimenti: passandogli vicino, tentava gesti di tenerezza, allungava la mano per carezzarlo sul collo dove lo sapeva più indifeso, pronto a lasciarsi andare.
Lui, però, non sembrava deciso a cedere ancora. Non sapeva se fosse un buon segno o l’inizio di una catastrofe quell’improvvisa e forzata gentilezza nei suoi riguardi. Desiderava, certo, le carezze della sua mano bianca e ben curata, fresca di manicure, le conosceva bene lui, Ambrogio, ma le unghie lunghe laccate di un rosso violento, gli sembravano gli artigli di una gatta ben nascosti tra i cuscinetti carnosi sotto le zampe, ma pronti a graffiare, quanto meno a rimetterlo al suo posto nella consueta posizione di inferiorità. Non che non sapesse difendersi e attaccare anche lui, tutt’altro, lei ne portava qualche segno, ricordo di contrasti che, una volta superati con lo stesso passare del tempo, erano stati poi dimenticati.
Cristina si allungò sul divano e poggiò i piedi sullo sgabellino foderato di velluto azzurro, liberandoli con movimento stizzoso dalle pantofole di pezza rosa, che sparirono sotto il grande tavolo al centro della sala; anche Ambrogio si sistemò più comodo accanto a lei, chiuse gli occhi ed aspettò la carezza che puntualmente arrivò, assaporò in tutto il corpo la piacevole sensazione di calore che conosceva bene e finì per lasciarsi andare sul divano avvicinandosi al corpo di lei di cui percepiva ora il calore. Pure non smetteva di chiedersi perché prima avesse dubitato. Ecco gli sembrava impossibile che lei fosse cambiata tanto nei suoi confronti in così poco tempo, sì da quando, il giorno prima, rimasto solo in casa, si era mosso un po’ sbadatamente e, in un momento di giovanile euforia, aveva fatto cadere e ridotto in mille pezzi lo specchio poggiato sul piccolo trumeau dell’ingresso: quando era rientrata Cristina era esplosa nella sua natura di strega superstiziosa che custodiva ben nascosta e teneva a bada con una notevole capacità di autocontrollo. Gli aveva urlato contro la sua rabbia, lo aveva minacciato di rappresaglie terribili, fino a concludere -mi farò un manicotto d’angora con la tua bella pelle, gattaccio-, quando si era accorta che Ambrogio la fissava con gli occhi azzurri freddi e inespressivi, quasi non si preoccupasse delle sue minacce, pur mantenendosi prudentemente lontano dalle sue mani e dai suoi piedi. Ed ora? Ora lo accarezzava come dopo una sfuriata cresciuta e finita nel tempo di una bolla di sapone.
Lei si alzò dal divano, cercò le pantofole sotto il tavolo e se le infilò, andò in cucina e tornò poco dopo con la sua scodella. <Vieni, micione, mangia, sei digiuno da due giorni, mi dispiace di aver perduto ogni controllo, ma sai quanto tenevo a quello specchio e che considero un cattivo segno la sua rottura. Vieni, ho preparato qualcosa di speciale per te>.
Ambrogio si avvicinò, il pelo ancora arruffato, attirato dall’irresistibile odore dei fegatini trifolati: mangiò tutto voracemente, sollevando il muso dalla ciotola solo alla fine per strusciarsi contro le gambe di lei ed accoccolarsi poi sui suoi piedi in una calda carezza tenera. La sentì trasalire, ma non ci fece caso, solo quando avvertì le prime fitte dolorose si volse a guardarla.
Sul suo volto solo un triste sorriso di trionfo.

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