Di Domenico Battaglia  III A, Convitto Nazionale “T. Campanella”

libroÈ lì che ti ascolta, anche se tu non vuoi. Tu non parli e lui attende. È entrato alle sette e mezza e si è svegliato chissà quanto prima per poter essere lì. Forse ha passato il pomeriggio a preparare la lezione, a inventare un modo nuovo per attirare l’attenzione di tutti e non lasciare indietro nessuno, forse preferisce la spontaneità e davanti a trenta ragazzi non è facile spiegare per due ore sul momento, qualunque sia la preparazione alle spalle.

            Se necessario non rimane seduto alla cattedra: si alza e inizia a girare, si avventura per l’aula, si mescola, coinvolge, diventa parte della classe; può capitare che un bidello entrando non si accorga che è presente: “Dov’è il professore?” si chiede confuso “Qui, in fondo” risponde quello “Pensi che l’avevo scambiata per un alunno” conclude l’altro.

            Fa i salti mortali per correggere i compiti in tempo, per rientrare nei tempi previsti dalle interrogazioni e spiegare l’intero programma, vasto come l’infinito, con tanti argomenti che da soli meriterebbero tutto un anno per essere compresi. Fare quello che è richiesto non basta: ospita conferenze, propone viaggi, fa partire progetti pomeridiani che deve supervisionare, ovviamente senza essere retribuito.

            A volte entra ed ha i capelli scompigliati, il vestito non stirato, le scarpe slacciate. Se sta male, è presente comunque: non può perdere un giorno a letto a lamentarsi. Se ha un problema non lo dimostra: è ancora lì, con il sorriso, che continua a insegnare imperterrito. Quando qualcuno non capisce ripete fino allo stremo. A volte un alunno riesce persino a porre una domanda a cui ha appena risposto: non importa, rispiega.

            Vede un alunno con un cellulare? La prima volta fa finta di niente, la seconda lo richiama, solo alla terza lo punisce. Poi, quando è necessario, mette un’insufficienza, ma la percepisce come un fallimento personale, non del ragazzo. Nel momento del colloquio i genitori si scagliano contro di lui “Mio figlio? Ha sempre preso ottimi voti”, eufemismo ipocrita per dire “Il problema sei tu, non lui, regolati di conseguenza.” Buongiorno dotti e saggi, sedetevi, ché inizia la lezione.

 

Nell’aula dove si sta svolgendo il convegno è nato per caso un pacato e indiretto dibattito. Il preside, mentre presenta Eraldo Affinati, puntualizza: “Meglio dire insegnante che professore, è più icastico!”, ma, quando interviene, la professoressa ribatte: “Preferisco professore, perché lo intendo come artigiano”.Io suggerisco un terzo termine: maestro.

Non si offendano i più austeri docenti se scelgo un termine relegatoalle elementari. Maestro ha una storia colma di dignitas alle spalle. Il Maestro è il “Conoscitore profondo di una qualche disciplina, che egli possiede integralmente e che può insegnare agli altri nella maniera più proficua” secondo l’enciclopedia Treccani. Maestro è anche il termine usato per i massimi filosofi e letterati.
Maestro è Virgilio per Dante, per averlo educato nonsolo alla cultura e alla poesia, ma anche alla vita; tra i molti epiteti è il primo per uso e importanza: “Maestro” viene prima di duce, autore, saggio. Per Dante è maestro anche Brunetto Latini, per avergli insegnato “come l’uom s’etterna”.

Chi, sentendosi chiamare maestro, è oltraggiato, solitamente non è maestro affatto. Chi è insegnante o professore non è necessariamente maestro. Qualunque persona può esserlo, se ha affrontato i propri nodi interiori, seha rivendicato se sibi per iuvaremortalem, se, solo nella battaglia, rimane in trincea, perché sa di essere nel giusto e, pur sapendo che sarebbe più facile e comodo, non passa all’opinione dei più.Certo, essere sempre a contatto con i ragazzi aiuta:“Homines dum docent, discunt”; in questo senso è più facile per un educatore diventare maestro: “in classe si realizzano incontri umani potenzialmente incancellabili nella vita delle persone perché avvengono nella sfera radicale dell’a-tu-per-tu” scrive magistralmente Eraldo Affinati.Essere insegnanti non è un lavoro, è un privilegio. Essere insegnanti comporta oneri gravosissimi, perché se l’adolescente ha diritto alla potenza, l’adulto hail dovere dell’atto, persino attraverso il sacrificio personale, col rischio di tagliare insieme ai rami secchi anche qualcuno di quelli fioriti.

La classe è un campo fertile in cui si pianta ogni tipo di seme, ciascuno con i suoi germogli ma, come ogni seme ha bisogno dell’acqua per germogliare, così ogni ragazzo ha bisogno di essere sostenuto e guidato, altrimenti rischia di non nascere mai veramente, rischia di non mettere mai radici, rischia di diventare pietra, che può essere mossa da chiunque secondo il proprio vantaggio. Questo deve essere il fine ultimo di ogni insegnante: diventare maestro per permettere a tutti i ragazzi di crescere, persino a quelli che sembrano ormai perduti, persino ai ripetenti cronici che si sono arresi o sono sul punto di farlo.
Non è mai troppo tardi.Nemmeno quando sono diventati pietre, ed è anzi allora che il maestro sente di dover intervenire con più forza, perché è tempo che le pietre accettino di fiorire.

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