a cura di Davide Idone (Convitto Nazionale di Stato “Tommaso Campanella”)

imagesLo straordinario prodigio di essere vivi. La consapevolezza che tutto, all’improvviso, possa assumere un valore diverso. Piero e Moraldo, due giovani dell’Italia del 1926, già brutalmente stretta nella morsa del fascismo, rivelano un’indole e uno stato di coscienza totalmente diversi. Speranza, voglia di cambiamento e fame di libertà animano l’indomito Piero, intellettuale antifascista già fondatore, a dispetto della giovane età, di diverse riviste e di una casa editrice. Moraldo, invece, brancola nell’incertezza, annaspa per non annegare, accompagnato dalle sue ansie e da una certa indecifrabile insofferenza, o forse rabbia, interiore.In un tempo ancor più difficile e controverso di quello odierno, la personalità di Piero, uomo completamente libero dalle catene del presente, risalta in tutta la sua sicurezza, quasi sprezzante, nella sua straordinaria lungimiranza, nella ferma convinzione che la volontà sia tutto, il motore di tutto. Tutto può accadere, basta solo volerlo. “Se volessi restare sette volte sotto il tram e non morire, ci riuscirei“. Questa stessa convinzione induce Piero a credere nella possibilità di guarire dalle sue debolezze fisiche con la sola forza della volontà. Iperbolici pensieri che danno la dimensione di un carattere volitivo che non demorde di fronte ad alcuna difficoltà. “L’importante è non cedere: alla tosse, alla paura, non cedere a nulla, salvare il tempo, salvare proprio ogni singolo secondo, ogni minuto, ogni ora“.
Moraldo, giunto a Torino per una sessione di esami, dopo aver preso parte a una lezione su Dante tenuta proprio da Piero, avverte una strana sensazione di antipatia e, nel contempo, di intima ammirazione per quel giovane dotto, così laborioso e baldanzoso. Forse vorrebbe chiedergli “Come si fa ad essere come te?”. Moraldo, infatti, è apatico, insicuro, alla ricerca di qualcosa di cui perfino egli stesso non conosce bene i contorni. Qualcosa di poco chiaro, quasi indefinito. Forse l’amore, forse altro. La voglia di incontrare Piero e di capire come si possa essere dotati di tanta abnegazione a ridosso dei 25 anni di età lo spingono a scrivere lettere, a bazzicare la drogheria dei genitori di Piero. Ogni tentativo, però, risulta vano. Le strade dei due, infatti, non si incrociano mai, se non per pochi, ‘foschi’ istanti. Piero trascorre l’ultima fase della sua vita a Parigi, dove è costretto a rifugiarsi a causa delle persecuzioni fasciste. Lontano dalla sua Ada, dal figlioletto Paolo, dalla sua Torino. Nonostante l’apparente ‘aridità’, egli sa che in fondo ciò che conta davvero nella vita è il ‘tumulto dei sentimenti’. “Mandami tanta vita” scrive all’amata in una delle sue lettere parigine. Un uomo ‘iperattivo’, dunque, che ha fame di energia, di vita, che non rinuncia mai a se stesso, fino in fondo, incurante del giudizio altrui. Purtroppo per Moraldo la speranza di incontrarlo si spegne con la morte dello stesso Piero, da tempo ormai in balia della sofferenza fisica. Solitamente al trauma segue il cambiamento. La storia  lo conferma. Chissà che la morte di Piero non segni una svolta nella ‘fragile’ esistenza di Moraldo…

I personaggi di Piero e di Moraldo si muovono parallelamente in “Mandami tanta vita“, l’ultimo straordinario romanzo di Paolo Di Paolo. Sebbene l’idea del romanzo sia nata dall’ammirazione nutrita dall’autore nei confronti di Piero Gobetti (1901-1926), un giovane antifascista vissuto in un periodo molto controverso, ma disposto a rischiare pur di cambiare qualcosa, “Mandami tanta vita” è un’opera di finzione, con sfumature e dettagli desunti da lettere, testimonianze, documenti e rielaborati in totale libertà. “Senza la lettura di ‘Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, l’emozionante epistolario di Piero e Ada Gobetti, non avrei potuto scrivere una sola pagina” ha ammesso l’autore.
Paolo Di Paolo è stato capace di restituire l’atmosfera di un tempo ormai lontano, in cui si era propensi a spendersi senza sapere, spesso, a quale risultato, a quale coscienza si sarebbe giunti. Piero Gobetti, i cui sentimenti, celati dietro una freddezza apparentemente ‘insolubile’, emergono grazie  alla destrezza dell’autore, assurge a simbolo di un perpetuo moto di speranza, di slancio verso il futuro, di tenacia oggi difficilmente riscontrabile. Credo che la maggior parte dei lettori abbia trovato un punto d’incontro con la sensibilità di Paolo Di Paolo. Sono rimasto stregato dalla carica evocativa delle descrizioni, dalla cura dei particolari. Ho respirato l’aria di quel tempo, sperimentato l’esuberanza del carnevale torinese del ’26, avvertito il freddo pungente di Parigi e il tepore dei sentimenti di ciascun personaggio.

Ritengo che aver partecipato all’incontro con Paolo Di Paolo, tenutosi il 27 maggio 2013 presso l’Istituto       “San Vincenzo De Paoli” grazie all’associazione “Pietre di scarto“, abbia reso di gran lunga più avvincente il mio coinvolgimento emotivo in una storia in cui spiccano idee e sentimenti, in un continuo gioco di certezze e di speranze, di attese e di incertezze. Il mio auspicio è che l’avvicinamento dei giovani alla lettura e alla scrittura creativa continui ad essere incentivato da associazioni lungimiranti come “Pietre di scarto“. Oggigiorno, sebbene gli stimoli siano quantitativamente maggiori rispetto al passato, i giovani faticano ad accostarsi al sorprendente mondo della parola. Pertanto credo che dinnanzi ad opportunità di crescita come quelle concesse dall’associazione presieduta dalla prof.ssa Tita Ferro occorra abbandonare ogni esitazione. Forse bisogna essere un po’ più Piero che Moraldo.

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