a cura di Martina Violante (III A)

velataIl pensiero che si impone ascoltando Rosa Montero parlare del suo libro “Lacrime nella pioggia” è quello della caducità del tempo nella paradossale e drammatica esperienza di essere vivi. Nel libro la protagonista Bruna Husky sa che vivrà dieci anni essendo una replicante, per tale motivo ha una forte ossessione, un forte senso della precarietà della vita e dell’importanza del “carpe diem”. Come lei anche noi sappiamo di dover morire ma preferiamo non pensarci, siamo naturalmente portati a non farlo. “Corriamo senza curarci del precipizio, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedircene la vista”. (B.Pascal). Per intenderci, ci è chiaro che un giorno moriremo ma qualcosa intimamente sembra non crederci. E viviamo sacrificando il presente al futuro, sperando in un’esistenza lunga e tranquilla: come se respirare fosse vivere. E’ in ciò che risiedono la contraddizione e l’incomprensibilità della condizione umana. Infatti, paradossalmente, vivere con la certezza della morte si rivela un’occasione per l’uomo. Un’occasione per vincere l’effetto distruttivo e “anestetizzante” del tempo. Bruna Husky: “è così piena di vita proprio perché è piena di morte: sa di dover morire”. Solo fare i conti con questa verità senza mettere in atto inutili autoinganni ci permette di vivere l’esistenza da protagonisti, nella consapevolezza che il “triste finale” non è che un alleato nella lotta dell’uomo col vero nemico: il tempo che uccide oggi convincendo che il domani sia scontato.
[..]E sarebbe indegno anche solo per tre giorni fermare e risparmiare me stesso. [..] Un’eguale indole di eroici cuori, indeboliti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà di combattere, cercare, trovare e di non cedere” (A. Tennyson Ulysses)

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