a cura di Paolo Laganà (I A)

paura-di-morireQuesta citazione dello scrittore Emanuele Trevi è la chiave di lettura usata nel decimo convegno nazionale sulla letteratura svoltosi in tre giornate ( 18, 19, 20 aprile 2013 ) e che ha avuto come principale “location” l’Auditorium “ S. Vincenzo De’ Paoli ” sito in via Mazzini in Reggio Calabria.
Titolo del convegno è “Nei boschi narrativi alla ricerca del lupo”, titolo che è stato brillantemente spiegato dal Presidente dell’associazione “Pietre di Scarto”, la prof.ssa Tita Ferro. Il bosco può essere metaforicamente paragonato alla lettura di un libro: infatti, esso può essere percorso più volte, come le pagine di un libro che ci attrae e ci interessa. Ma si può anche fuggire dal bosco: è il caso in cui si abbandona la lettura di un libro noioso o che ci è stato imposto.
Inoltre, spesso, in un bosco, come in un libro, si può incontrare il lupo. Questa bestia è da sempre descritta come feroce e malvagia. Basti pensare alla favola di Cappuccetto Rosso, a quella di Pierino ed il lupo, al famoso detto “In bocca al lupo” a cui si risponde “Crepi il lupo!” ed alla celebre scena che vede Dante smarrito nella selva del peccato ed attaccato da tre animali ( tra cui una lupa ) che gli impediscono la salita sul colle verso la salvezza. Il lupo – spiega la prof.ssa Ferro – simboleggia la paura della Verità.
Ciascuno di noi costruisce, durante la vita, un proprio schema psichico e l’incontro con il lupo ( ciò che non conosciamo e che ci fa paura ) ci fa aprire gli occhi e ci mette in discussione ma, al tempo stesso, tra le righe dei libri e le pieghe della realtà, ci fa scoprire nuovi significati e nuovi mondi. Se rimarremo attaccati all’opacità del nostro io, non potremo mai andare oltre e trovare la Verità.
Coerentemente col tema del primo incontro ( quello della fiaba ), interviene lo scrittore e critico Saverio Simonelli, autore del libro-saggio “Nel Paese Delle Fiabe”. Egli avvisa subito che questo “paese” non esiste; se esistesse, non esisterebbero le fiabe. Infatti, nei racconti di fantasia, non ci sono mai riferimenti a luoghi e a tempi ( “C’era una volta in un paese che non dico…” ) e mancano del tutto le lunghe genealogie tipiche dell’epica classica, nella quale “perfino gli insetti hanno un nome“, scherza Simonelli.
L’unica eccezione si trova ne “I Musicanti di Brema” dei fratelli Grimm, alla cui trattazione lo scrittore dedica un ampio spazio del suo saggio, incentrato sul recente viaggio da lui compiuto in Germania alla ricerca dei magici luoghi che rimandano alle antiche fiabe dei due famosi scrittori tedeschi. Ma perché si sceglie di nominare esplicitamente la città di Brema, nella quale curiosamente i musicanti non arrivano mai ? Brema era una città di mercanti in cui, secondo la tradizione, non si sapeva fare musica. Infatti, un tale inglese, di nome Charles Burney, girando per l’Europa sulle tracce di grandi musicisti, a Brema dedica solo alcune ore del suo tempo e, alla ricerca di ciò che non trova, fa avanti e indietro tra l’ufficio Postale e la Cattedrale, dove, entrando e rientrando più volte, sente sempre la stessa melodia cantata all’unisono dal coro senza neppure l’accompagnamento dell’organo. L’uomo è scandalizzato dalla banalità di quell’esecuzione, quella era proprio “musica da cani”, da animali, come quelli che i fratelli Grimm spediscono laggiù per suonare. Oggi la città si è vendicata intitolando strade e vie ai Musicanti di Brema.
Simonelli continua la sua prolusione analizzando la fiaba di “Cappuccetto Rosso”, di cui esistono diverse versioni: una dei fratelli Grimm e l’altra di Perrault. Questa non ebbe molto successo poiché si concludeva con la morte di Cappuccetto e della nonna e con una poesia che ammoniva tutte le bambine a non dare ascolto agli sconosciuti. Non a caso, ancora adesso, alcuni libri sulla pedofilia assimilano Cappuccetto Rosso ai bambini abusati e il lupo cattivo ai pedofili.
Il prof. Simonelli termina il suo intervento dichiarando che il tempo è una variabile ininfluente e quasi inutile nella fiaba. Infatti, ne “La Bella Addormentata nel Bosco”, la principessa, vittima di un incantesimo, si addormenta per cent’anni e, insieme a lei, cadono nel sonno anche gli abitanti del suo castello. Trascorso questo tempo, tutti si risvegliano proprio come cent’anni prima
Dopo un breve break, si apre la tavola rotonda “Dal Calderone delle Storie”, moderata da Saverio Simonelli.
Intervengono: Rosa Elisa Giangoia, che illustra la favola di Esopo, che è stata tradotta (non copiata) in latino da Fedro, il quale voleva rendere omaggio allo scrittore greco suo “predecessore”. Esopo giunse in Grecia come schiavo. Probabilmente era di origini egiziane: infatti il suo nome potrebbe essere la storpiatura di “Etiope”, termine con cui i greci si riferivano a tutti gli africani. Infine, la Giangoia parla di una “fiamma” di Esopo: la bella schiava dai piedi piccoli, Rodòpi. La storia di Rodòpi è considerata l’archetipo letterario di Cenerentola, in quanto la fanciulla egiziana perde una delle sue pantofole, il faraone la ritrova e, constatata la pertinenza della pantofola al piedino di Rodòpi, la prende con sé per sposarla.
Segue l’intervento della dott.ssa Luisa Mattia, autrice delle storie della “Melevisione”, popolare programma per ragazzi della Rai ed esperta di Gianni Rodàri. La prof.ssa Mattia usa il popolare scrittore per ricordare come le fiabe italiane del dopoguerra fossero molto tristi (morivano sempre donne e bambini) e come, con “La Grammatica della Fantasia”, Rodari abbia sovvertito questa “regola” per scrivere storie divertenti. Celebri sono le storie escrementizie, fondate sulla tematica fecale e sul gusto dei bambini per cose apparentemente strane e “sporche” che l’autore provocatoriamente e argutamente contrappone a strumenti di distruzione, di guerra e di morte.
Un altro interessante intervento del pomeriggio di giovedì 18 è stato quello di Saverio Pazzano, professore di italiano, latino e greco presso l’istituto “S. Vincenzo De’ Paoli”, che ha parlato di Italo Calvino e, in particolare, delle “Lezioni Americane”, le conferenze che Calvino tenne all’università di Harvard. Calvino non riuscì a completarle e le “Lezioni” furono pubblicate postume, nel 1988. Calvino ricorda qui un verso bellissimo tratto da un canto del Purgatorio di Dante: “Poi piovve dentro l’alta fantasia“, in cui il sommo poeta si riferisce al fatto che le immagini che percepisce gli sono ispirate da Dio. Calvino, commentando questo verso, ha notato: “La fantasia è un posto dove ci piove dentro“, cioè ha origine da processi che trascendono dalle nostre intenzioni e dal nostro controllo. Dunque la parola “fantasia”, sostiene Calvino rifacendosi ad Aristotele, deriva da fw=j = luce. Infatti la fantasia mette in luce aspetti della nostra vita.

Gli incontri di venerdì 19 si aprono come di consueto alle ore 16 ed hanno come oggetto il racconto breve. Si inizia con Paolo Cognetti, giovane e affermato scrittore milanese, che ci introduce nel mondo dei racconti brevi dello scrittore americano Ernest Hemingway. Molti di questi racconti, spiega Cognetti, lasciano con un finale sospeso. Infatti, quando la morale di un romanzo si è ben delineata, la storia ed i personaggi possono essere tralasciati. La verità di un romanzo non deve stare necessariamente alla fine. Cognetti parla infine della sua ultima fatica letteraria: “Sofia si veste sempre di nero”, un romanzo composto da dieci racconti autonomi, che accompagnano Sofia lungo trent’anni di storia: dall’infanzia in una famiglia borghese percorsa da sotterranee tensioni, all’adolescenza tormentata da disturbi psicologici, alla scoperta del sesso fino al momento della maturità. Cognetti parla dell’uscita di questo suo nuovo libro alle ore 21.00, ospite, insieme a Tita Ferro, Elisa Giangoia, Giovanni D’Alessandro e Rosa Montero, al “Salotto dell’Editore” di RTV. Durante quest’incontro viene presentata al vasto pubblico l’associazione “ Pietre di Scarto ” anche allo scopo di promuovere le edizioni future dei Convegni Letterari organizzati dalla stessa.
Il pomeriggio prosegue con il brillante intervento di Stas Gawronski, conduttore di Cultbook, trasmissione televisiva di Rai Educational dedicata ai libri.
Ci spiega che Anton Cechov è considerato il maestro del racconto breve. Dopo una breve biografia del celebre autore russo, sottolineata la sua “diversità” rispetto agli altri scrittori russi a lui contemporanei (Cechov non è pessimista), Gawronski ci coinvolge nell’interessante lettura di un racconto breve dell’artista russo: “Lo Specchio Ricurvo (Racconto di Natale)”, scritto alla fine del 1800 ma ancora straordinariamente attuale. È uno specchio bizzarro ( e che ricorda vagamente quello presente nella fiaba di Biancaneve ) quello “curvo” del racconto di Cechov: esso stravolge la realtà, facendola apparire come non è. Così, un uomo normale vi appare deforme e una donna deforme vi appare bellissima: nulla di più esaltante, per una donna brutta e vanitosa, che vedersi bella. E allora lo specchio diventa una droga, un oggetto di cui lei non può più fare a meno, qualcosa che alimenta le sue illusioni e che la proietta in una dimensione irreale, ma tanto più affascinante di quella vera.
Oggi lo specchio è rappresentato dalla TV, dal computer, insomma da tutto ciò che ci fa essere superbi e narcisistici; oggi solo l’essere in uno studio televisivo ci fa sentire importanti, rovinando la nostra vita. Lui è lussurioso; lei vanagloriosa. Il racconto si conclude con una domanda che dovrebbe farci riflettere: che stima abbiamo di noi stessi ?
Segue l’intervento dello scrittore romano Paolo Di Paolo che, nel suo breve ma intenso discorso, illustra la vita e le opere di John Cheever ( 1912 – 1982 ). Lo scrittore americano inizia a scrivere a diciannove anni e, nel 1978 vince il premio Pulitzer per la narrativa. La sua esistenza è impregnata dall’alcolismo: infatti Cheever si sente desincronizzato dalla vita. Ciò si riflette anche nelle sue opere, in cui i personaggi non risultano aderenti al contesto. Infine, Paolo Di Paolo fa notare come Cheever sia ossessionato dal paesaggio, che fa sempre da sfondo alle sue storie e che rappresenta le inquietudini di un’anima che deve fare i conti con una terribile solitudine (un po’ come il paesaggio – stato d’animo di Petrarca, sempre presente nel “Canzoniere”, nel quale lo scrittore fa i conti con il suo “io” diviso fra passione amorosa ed esaltazione religiosa).
L’incontro di venerdì si conclude con un viaggio attraverso le tradizioni antiche popolari calabresi offerto dal dirigente dell’istituto “ S. Vincenzo De’ Paoli ”, De Masi. Il preside ricorda uno scrittore reggino ( nato a Bovalino ) purtroppo ignoto a molti: Mario Lacava, i cui libri sono ricchi di storie semplicissime: traduzioni in lingua italiana di racconti popolari della nostra terra.

Grande affluenza di studenti si è registrata la mattina di sabato 20 per la giornata conclusiva di questo interessante convegno letterario.
Giovanni D’Alessandro, accolto tra gli applausi generali, esalta la calorosa accoglienza che gli è stata riservata nella nostra città, cosa non usuale in altri luoghi d’Italia.
D’Alessandro racconta e analizza il romanzo “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, celebre scrittore ucraino. La sua vita è stata caratterizzata da tragedie familiari, a seguito delle quali fu preso in cura dallo zio, che lo iniziò alla lettura e che provò senza successo a farlo studiare a Cracovia. La sua passione era il mare: in breve tempo fece carriera in campo nautico ed iniziò ad imbarcarsi per viaggi in tutto il mondo. Quando smise, si trasferì stabilmente in Inghilterra, dove si sposò e morì nel 1924.
“ Cuore di Tenebra ”, del 1902, è una specie di diario di viaggio, in quanto la vicenda è raccontata in prima persona in un lungo flashback. Il protagonista è Marlow, alter ego di Conrad, che anni prima aveva risalito il fiume Congo al comando di un’imbarcazione. Entrambi, da bambini, guardando una cartina geografica, piena a quei tempi di macchie bianche ( zone inesplorate ), avevano sognato di esplorarle. Ma Marlow, come Conrad, si era pentito presto del suo sogno vedendo, durante la navigazione verso l’interno della foresta del Congo ( la tenebra ), le torture inflitte alle popolazioni locali. Si era reso conto che nessuno, neppure un bambino che punta il dito su una carta geografica, coltiva sogni del tutto innocenti. Gli uomini compiono viaggi di scoperta solo per conquistare terre, per acquisire potere, per sfruttare le popolazioni indigene.
Il viaggio è lungo e drammatico, teso alla ricerca di Mr. Kurtz, uomo brutale ma “affascinantissimo e suggestivo” che gli indigeni considerano una divinità.
Il romanzo presenta un linguaggio gergale. I dialoghi sono estesi, la sintassi è franta e non priva di errori. L’analisi di questo libro ha suscitato molto interesse per la straordinarietà della narrazione e per il mito della fascinazione di un uomo inquietante, misterioso e “ tenebroso ”, capace di occupare la fantasia e il cuore di tutti. “Cuore di Tenebra” sembra alludere al pericoloso carisma dei grandi dittatori ( Hitler, Stalin… ) e sembra richiamare anche il Dante della “Divina Commedia”.
Come Dante auctor e agens percorre i vari gironi del regno ultraterreno, così Conrad percorre i sentieri insanguinati dell’Inferno in terra.
Altra illustre ospite del convegno è la scrittrice e giornalista spagnola Rosa Montero, che promuove il suo ultimo romanzo ed espone le sue idee sottoponendosi ad una vera e propria pioggia di domande.
La protagonista del suo romanzo sa quando morirà. “Ma noi – spiega la Montero – non dobbiamo sapere ciò, altrimenti impazziremmo“. La scrittrice è contraria alla pena di morte: “Siamo tutti condannati a morte“, dice, “E per questo scriviamo; per allontanarla“. Non crede nella reincarnazione; ammette la presenza di energia dentro di noi. Suggerisce ad una giovane studentessa di non scrivere opere letterarie in momenti di dolore. In tali casi si può solo comporre un diario, ma fuori dal contesto letterario: il dolore ci distrugge.
La vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti”, cantava John Lennon in “Beautiful Boy”: una frase tristemente profetica. La morte che lo ha proditoriamente raggiunto l’8 dicembre 1980 rende chiaro a tutto il mondo che la vita non è quello che noi pensiamo che sia, ma è ciò che procede oltre noi e malgrado noi.
Al termine del convegno, la Presidente Tita Ferro ringrazia tutti coloro che hanno partecipato a questa decima edizione del convegno nazionale sulla letteratura e conclude dicendo:
A che cosa serve la letteratura ? La letteratura serve a vivere. Certo, non dà il pane, ma forma l’uomo col pane della vita“.

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