di Romina Arena

Cara Marisa,

se non fossi già vecchio abbastanza e con le ossa gonfie di umidità; se non fossi miope e non accartocciassi gli occhi nel tentativo vano di vedere qualcosa, delle lettere, un articolo, un’insegna; se non fossi zoppo e non oscillassi su e giù camminando con lentezza. Se non fossi tutto questo, proverei a cercarti ancora in qualcuna, nella speranza di non trovarti mai; nella speranza di non rincontrarti mai né nelle labbra affilate, né negli occhi piccoli; né nei gomiti aguzzi di nessuna.

Disgrazia mia. Cinquantennale supplizio.

Mi sono sembrati secoli questi anni accanto a te. La tua presenza posticcia al mio fianco, così esuberante e piena spiegazzava la mia magrezza. I miei silenzi pudichi contro i tuoi schiamazzi squillanti. Non c’era verso che tu capissi che discrezione non era una parolaccia, ma una pratica sobria di riservatezza.

Vani i miei sforzi di stabilire contatti intimi con te che non morissero contro la mano che agitavi come per scacciare una mosca dall’aria; come se una carezza fosse una fonte assieme di costernazione e di peccato.

Mi ha aiutato la pazienza a scavallare la pena, ma tu questo lo hai sempre saputo, che non ti ho mai nascosto quella insofferenza che mi attorcigliava lo stomaco al solo sentirti parlare.

Ti ricordi quando passeggiavamo al Parco ed io non volevo mai stare dalla parte del sole, ma ci rimanevo perché volevi starci tu?

Vedevo che ti piaceva abbronzarti anche a marzo, quando il sole è ancora crudo e dicono non faccia bene. Tu col viso rivolto verso l’alto ed io fasciato dentro le sciarpette di pile che compravi al mercato in quantità. Come se avessi venti mariti malaticci di cui prenderti cura e non soltanto me.

Ti ricordi il carrello al supermercato, che prendevamo sempre quello con una ruota che girava su se stessa senza contribuire allo sforzo delle altre tre?

Mi sentivo io quella ruota che girava inutilmente. Sempre appresso a te, qualunque cosa facessi, ovunque andassi. Malgrado tutto, tra gli svolazzi dei tessuti per le tende, ai tagli sartoriali dei tuoi vestiti monacali, le gonne fino alle caviglie, sempre; le calze coprenti, i cappellini col tulle, le camicie con gli sbuffi sulle maniche.

E ti ricordi quanti pomeriggi in libreria in mezzo alla polvere che donna Carmelina non voleva mai togliere perché diceva: “Accussì i libri tengono più fascino”? Io non ci volevo andare da donna Carmelina perché avevano aperto una libreria più grande, più moderna, piena di luce e senza polvere, in via del Corso, a due passi da casa. E tu invece no, che povera donna Carmelina stava sola e bisognava darle una mano d’aiuto; che se compravamo i libri da lei le davamo i soldi senza sembrare sgarbati e ci mettevamo pure a posto con la coscienza nostra. A me piacevano le luci al neon e l’odore di linoleum, il traffico della gente che si urta tra gli scaffali e tu invece donna Carmelina con le novene; donna Carmelina coi lamenti; donna Carmelina coi suoi lutti disperati; donna Carmelina senza denti e che puzzava di aglio.

È che vi capivate al volo ed eravate all’altezza l’una dell’altra, nel senso che eravate proprio tutte e due basse, tutte e due tarchiate e tracagnotte, sgraziate e sfiorite, qualora foste mai state in fiore. Io non mi ricordo mai di te fiorita. Non me lo ricordo ora e non mi capacito di come possa averlo fatto prima. Come quella volta che sull’incarto delle paste ti scrissi che la tua folta chioma era offuscamento d’amore, e presto scoprii con rammarico e disillusione che in testa di capelli ne avevi solo quattro e che il resto era solo un crudele inganno di Cupido.

E sono pure passati cinquant’anni da quel giorno in cui decisi di prenderti in moglie, in cui scelsi deliberatamente di provare da allora in poi e per ogni giorno della mia vita finché morte non ci ha separati, come da contratto con Santa Romana Chiesa, la spiacevole sensazione di viverti accanto.

Non ti vidi per quella che eri. Non ti vidi affatto e non per colpa della miopia, nè per colpa degli occhiali che tenevano, allora e anche oggi, con il nastro adesivo. Cornacchia sguaiata col diletto del canto lirico, poetessa da strapazzo col vezzo degli arcaismi, mi facevi sentire piccolo e inutile nel mio mestiere di professore di lettere. Con quale forza imprimere nei giovani l’amore per i classici quando tra le mani mi ritrovavo le tue stucchevoli rime baciate e dovevo decantarne le lodi in mezzo a travasi di bile e nauseabondi conati?

Non mi accorsi nemmeno che eri strabica e pelosa e meschina, di quella miseria d’animo che grida vendetta al cielo e intanto si crogiola beatamente della propria arcignità di lasciarti la minestra fredda, i calzini spaiati, le mutande bucate come se fossero fonte, queste cose, queste angherie, di grande soddisfazione ed indescrivibile appagamento.

E che era non lo so, se non amore. Fossi stata ricca, avrei cercato una squallida giustificazione nel mio subconscio opportunista, ma tuo padre era ciabattino e voi eravate comunque sempre con le scarpe sfondate. Fossi stata bella, avrei cercato sempre nel mio subconscio una ragione libidinosa, una motivazione concupiscibile (di panza, Marisa, di panza) che mi spiegasse l’ottundimento. Ma tu eri brutta senza scampo, che quella faccia da civetta schifata ti si è ricomposta in una fattezza umana solo dopo che ti avevano sistemata nel tavuto.

E io, io non ti ho mai detto niente perché sono un signore e un pò anche perché me la sono cercata, Marisa, e mi sono zittito come chi l’ha fatta grossa e non sa che replicare. E per compensare l’angoscia che montava dalle angherie mi facevo crescere la barba, che non ho mai tollerato e che mi faceva venire un prurito di peste. Sopportavo la barba e la peste per farti un dispetto, perché dentro possiamo avere tutte le zozzerie peggiori del mondo, ma fuori non deve spurgare nemmeno una goccia di feccia per sbaglio. Vero, Marisa? E ti mettevo a disagio davanti alle tue amiche zitelle che lanciavano succhi gastrici contro ogni piega di sciatteria.

Dirai che anche io sono stato crudele. Ma tu lo sei stata di più. Molto di più.

Ecco perché continuo a cercarti: per accertarmi che tu non sia più da nessuna parte ed in nessun’altra ancora; per acquietarmi tutto nella serenità di non dovermi mai più imbattere in te o contro di te; nelle tue manine grassocce che si tengono stretti gli spiccioli del resto; nei tuoi piedi da nana che strisciano le ciabatte solo per rompere il silenzio; nella puzza di lacca ferocemente incrostata tra i tuoi capelli.

Marisa, non volermene. Sia pace all’anima tua. E pure alla mia.

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