Di Carmela Ferro

Con l’aiuto di poesie, testi narrativi, articoli giornalistici e fiabe, in questa officina di Ottobre riflettiamo sul sentimento raro e prezioso della gratitudine.

Franca Crucitti cerca le vibrazioni interiori di questo sentimento nei versi dei poeti: legge i versi di San Francesco, il cui Cantico è un inno di gratitudine a Dio per tutto ciò che ci ha donato, di Dante, che nel canto XV del Paradiso fa esprimere a Cacciaguida la sua riconoscenza  per aver potuto incontrare il suo discendente, di Trilussa, di L. Ansillotti; e ancora di E. De Amicis che immagina l’ultimo gesto di un soldato, il quale nel momento della morte riesce a strappare un fiore per donarlo a lui in segno di riconoscenza.

EDMONDO DE AMICIS:    GRATITUDINE   (da  Ricordi della guerra)

Tutto di sangue orribilmente intriso

Vidi un soldato a cui fuggìa la vita

E la campagna intorno era fiorita

Di fiori bianchi al pari del suo viso.

Accorsi, mi chinai; mi guardò fiso

Quasi incurante della sua ferita,

E la pupilla tremula e smarrita

S’illuminò di un rapid0 sorriso.

Io lo sostenni con cura amorosa,

Ma la sua bocca non profferse un detto;

L’occhio solo dicea: Tutto è finito.

Tastò intorno la terra sanguinosa,

Divelse un fior, me lo gittò sul petto

E ricadde sull’erba irrigidito.

Bellissima anche l’immagine del poeta Enzo Ferrari che negli occhi dei fanciulli intravede i fiori imprigionati della gratitudine:

ENZO FERRARI  :  “ OGNI GIORNO”

Un verso d’amore

Tenero

Dolce

Assolato

È l’essenza di vita.

Ogni giorno c’è un bambino

Maldestro e impaziente

Che ti insegna.

Cala il sipario

Sui  teatrini delle nostre infamie.

Gli occhi stupefatti dei fanciulli

Tengono gelosamente prigionieri

I fiori della gratitudine.

Maria Aldarese attinge alla letteratura latina: Cicerone fa derivare tutte le virtù proprio dalla gratitudine.

“Questa è infatti la sola virtù, non solo la più grande, ma anche la madre di tutte le altre virtù. Che cosa è la  pietà se non un sentimento di devozione verso i genitori? Chi sono i cittadini onesti che si rendono benemeriti della patria in guerra e in pace, se non quelli che rendono giusto ringraziamento agli dei immortali con degni onori e animo grato? Quale gioia può avere la vita tolte le amicizie? Che amicizia d’altra parte ci può essere fra ingrati?”

mentre Seneca ci insegna: “Ti lamenti di essere incappato in un uomo ingrato: se questa è la prima volta, ringrazia o la sorte o la tua diligenza… Vale tanto, perché trovi uno grato, sperimentare anche gli ingrati. Nessuno ha una mano tanto sicura da non sbagliare spesso.”

Il sentimento della riconoscenza ricopre un ruolo fondamentale anche nelle filosofie orientali. Ylenia Armocida propone alcuni brani del libro “La filosofia dell’Aikido” di J. Stevens. Il testo considera quattro aspetti della gratitudine: quella verso l’universo (“O Sensei Ueshiba andava ad inchinarsi di fronte al Kamidana del dojo e salutava il Sole del mattino”), verso gli antenati, verso i nostri simili e verso le piante e gli animali che sacrificano la loro vita per noi (“Un tempo i nativi americani, nell’andare a caccia, non dimenticavano mai di ringraziare gli animali che generosamente si lasciavano uccidere. La preda era considerata un amico e trattata con rispetto: prendiamo la tua vita per necessità, non per ingordigia”)

Tita Ferro ci ricorda che in America esiste proprio una festa del ringraziamento in memoria del sentimento che i Padri Pellegrini provarono al loro arrivo nelle Americhe . “Oggi, afferma Tita, spesso si ha una deformazione aberrante della gratitudine, il servilismo, che maschera l’interesse personale”.

Poi Tita ci offre le sue riflessioni, come sempre stimolanti e mai banali:

“Che cosa impedisce di aprire il cuore al ringraziamento, perchè facciamo sempre così fatica a provarlo? Semplice, la nostra attenzione è quasi sempre focalizzata sui problemi, su ciò che non abbiamo, chiusa nell’egoismo, nell’avidità, nella paura di perdere quanto abbiamo e di doverlo difendere. Eppure è così semplice provare gratitudine, ma è anche altrettanto semplice dimenticarsi di provarla e di emozionarsi delle cose per cui siamo grati.  Per certi versi è solo una questione di abitudine: abituarsi ad applicare certi insegnamenti con costanza e ripetizione. I genitori insegnavano un tempo ai loro figli sin da piccoli a ringraziare e li sollecitavano, quando non lo facevano spontaneamente con un “come si dice?” Imparare a essere grati apre le porte a nuove occasioni per essere ancora più grati. (Nel film “The Secret” c’è una parte in cui uno degli autori parla del suo sasso della gratitudine, un modo per rendere sempre viva l’abitudine a ringraziare).

Dei suoi tanti contributi scelgo inoltre il brano del vangelo sulla guarigione dei lebbrosi:

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

e il testo famoso della canzone “Grazie alla vita” cantata da Gabriella Ferri:

Grazie alla vita
Che mi ha dato tanto,
Mi ha dato due occhi
Che quando li apro
Chiaramente vedo
Il nero e il bianco,
Chiaramente vedo il cielo alto
Brillare al fondo,
Nella moltitudine
L’uomo che amo.

Grazie alla vita
Che mi ha dato tanto,
Mi ha dato l’udito
Così certo e chiaro
Sento notti e giorni
Grilli e canarini
Turbini martelli
E lunghi pianti di cani
E la voce tenera
del mio amato

Grazie alla vita
Che mi ha dato tanto,
Mi ha dato il passo
Dei miei piedi stanchi
Con loro ho attraversato
Città e pozze di fango
Lunghe spiagge vuote
Valli e poi alte montagne
E la tua casa la tua strada
Il tuo cortile

Grazie alla vita
Che mi ha dato tanto,
Del mio cuore in petto
Il battito chiaro
Quando guardo il frutto
Della mente umana
Quando vedo la distanza
Tra il bene e il male
Quando guardo il fondo
Dei tuoi occhi chiari

Grazie alla vita
Che mi ha dato tanto
Mi ha dato il sorriso
E mi ha dato il pianto
Così io distinguo
La buona o brutta sorte
Così le sensazioni che fanno
Il mio canto
Grazie alla vita
Che mi ha dato tanto

Negli ultimi decenni i progressi della medicina sono stati davvero notevoli e risolutivi per molte malattie. La nostra riconoscenza va quindi innanzi tutto agli scienziati che dedicano la loro vita alle loro ricerche in campo medico.…. Ce lo ricorda  Francesca Cascianoleggendo un brano tratto da Repubblica dell’ 1- 10 2011  su un esame di laboratorio in grado di scoprire la meningite in un’ora.

“Arriva dal Regno Unito un metodo per scoprire la meningite subito, non a caso battezzato Lamp.

L’esame è in grado di diagnosticare la malattia in una sola ora contro le 24-28 necessarie finora…”

Un inno di gratitudine alla vita è la poesia di Madre Teresa di Calcutta proposta da Luciana Modica:

“Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe

I capelli diventano bianch

I giorni si trasformano in anni

Però ciò che è importante non cambia…

Se ti manca ciò che facevi torna a farlo

Non vivere di foto ingiallite

Insisti anche se tutti aspettano che abbandoni.

Quando non potrai camminare usa il bastone

Però non trattenerti mai!”

Infine Carmela Ferro legge la fiaba “il fedele Giovanni” dei fratelli Grimm, in cui un fedele servitore viene per un maleficio tramutato in statua a causa dell’ingratitudine del suo re.  Solo dopo che il re, compiendo un difficile e doloroso percorso di ravvedimento e pentimento comprende il sacrificio del suo servo e tocca dentro di sé il sentimento dell’affetto e della riconoscenza, il fedele Giovanni potra riacquistare la vita e si ricomporrà un equilibrio di serenità e di gioia:

“ Il re e la regina se ne afflissero molto e il re diceva: “Ah, come ho mal ricompensato tanta fedeltà!” Fece sollevare la statua di pietra e la fece mettere nella sua stanza accanto al suo letto. Ogni volta che la guardava, piangeva e diceva: “Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni!” Passò qualche tempo e la regina partorì due gemelli, due maschietti, che crebbero ed erano la sua gioia. Un giorno che la regina era in chiesa e i due bambini giocavano accanto al padre, il re guardò la statua di pietra con grande tristezza, sospirò e disse: “Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni!” Allora la statua incominciò a parlare e disse: “Sì, puoi ridarmi la vita se sarai disposto a dare ciò che ti è più caro.” Allora il re esclamò: “Per te darò tutto quello che ho al mondo!” La pietra proseguì: “Se di tua mano tagli la testa ai tuoi due bambini e mi ricopri con il loro sangue, allora riavrò la vita.” Il re inorridì quando udì che doveva uccidere egli stesso i suoi diletti figli, ma pensò alla grande fedeltà del fedele Giovanni, che era morto per lui: trasse la spada e di sua mano tagliò la testa ai bambini. E quando ebbe ricoperto la statua con il loro sangue, essa si rianimò e il fedele Giovanni gli stette di nuovo innanzi, fresco e sano. Ed egli disse al re: “Voglio ricompensare la tua fedeltà” e, prese le teste dei bambini, le rimise sul busto e spalmò le ferite con il loro sangue. In un attimo i bambini ritornarono sani e ripresero a saltare e a giocare come se nulla fosse accaduto. Il re era felice e, quando vide venire la regina, nascose il fedele Giovanni e i due bambini in un grande armadio. Quando ella entrò le disse: “Hai pregato in chiesa?” – “Sì” rispose la regina “ma ho sempre pensato al fedele Giovanni che è stato così sventurato per colpa nostra.” Allora egli disse: “Cara moglie, noi possiamo ridargli la vita, ma a prezzo del sacrificio dei nostri figlioletti.” La regina impallidì e le si gelò il sangue, ma disse: “Glielo dobbiamo per la sua grande fedeltà.” E il re si rallegrò che ella pensasse come lui; andò ad aprire l’armadio e ne uscirono i bambini e il fedele Giovanni. Il re disse: “Grazie a Dio egli è libero dall’incantesimo e abbiamo ancora i nostri figlioletti.” E le raccontò tutto quello che era successo. Poi vissero felici insieme fino alla morte.”

Annunci