Di Carmela Ferro

Nell’ultimo bellissimo film di Paolo Sorrentino “This must be the place”, il protagonista Cheyenne, mitica rockstar in profonda crisi di identità, incontra casualmente in un bar sperduto lungo una delle infinite autostrade americane che tra praterie e deserti corrono dritte verso l’orizzonte, un giovane quasi integralmente ricoperto di tatuaggi. Il personaggio ha tutto l’aspetto di un “balordo”, uno dei tanti sbandati da cui mai ci aspetteremmo, incontrandoli, di ricevere illuminazioni sulla vita e sull’insondabile mistero dell’animo umano. Eppure proprio da questo strano incontro Cheyenne riceve in dono un tassello prezioso per iniziare a costruire dentro di sé quel puzzle confuso, disordinato e incompleto che è stata la sua esistenza fino a quel momento: tra tutti i sentimenti che proviamo nella vita, sottolinea il ragazzo,  il più bello e importante di tutti è quello della riconoscenza.


Imprescindibile è il sentimento della riconoscenza per la definizione della nostra identità, se è vero il detto secondo il quale “chi riconosce ciò che ha ricevuto, riconosce se stesso”. Anche se… riconoscenza e gratitudine non sono forse termini sinonimi, perfettamente identici dal punto di vista semantico e pertanto intercambiabili. Si può infatti arrivare a riconoscere il  bene ricevuto ma non per questo provare gratitudine nei confronti di chi ce lo ha elargito. Anzi a volte, nonostante si riconosca, ci si può anche dimenticare o sentirsi del tutto indifferenti, se non, a volte, provare risentimento o addirittura odio per chi ci offre un bene magari non cercato o imposto. La gratitudine invece produce gioia e affetto, valorizzazione di noi stessi e dell’altro. E’ espressione di fiducia e di condivisione, la condivisione di un bene che eleva spiritualmente chi dona e chi riceve.

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