Report di Officina del 20 Maggio 2011

a cura di Carmela Ferro

Quale ruolo svolge la volontà nell’atto della comunicazione? E’ il primo interrogativo che ci poniamo nell’officina del 20 Maggio, dedicata appunto al “comunicare”. È solo il primo, visto che subito dopo ne scaturiscono tantissimi altri. Infatti via via che discutiamo,  leggiamo e riflettiamo sui testi degli scrittori che abbiamo scelto per offrire il nostro contributo, ecco che affiorano alcune delle infinite problematiche legate a questa attività estremamente complessa ma irrinunciabile della condizione umana. Perché se è vero che comunicare è “mettere in comune qualcosa di noi” nel rapporto con gli altri, un voler camminare insieme, non si può d’altra parte disconoscere che molteplici elementi disturbano lo scambio non tanto delle informazioni, quanto delle esperienze, dei sentimenti, di frammenti più o meno significativi del nostro mondo interiore: i pregiudizi, le idee diverse, i diversi valori di riferimento, la difficoltà nel creare un valido canale comunicativo, le intenzioni, spesso inconsce, di manipolazione, la presunzione, l’orgoglio e tutto ciò che non di rado ci porta a leggere nella comunicazione con l’altro solo ciò che vogliamo o che ci fa più comodo. Tutti elementi di disturbo che se vissuti con maggiore consapevolezza e autocritica potrebbero rendere meno aspro il contatto con le persone con cui giornalmente abbiamo a che fare, rendendo la comunicazione, come ha detto il cardinale Martini, un “camminare sulla seta”, anziché, come spesso avviene, un arrampicarsi su una scala irta di chiodi appuntiti.

La cosa strana inoltre è che talvolta la vicinanza fisica o affettiva non agevola, non promuove la nostra comunicazione: si vive a stretto contatto con familiari, colleghi di lavoro, vicini di casa, parenti, e in fondo si resta estranei: si parla senza propriamente comunicare. Niente di davvero importante, niente che venga dal profondo di noi arriva all’altro e niente dell’altro ci giunge. Forse manca un vero rapporto di empatia, o forse tra le persone che abbiamo intorno selezioniamo quei rapporti che ne siamo convinti o comunque ci auguriamo, ci possono arricchire, da cui possiamo imparare, all’interno dei quali può stabilirsi un vero confronto; quei rapporti insomma che emotivamente e intellettualmente ci coinvolgono e ci catturano. Ma perché tutto questo possa avvenire, di quanta disponibilità siamo capaci, quanto siamo disposti ad “aprirci”? E in fondo, siamo proprio sicuri che aprirsi agli altri sia sempre un atteggiamento  positivo, o non è necessario un filtro, strumenti anche di difesa che ci proteggano da rischi (quale scopo l’altro vuole ottenere attraverso la comunicazione con me? La favola del lupo e l’agnello insegna…) e da “inquinamenti” comunicativi?

E infine, è possibile comunicare con il silenzio e quali sono le le condizioni, le modalità e le potenzialità offerte da questa speciale forma comunicazione?

Riporto ora, di seguito, i contributi di Giuseppina Catone, Maria Bambace, Vittoria Mallamaci, Franca Crucitti.

– Giuseppina Catone:

Ho scelto di presentare una selezione di testi e di immagini che illustrano diverse accezioni del verbo “comunicare”.

In primo luogo, per sorridere un po’, mi è sembrato calzante un raccontino di Achille Campanile, in cui più che dell’arte del comunicare si parla della difficoltà di farsi capire. Un difetto di comunicazione che potrebbe applicarsi a tutti i tempi ed a tutti i campi, perché è normalissimo vedersi fraintesi quando si pensa di aver detto le cose con chiarezza; e in modo altrettanto normale si susseguono letture e riletture di testi, di episodi di storia o di attualità, travisati o alterati da una cattiva interpretazione.

Ed ecco il testo:

La lettera di Ramesse (da “In campagna è un’altra cosa, di Achille Campanile)

Dolce era la sera sulle rive del sacro Nilo. I colori del tramonto indugiavano sulle acque, che si vedevano scintillare e tremolar fra le palme, dietro il tempio di Anubi. Si levò un sommesso canto di sacerdoti. Poi tutto tacque.

Ramesse passeggiava pensieroso e la solitudine del luogo, che pareva fatto per i convegni d’amore, aumentava la sua tristezza.

Coppie scivolavan tra le ombre, poco lontano. Egli soltanto non aveva una compagna. Qui 1′ aveva vista la prima volta, qualche giorno prima e qui tornava ogni sera in amoroso pellegrinaggio, con la speranza d’incontrarla di nuovo e palesarle l’amor suo.

Ma la ragazza non s’era rivista.

“L’amo”, diceva a se stesso il giovine egizio “l’amo appassionatamente. Ma come farglielo sapere? Ecco, le scriverò una lettera”.

Corse a casa, si fece portate un papiro e s’accinse a buttar giù la dichiarazione d’amore, imprecando contro lo strano modo di scrivere degli egizi, che obbligava lui, poco forte in disegno, a esprimersi per mezzo di pupazzetti.

“Vedo con piacere che ti sei dato alla pittura” gli disse il padre, quando lo vide all’opera.

“No, sto scrivendo una lettera”, spiegò Ramesse.

E si mise al lavoro pieno di buona volontà.

“Le dirò” fece: “Soave fanciulla…”.

(E disegnò alla meno peggio una fanciulla cercando di darle un ‘aria quanto più fosse possibile soave)

…dal primo istante in cui vi ho vista…

(Cercò di disegnare un occhio aperto e appassionato).

… il mio pensiero vola a voi…

(Come esprimere questo concetto poetico? Ecco: tracciò sul papiro un uccello).

…Se non siete insensibile ai miei dardi d’amore…

(E disegnò una freccia scagliata).

… trovatevi fra sette mesi…

(Sette piccole lune s’allinearono sul papiro).

…lì dove il sacro Nilo fa un gomito…

(Questo era molto facile: all’inamorato bastò tracciare un fiumicello a zig-zag).

..e precisamente vicino al tempio di Anubi…

(Anche questo era piuttosto facile, l’immagine del dio dal corpo d’uomo e dalla testa di cane essendo nota a tutti).

.. perché possa esternarvi i sensi di una rispettosa ammirazione…

(Disegnò se stesso che s’ inginocchiava).

…Mi creda, con perfetta osservanza, eccetera, eccetera.

Terminata l’improba fatica il giovine e intraprendente egizio consegnò la lettera al servitore:

“Portala alla figlia di Psammetico” disse. “E’ urgente”.

“Oh”, fece il vecchio analfabeta “il grazioso cannocchiale!”.

“E’ un papiro, asino. C’è risposta”.

Dopo poco, la soave figlia di Psammetico decifrava i disegni non troppo riusciti del giovine Ramesse, dando ad essi la seguente interpretazione:

Detestabile zoppa…

…ho mangiato un uovo al tegamino…

…voi siete un’oca perfetta…

…ma, nel fisico, somigliate piuttosto a una lisca di pesce…

…Vi piglierò a sassate…

…Siete un ignobile vermiciattolo…

…e avete bisogno della protezione di Anubi…

(“Mascalzone!” pensò la fanciulla. “Anubi è il protettore delle mummie!”).

…Ora smetto perché debbo pulirmi le scarpe.

Saluti, eccetera, eccetera.

“Grandissimo vigliacco” strillò la ragazza. “Ora ti accomodo io!”.

Prese lo stilo e sotto la stessa lettera scrisse:

Se io sono un ‘oca…

…ma non mai una mummia…

…lei è un beccaccione…

…e io la prenderò a pugni.

Frase che ottenne disegnando con grande perizia un’oca, Anubi cancellato, un animale cornuto e un pugno chiuso.

Restituì la lettera al servitore di Ramesse, che tornò dal padrone.

Figurarsi la gioia di questi, quando credé di decifrare – sempre per la sua scarsa pratica di disegno – come segue i geroglifici della ragazza:

Anche il mio pensiero vola costantemente a voi…

…ma ritengo che non è prudente vedersi presso il tempio di Anubi;

…piuttosto; un buon posticino tranquillo credo si possa trovare nei paraggi del tempio del bue Api…

…dove vi concederò la mia mano.

Quattromila anni sono passati. Il papiro di Ramesse è stato tratto alla luce da un grande egittologo, il quale dopo due lustri di profondissimi studi è riuscito a ridare all’ammirazione degli uomini il brano di sublime poesia contenuto in esso.

Eccolo, nella traduzione integrale che ne ha fatto lo scienziato:

O Osiride che danzi stancamente

sul fiore del loto,

seguita dall’lbis, uccello a te sacro,

io t’offro la spiga del grano

e sette piccoli fagiuoli di fresco sgranati,

acciocché tu tenga lontano da me il serpente dell’invidia,

al sommo Anubi,

a cui mi prostro,

seguito anch’io dall’Ibis sacro,

sacrificando; un grasso vitello

che abbatterò di mio pugno.

Il secondo testo è breve, ma molto significativo: la comunicazione come trasmissione ereditaria di notizie tra un padre e un figlio, la comunicazione usata come testimonianza in punto di morte di una vita vissuta con pienezza che vuol farsi ricordare e vuole diventare esempio per le generazioni future.

Tiziano Terzani, da La fine è il mio inizio

Orsigna, 12 marzo 2004

Mio carissimo Folco,

 sai quanto odio il telefono e quanto mi è ormai difficile, con le pochissime forze che ho, scrivere anche due righe così. Per cui niente “lettera”, ma un telegramma con le due o tre cose a cui ancora tengo e che è importante tu sappia.

 Sono terribilmente affaticato, ma serenissimo. Adoro essere in questa casa e conto di non muovermi più da qui. Spero di vederti presto, ma solo a condizione che tu abbia finito il tuo  lavoro. Una volta qui, tutto ti (ci) travolgerà, specie se tu accettassi un’idea sulla quale ho molto riflettuto. Questa:

 … e se io e te ci sedessimo ogni giorno per un’ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita? Un dialogo fra padre e figlio, così diversi e così eguali, un libro testamento che toccherà a te mettere assieme.

   Fai presto, perché non credo di avere molto tempo. Fai i tuoi programmi e io cerco di sopravvivere ancora per un po’ per questo bellissimo progetto, se sei d’accordo.

Ti abbraccio

i’ babbo

 

Giotto: la Visitazione (Cappella degli Scrovegni, Padova)

L’immagine qui sopra è indicativa di un altro tipo di comunicazione:

“In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!…”

 

Lorenzo Lotto, L’Annunciazione, Recanati

Quest’opera mi ha sempre fatto simpatia e tenerezza! Al momento in cui appare l’Angelo per dare a Maria la più importante delle comunicazioni, sembra che l’evento sia così improvviso e da far quasi sobbalzare Maria e da far fuggire il gatto!

Concludo con una delle lettere più celebri di tutta la storia del cinema, un tentativo di comunicazione che sarà sicuramente frainteso!!

Signorina (intestazione autonoma)

veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire ;a noi ci fanno specie che quest’anno, una parola, c’e’ stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete . : questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perche’ dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perche’ il giovanotto e’ uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioe’ sul collo . ; . ;

salutandovi indistintamente

i fratelli Caponi(che siamo noi)

– Maria Bambace:

La parola comunicare, come l’etimologia chiarisce, implica il desiderio di chi parla di farsi capire ed il desiderio di chi ascolta di capire.

Il primo esempio che mi viene in mente è quello riportato da Manzoni nel cap. VIII dei Promessi Sposi in cui viene presentato padre Cristoforo che si prodiga per salvare Renzo dalla rabbia degli altri e dalla sua e Lucia dalle grinfie di Don Rodrigo . Le sue parole sono semplici, essenziali e chiare anche a tre contadini quali sono Agnese, Lucia e Renzo:

cap. VIII

Voi, – continuò volgendosi alle due donne potrete fermarvi a***, non troppo lontane da casa vostra. Cercate nel nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti , per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera a padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale a Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa tornare a vivere qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione. – E’ un torrente a pochi passi da Pescarenico. – Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; rispondete: san Francesco. la barca vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***.

…   

non altrettanto chiare sono quelle usate  da Don Abbondio per sbarazzarsi di Renzo la mattina delle nozze impedite da  Don Rodrigo. Don Abbondio con l’uso del latinorum, come dice Renzo, vuole confondere il povero popolano e prendere tempo, visto che non si è saputo opporre al prepotente signorotto.

Cap. II

–          Sapete voi quanti sono gli impedimenti dirimenti?

–          Che vuole che io sappi d’ impedimenti?

–          Error, conditio, votum, cognatio, crimen,

–          Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,

–          Si sis affinis,…

–          Cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.

Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?

 Anche fra Cristoforo, nel cap. VIII, usa tre parole latine per zittire fra Fazio, ma lo fa perché costretto dall’impellenza del momento nel quale non c’è tempo da perdere. Fra Fazio, infatti, che pur timorosamante intralcia il lavoro di fra Cristoforo, si zittisce di botto nel sentire”Omnia munda mundis”.

Una forma di incomunicabilità è quella fra Renzo e l’avvocato Azzeccagarbugli – cap- III – perché, mentre Renzo si trova in uno stato di inferiorità perché gli mancano gli strumenti linguistici per spiegare il torto subito, il leguleio che, mietendo fra le carte, troverebbe una leggina che servirebbe a fare giustizia al popolo, si rifiuta volontariamente di capire, perché non può fare un torto al potente alla cui tavola gozzoviglia di solito.

Cap. III

Diavolo!- esclamò il dottore, spalancando gli occhi. – Che pasticci mi fate? Tant’è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?…

Andate vi dico: che volete ch’ io faccia de’ vostri giuramenti?

Io non c’entro: me ne lavo le mani. – E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. – Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.

Un altro momento di incomunicabilità, questa volta esilarante, è quello in cui ancora una volta Renzo se la prende con chi gli sta leggendo la lettera in cui Lucia gli comunica che ha fatto voto di castità. Avendo avuto tutte queste esperienze negative, Renzo deciderà di mandare a scuola i figli, perché imparino a leggere e scrivere e non solo lo stampato, sempre con difficoltà.

Cap. XXVII

Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo,caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di  loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia.

Ultimo esempio di incomunicabilità quello di Ferrer che, venuto a salvare il Vicario di Provvisione prossimo ad essere linciato dal popolo in tumulto perché affamato, usa parole lusinghevoli con la massa, ma i veri sentimenti li esprime in spagnolo.

Cap. XIII

E diceva tra sé : “por mi vida, que de gente!”

–          Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane!

–          Si pane, pane, – rispondeva Ferrer: – abbondanza; lo prometto io, – e metteva la mano al petto.

–          Un po’ di luogo, – aggiungeva subito_ – vengo per condurlo in prigione, per dargli il giusto castigo che si merita – : e soggiungeva sotto voce: – adelante, Pedro, si puedes.

 – Vittoria Mallamaci:

di PASQUALE CALABRO’:

Prumessi ‘i……”vinu”

Un suricicchiu un jornu caminava,

avanti e arredu… intr’on magazzinu

e llisciandusi i baffi… si ‘nzunnava,

un mostrhu di furmaggiu pecurinu;

ma fu ‘nu sonnu… chi durau un minutu

pirchì arredu a ‘na cascia..quattu..quattu..

‘nc’era “lamicu soi”…cumpari gattu.

C’appena u’ vitti…comu’nu liuni

saddau pimmì nci faci’a festa;

ma u’ surici…chi era’nu…drittuni…

‘ngranau ‘a terza,… a quarta…aquinta…e a sesta;

e cuminciau a fuijri com’on pazzu

pinsandu: “si non scappu…’i mia non resta..

mancu’a puzza…e mancu u’ cinnirazzu

‘i quandu ddhuma…’na rrama ‘i jnestrhara!

Fu ‘na battaglia…all’urtimu rihiatu,

o forsi magghiu…all’urtimu caninu…

c’u surici currendu… u’ svinturatu…

jìu a finiri…nda ‘na butti’ì vinu.

“Amicu meu…chi è finìniu ‘u jocu?”

‘Nci dissi ‘u gattu ‘i supra…cu guardava:

“tirimi fora prestu…chimmi ffucu…

non t’a pigghiari a mali…eu zanniava!

Ti giuru…chi si tu mi tiri fora,

‘i mìa…chiddhu chi voi…ti fazzu fari…

ma ‘sta puzza di vinu…già m’accora

dammi ‘na manu mi pozzu ‘nchianari”

C’a stessa carma d’un queto elefanti…

u’ gattu…u’ pigghiau mu nesci all’aria,

ma appena tuccau ‘nterra…a testa avanti…

u’ surici scappau…cu grandi furia!

U gattu ddhà rristau…tuttu ‘mbranatu

e nd’eppi hiatu appena…mi nci dici:

“o bruttu porcarusu e scustumatu…

chista è ‘a tò onestà…cusì si faci?

‘Nci dissi u’ surici…dintr’a un panaru…

tuttu bagnatu cm’on puddhicinu:

“NON TENIRI MAI CUNTU …AMICU CARU

…DI LI PRUMESSI FATTI…SUTT’O VINU”!

 – Franca Crucitti:

COMUNICARE  ATTRAVERSO IL SILENZIO

L’uomo comunica  con le parole, lo sguardo, i gesti e anche attraverso il silenzio quando questo, ovviamente, non è negazione della parola, ma elemento fondamentale su cui questa si innesta.

Tutte le arti (musica, danza, poesia) si basano sul ritmo scandito dalle pause.

MAX PICARD: La poesia nasce dal silenzio ed ha nostalgia del silenzio.

PAUL ELUARD: Le poesie hanno sempre grandi margini bianchi, grandi margini di silenzio.

 

Così la poesia, che pur privilegia la parola, esprime , a volte,grandi sentimenti attraverso il silenzio.

Un esempio è il cap. VIII de “I MALAVOGLIA” considerato una delle più belle pagine d’amore della letteratura italiana:

Era una bella sera di primavera ,col chiar di luna per le strade e nel cortile, la gente davanti agli usci e le ragazze che passeggiavano cantando e tenendosi abbracciate. Mena uscì anche lei a braccetto della Nunziata, chè in casa si sentiva soffocare.Ora non si vedrà più il lume di compare Alfio, alla sera,- disse Nunziata,-e la casa rimarrà chiusa. Compare Alfio aveva caricato buona parte delle sue cosucce sul carro, e insaccava quel po’ di paglia che rimaneva nella mangiatoia, intanto che cuocevano quelle quattro fave della minestra………..Mena non diceva nulla, e stava appoggiata allo stipite a guardare il carro carico, la casa vuota, il letto mezzo disfatto e la pentola che bolliva l’ultima volta sul focolare. –Siete là anche voi, comare Mena? – esclamò appena la vide, e lasciò quello che stava facendo. Ella disse di sì col capo, e Nunziata intanto era corsa a schiumare la pentola che riversava, da quella brava massaia che era.

-Così son contento, che posso dirvi addio anche a voi!- disse Alfio. –Sono venuta a salutarvi, -disse lei, e ci aveva il pianto nella gola. –Perché ci andate alla Bicocca se vi è la malaria?

Alfio si mise a ridere, anche questa volta a malincuore,come quando era andato a dirle addio….

 

LA LUNGA VITA DI MARIANNA UCRIA: Marianna,sordomuta, riesce a riscattarsi da ciò che la vita sembrava averle negato. Non vive rapporti superficiali, ingannati dalle chiacchiere banali, ma sa cogliere l’essenziale delle cose e delle persone nella meditazione silenziosa.

Il silenzio è anche meditazione. Poeti e saggi di ogni epoca e paese hanno lodato il silenzio. La regola del silenzio è una pratica antica: in Grecia essa era imposta  a chi voleva essere ammesso alla scuola di Pitagora.

Nella Cina antica il silenzio era imposto a chi voleva entrare tra i seguaci del Taoismo.

CONFUCIO: Io vorrei non parlare. Il Cielo quando mai parla? Le quattro stagioni seguono il loro corso e i cento esseri nascono. Il Cielo quando mai parla?

 Nella civiltà del rumore in cui oggi viviamo il venir meno del silenzio ha fatto si che la nostra capacità di ascolto finisse con l’atrofizzarsi  progressivamente. Si è affievolita la capacità di ascoltare l’altro ,ma anche noi stessi. L’ascolto è il presupposto di ogni vero dialogo, di ogni comunicazione piena. Colui che si apre all’ascolto non può essere né arrogante né tracotante.

CALOGERO:Vivere secondo l’ideale del dialogo implica una benevolenza totale, una totale assenza di ostilità verso l’altro

Anche i filosofi, che sono sempre stati affascinati dal logos, negli ultimi anni hanno concentrato il loro interesse sull’ascolto e il dialogo.

GADAMER: Chi si mette in atteggiamento di ascolto è aperto in modo più fondamentale. Senza questa radicale apertura reciproca non sussiste alcun legame umano. L’esser legati gli uni agli altri, significa sempre sapersi ascoltare reciprocamente.

In campo pedagogico MARIA MONTESSORI ha  compreso pienamente l’importanza del silenzio e dell’ascolto .

L’ascolto consente di maturare  intellettualmente ed emotivamente ed è anche la via di accesso che consente di attingere alla dimensione della trascendenza.

In molte religioni l’uomo cerca un rapporto con Dio tramite il silenzio della meditazione.

L’uomo religioso in genere,e il cristiano in particolare, è l’uomo del silenzio e dell’ascolto.

CALOGERO: L’uomo irreligioso è colui che non ascolta o che, avendo una volta ascoltato qualcuno, non intende ascoltare nessun’altro più. Il primo di questi due sordi è l’ateo, il secondo il dogmatico o il fanatico.

Mentre nella nostra cultura è il senso della vista che gioca un ruolo centrale, nella Bibbia, al contrario, è il senso dell’udito. Dio si manifesta all’uomo con la parola. Il Dio dell’Antico Testamento è l’invisibile ma non l’inudibile.  Si tratta naturalmente di un ascolto profondo, un ascolto fatto col cuore più che con le orecchie!

Così l’uomo può giungere ad ascoltare il silenzio di Dio come lo ha ascoltato il profeta Elia sul monte Oreb  attraverso   il mormorio di una brezza leggera ( voce di un silenzio sottile)

IL SILENZIO DI DIO   DI A.M. CANOPI

Ecco, nel silenzio cosmico,

il canto dei cieli,

il canto delle stelle

 e della luce.

E’ una lode perenne.

E’ un canto non fatto di suoni

 e parole articolate,

bensì di armonie

intessute sul silenzio.

Solo sincronizzandosi

Su quelle onde di silenzio

si può captarlo,

solo chi ha scavato in sé

una grande cavità di attesa,

di desiderio,

di silenzio,

può intendere

quelle segrete vibrazioni.

MADRE TERESA DI CALCUTTA:  Abbiamo bisogno di silenzio per poter entrare in contatto con le anime.

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