Report di OFFICINA del 25/02/2011

a cura di Giuseppina CATONE

Tita Ferro inizia con una domanda, si chiede cioé il motivo per cui nella Bibbia il verbo ricordare ricorre, insieme ad un altro verbo, ascoltare, un numero di volte del tutto superiore ad ogni altro verbo, come nella letteratura dove costituisce addirittura un filone di produzione, quello della memorialistica nelle varie forme di diari, resoconti, confessioni, epistolari: è quasi impossibile che le citazioni in proposito siano esaustive, dalle famose Confessioni di Agostino a Memorie di una geisha non c’è che l’imbarazzo della scelta. Tita collega il verbo ricordare con un interrogativo di fondamentale importanza: “Chi sono?”, una domanda apparentemente semplice, ma allo stesso tempo complessa, che implica conoscenza e consapevolezza di sé stessi, quella che il famoso epitaffio del tempio di Delfi, “Conosci te stesso“, presentava come compito fondamentale per l’uomo. John Locke, filosofo britannico della seconda metà del Seicento, nel saggio Saggio sull’intelligenza umana,  affermava che sono le facoltà di coscienza e memoria che fanno di una persona la medesima durante l’intero arco della vita e il filosofo Henri Bergson sosteneva che “noi siamo il nostro passato“: ogni uomo è la sua storia, la somma di esperienze, ricordi, emozioni, che lo fanno non raro, ma unico; la memoria rende vivi e guida trasformandosi in quell’esperienza in grado di donare forza e sicurezza per affrontare la vita. La controprova si ha nella perdita della memoria, fatto gravissimo: sia che intervenga per evento traumatico oppure per malattia priva l’individuo della consapevolezza di sé. Forse non tutti ricordano il caso dello smemorato di Collegno, che ha impressionato l’opinione pubblica agli inizi del ‘900, ma tutti sappiamo quale piaga sociale rappresenti il morbo di Alzheimer e tutte le forme di demenza senile che intaccano soprattutto la memoria.
Pensando ad esempi tratti dalle letteratura Tita ha avuto in mente subito il grido appassionato di Pia dei Tolomei nel canto 5° del Purgatorio: “ricorditi di me, che son la Pia” e i titoli di alcuni libri letti in gioventù: “I miei ricordi” di Massimo D’Azeglio, “Memorie di un italiano” di Ippolito Nievo,  “Memorie dal sottosuolo”, di F. Dostoevskij, fino al più recente “Memorie di una geisha” (Memoirs of a Geisha), romanzo dello scrittore statunitense Arthur Golden, pubblicato nel 1997, e film del 2005 diretto da Bob Marchal.
Con le memorie è connessa la ricerca delle radici familiari, sociali, culturali: lo faceva notare Primo Levi nell’introduzione al suo libro, “La ricerca delle radici”, pubblicato nel 1981 da Einaudi.
«Quanto delle nostre radici viene, per esempio, dai libri che abbiamo letti? Tutto, molto, poco o niente: a seconda dell’ambiente in cui siamo nati, della temperatura del nostro sangue, del labirinto che la sorte ci ha assegnato. Non c’è regola; i Giornali di Bordo di Cristoforo Colombo sono una lettura piena di midollo, ma non contengono traccia di un apporto, di un input letterario: ci senti l’uomo di ventura, il mercante e il politico, non altro. All’estremo opposto, Anatole France è tuttora maestro di vita e un amabile compagno di strada, eppure i suoi molti libri sembrano scaturire da altri libri a loro volta libreschi.
Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch’io un’”antologia personale”, … nel senso … di una raccolta, retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato scritto. L’ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché placet experiri e per vedere l’effetto che fa….
La necessità del ricordare, sottolinea Tita, è connessa non solo con la ricerca di sé, ma anche con la speranza che quanto è accaduto non si verifichi mai più.
Così nella poesia “Ricordati di ricordare” Umberto SANTINO ricorda i caduti nella lotta alle mafie e per la democrazia e le vittime innocenti: li cita ad uno ad uno perché il silenzio non chiuda per sempre la bocca dei morti e perché dove non è arrivata la giustizia arrivi la memoria.

Ricordati di ricordare
coloro che caddero
lottando per costruire
un’altra storia
e un’altra terra

ricordali uno per uno
perché il silenzio
non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità….   (Luglio 1994 – ottobre 2000)

Sulla stessa lunghezza d’onda si muove Vittorio Foa che, intervistato sulla Giornata della memoria nel 2002, sottolineava che celebrare il Giorno della Memoria

non è solo il ricordare il fatto, ma il lavorarci sopra. (…) Cosa significa ricordare quando il trascorrere del tempo attenua fortemente il vigore delle immagini? (…) Che certe memorie si attenuino, si raddolciscano, non mi preoccupa. Mi preoccupa  innanzitutto che sorga l’occasione della negazione dei fatti (…). In secondo luogo mi preoccupa il modo in cui i fatti vengono detti”.
 
Primo Levi, nella prefazione di Se questo è un uomo del 1947, lancia un appello accorato
 
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Concludendo Tita ricorda la pietra trovata ad Auschwitz, su cui con un chiodo uno sconosciuto ha scritto: “Chi mai saprà quello che mi è capitato qui?”

Per Giuseppina Catone la vita è ricordo e il ricordo è vita. Forse a volte se ne vorrebbe fare a meno, ma cancellare i ricordi significa cancellare le nostre particelle di vita, quei minuscoli segmenti di esistenza che costruiscono le nostre persone. Senza il ricordo una persona finisce di essere tale, non ha più legami, non ha più rapporti con chi gli sta intorno: è un’isola inavvicinabile. La memoria aiuta gli uomini a costruire se stessi, sulle proprie esperienze, sul ricordo dei padri, sulle emozioni e sui sentimenti. Tutta la letteratura non avrebbe senso se le si togliesse il ruolo fondamentale di trasmettere i ricordi.
Giuseppina apre il suo contributo con un dovuto richiamo a Marcel Proust, Dalla parte di Swann, perché le sembra che mai siano state scritte pagine più adeguate sul meccanismo del ricordo, rese, inoltre, nella sublime prosa proustiana (o poesia?). Chi non si riconoscerebbe in questa scena, dice Giuseppina? Sostituite la madeleinette e la zia Leonie con qualsivoglia richiamo personale ed il gioco è fatto!

Così per molto tempo, quando, stando sveglio di notte, ripensavo a Combray, non ne rividi mai se non quella specie di lembo luminoso, che si tagliava in mezzo a tenebre indistinte, simili a quelle che la vampa d’un fuoco di bengala o qualche proiettore elettrico illuminano e sezionano in un edificio, di cui le altre parti restino immerse nel buio: […]
Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all’albero, che veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.
Così è per il passato nostro. E’ inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori del suo campo e del suo raggio di azione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi non supponiamo. Quest’oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.
[…] in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate « maddalenine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia.
Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? 
Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E’ tempo ch’io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d’interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per.una spiegazione decisiva. […]
E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio. 
La vista della focaccia, prima d’assaggiarla, non m’aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – anche quella della conchiglietta di pasta – così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota – erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.
E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di ” maddalena ” inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse così felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti,, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè

Il tema del ricordo, aggiunge Giuseppina, è caro a tutti ed è naturale che questa Officina risulti estremamente ricca di apporti personali e significativi. Il verbo Ricordare è il verbo che racchiude tutti i sentimenti dell’uomo, tutte le sue esperienze, felici o infelici che siano, e cita due poesie, Passato di V. Cardarelli e Nel fumo di Eugenio Montale.

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Altrettanto infelice e disperato è per Montale il ricordo della moglie morta:

Quante volte t’ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
poi apparivi, ultima. E’ un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

Per Mariolina Pansera, il verbo ricordare, con tutti i suoi vari sinonimi, rammentare, rimembrare, tenere a mente, rievocare, ripensare, richiamare alla memoria, ha trovato la sua più alta espressione poetica nei versi di Giacomo Leopardi, soprattutto nell’idillio “Alla luna”, nella cui stesura iniziale non a caso il titolo è stato per un certo periodo “La ricordanza”. In sedici versi di struggente bellezza il poeta in intimo e affettuoso colloquio con la “graziosa luna” illustra il piacere doloroso e prezioso che viene all’uomo dai ricordi.

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu prendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Mariolina chiude il suo intervento con alcuni pensieri sparsi:

Ricordare fa bene al cuore e alla mente
I ricordi sono il nutrimento dell’anima
I ricordi danno conforto e consolazione
I ricordi sostengono
I ricordi rafforzano il carattere e fortificano la personalità
I ricordi arricchiscono
I ricordi emozionano
I ricordi fanno sognare
I ricordi non stressano
I ricordi non lasciano mai soli
I ricordi sono veri amici
I ricordi aiutano a pensare con la propria testa
I ricordi rincuorano
I ricordi danno coraggio
I ricordi rinsaldano i legami
I ricordi allungano la vita
I ricordi non tradiscono

Aggiunge un’ultima raccomandazione: coltiviamo la memoria del cuore, quella che fa scivolare le amarezze, le incomprensioni, i rancori, gli affanni, le lacrime e trattiene e conserva le gioie, le soddisfazioni, gli entusiasmi, i momenti lieti e piacevoli, i sorrisi.

Per Franca Crucitti il ricordare è un tema affascinante e sconfinato: fin dall’antichità ha interessato filosofi, pensatori, poeti. Tutti si sono trovati d’accordo circa il fatto che la memoria coinvolge la più profonda interiorità dell’uomo. Già alla fine del IV sec. d.C. sant’Agostino nelle Confessioni rifletteva sulla memoria come spazio immenso posto nella profondità dell’animo umano e ne metteva in luce la sterminata vastità e il mistero dei processi che permettono all’uomo di richiamare  alla coscienza i ricordi in essa conservati:

Nelle distese senza fine e negli ampi ricettacoli della memoria si trovano tesori di immagini senza numero accumulati da ogni genere di cose percepite. Vi stanno riposti anche il frutto del nostro pensiero e qualunque altra cosa vi sia stata depositata in riserva e che la dimenticanza non abbia ancora assorbita e sepolta.
Quando vi entro, basta che io chieda quello che voglio trarne: alcune impressioni emergono subito, altre bisogna ricercarle più a lungo come se si dovessero cavar fuori da ripostigli più segreti, altre si affollano tutte quante insieme mentre si cerca o si vuole una cosa diversa…………..
Grande è questa virtù della memoria, o mio Dio, di questo ricettacolo di ampiezza illimitata: e chi potrebbe toccarne il fondo? E’ una forza del mio spirito, fa parte della mia natura, ma neppure io riesco a contenerla tutta. Forse l’animo è troppo ristretto per contenere se stesso? E dove starà quello di sé che non vi è accolto? Fuori di lui , e non in lui? Come è possibile allora che non ci stia? Una grande meraviglia sorge in me a queste considerazioni : sono invaso da stupore.
E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’Oceano, il corso degli astri, e non pensano a se stessi: non si meravigliano che mentre io nomino tutte queste cose certo non le vedo con gli occhi, ma nemmeno non potrei  nominarle se i monti, i flutti,i fiumi, le stelle che conosco per averle viste e l’Oceano di cui ho sentito parlare non li vedessi nella mia memoria così smisurati nello spazio come se li avessi lì davanti

Esistono ricordi così intensi e folgoranti  da poter riassumere il senso , talvolta contradditorio e ambiguo, della vita intera. Sandro Penna nella lirica La vita e’ ….ricordarsi di un risveglio coglie l’intero significato della vita, con tutta la sua fatica e la sua bellezza, soltanto nel ricordo di un risveglio.

La vita … è ricordarsi di un risveglio
Triste in un treno all’alba: aver veduto
Fuori la luce incerta: aver sentito
Nel corpo rotto la malinconia
Vergine e aspra dell’alba pungente.
Ma ricordarsi la liberazione

Improvvisa è più dolce : a me vicino
Un marinaio giovane: l’azzurro
E il bianco della sua divisa, e fuori
Un mare tutto fresco di colore.

I ricordi, cose depositate nel cuore, ritornano, a volte, come immagini fulminee anche in un’altra breve lirica di Sandro Penna, Interno  
 
Dal portiere non c’era nessuno.
C’era la luce sui poveri letti
disfatti. E sopra un tavolaccio
dormiva un ragazzaccio
bellissimo.
Usci dalle sue braccia annuvolate,
esitando, un gattino
 
Sara Puntillo si inserisce nel discorso affermando che l’argomento di questa Officina le ha fatto subito venire in mente i versi di E. Montale, Non recidere, forbice, quel volto, (da “Le Occasioni”), che esprimono un particolare modo di sentire il tempo e la memoria, proprio del poeta.
 
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala…Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
Il guscio di cicala
Nella prima belletta di Novembre.

Il Poeta, consapevole della labilità della memoria, prega affinché la forbice del tempo non distrugga il viso della persona amata. Sente che soltanto il filo della memoria può salvare gli affetti più cari dall’inesorabile trascorrere del tempo, come ne La casa dei doganieri. In questi versi, ricordare è stare insieme condividendo emozioni e stati d’animo. Significa vivere la stessa dimensione emotiva e sentimentale. Ma ciò non accade tra il poeta e la donna e il filo della memoria si aggroviglia inesorabilmente.

Tu non ricordi la casa dei doganieri
Sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
 desolata ti attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
E il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi: altro tempo frastorna
La tua memoria: un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo;ma s’allontana
La casa e in cima al tetto la banderuola
Affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo;ma tu resti sola
Ne qui respiri nell’oscurità.
 
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
 Rara la luce della petroliera!
Il varco è qui?( Ripullula il frangente
Ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera . Ed io non so chi va e chi resta.

I ricordi sono logorati dal tempo, ma  per il poeta, dopo la morte della moglie, accumularli è l’unico modo per sentirsi vivo, come afferma in alcune poesie di “Satura” e in “Il Repertorio” di “Occasioni”, dove ancora una volta il senso della vita è affidato alla memoria. 

Il repertorio
della memoria è logoro: una valigia di cuoio
che ha portato etichette di tanti alberghi.
Ora vi resta ancora qualche lista
Che non oso scollare. Ci penseranno i facchini,
i portieri di notte, i tassisti.

Il repertorio della tua memoria
Me l’hai dato tu stessa prima di andartene
. C’erano molti nomi di paesi , le date
Dei soggiorni e alla fine una pagina in bianco,
ma con righe a puntini…quasi per suggerire,
se mai fosse possibile, “continua”.

Il repertorio
Della nostra memoria non si può immaginarlo
Tagliato in due da una lama. E’ un foglio solo con tracce
Di timbri, di abrasioni e qualche macchia di sangue.
Non era un passaporto, neppure un benservito.
Servire, anche sperarlo, sarebbe ancora la vita.

Maria Giglio ha portato un ricco contributo che spazia tra diversi autori, primo fra tutti Alberto Asor Rosa con Assunta e Alessandro.

Mio padre Alessandro è nato l’8 luglio 1897. E’ nato? Mio padre è scomparso (sul tempo e il significato del verbo in questo caso non possono esserci dubbi: vuol dire uscito di scena, finito, annullato, ora e per sempre) più di trent’anni fa. Non sarebbe più corretto dire: era nato? Dipende. Dipende dai punti di vista. Per me mio padre è più presente oggi di quando era vivo. Il fatto è che , quanto più il tempo allontana, tanto più la memoria avvicina. Quel che si trova all’inizio della storia, – di qualunque storia, – posso ora perfino immaginarlo nei particolari, quasi toccarlo con mano; il resto a poco a poco sbiadisce e diviene sempre più indifferente e inafferrabile: troppo vicino per assumere un senso. […] 

Maria legge poi un brano di Alessandro Piperno, tratto da Persecuzione.

[…] Una dolorosissima nostalgia di vita. Della sua vita. Da questo Leo si sentì invaso. Vedendo un uomo così a suo agio nei propri calzoni senza cintura. Vedendo un uomo a cui era ancora permesso svolgere il proprio lavoro con libertà. Vedendo un uomo al massimo dell’energia, al culmine dell’efficienza e del potere, Leo sentì una tale invidia. Si trovò a desiderare per un secondo – struggentemente, con ardore – il maltolto: tutto ciò che gli avevano rubato da sotto il naso. Pensò, così a casaccio, al guardaroba, agli studenti, alle emergenze in ospedale; pensò ai successi e agli insuccessi, alle conferenze e ai coffee break tra una conferenza e l’altra; pensò a Rachel, a Filippo, a Samuel, e persino a Flavio e a Rita; pensò al profumo della torta caprese di Telma appena sfornata; pensò alle vacanze, alla laguna, alla neve, ai sabati, alle domeniche ma anche ai martedì; pensò al grande Ray, alla voce del grande Ray, pensò soprattutto a quella… In un attimo tornò tutto. Tutto quello che aveva perduto. […]

e, in conclusione, un brano suggestivo tratto da Piccole memorie di J. Saramago.

[…] Cade la pioggia, il vento sferza gli alberi spogli, e dal passato emerge e si avvicina un’immagine, quella di un uomo alto e magro, vecchio, lungo un sentiero allagato. Ha un bastone in spalla, una palandrana infangata e antica, e su di lui si riversano tutte le acque del cielo. Davanti a lui procedono i maiali, a testa bassa, sfiorando il suolo con il grugno. L’uomo che così si avvicina, sfumato nell’acquazzone, è mio nonno. E’ stanco, il vecchio. […] Rammento quelle tiepide sere d’estate, quando dormivamo sotto il grande fico, lo ascolto parlare della vita che ha fatto, del Cammino di Santiago che risplendeva sopra le nostre teste, del bestiame che allevava, delle storie e delle leggende della sua infanzia lontana. Ci addormentavamo tardi, ben avvolti nelle coperte per via del fresco mattutino. Ma l’immagine che non  mi abbandona in quest’ora di malinconia è quella del vecchio che avanza sotto la pioggia, caparbio, silenzioso, come chi compie un destino che nulla potrà modificare. Tranne la morte.

Maria Bambace  ritrova il verbo Ricordare in pagine celebri della letteratura.
A. Manzoni, Il Cinque Maggio

[…] e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E pensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celer ubbidir .

Giacomo Leopardi, Zibaldone

Ricordanze e poesia
Le rimembranze che cagionano la bellezza di moltissime immagini ec. nella poesia ec. non solo spettano agli oggetti reali, ma derivano bene spesso anche da altre poesie, vale a dire che molte volte un’immagine ec. riesce piacevole in una poesia, per la copia delle ricordanze della stessa o simile immagine.

La rimembranza
Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sè, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago.

Del Leopardi Maria ricorda anche alcune poesie
Alla luna
 … E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Le Ricordanze
 …
 Viene il vento recando il suon dell’ora
dalla torre del borgo. Era conforto
questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
quando fanciullo, nella buia stanza,
per assidui terrori io vigilava,
sospirando il mattin. …
 …
Chi rimembrar vi può senza sospiri,
vezzosi, inenarrabili, allor quando
al rapito mortal primieramente
sorridon le donzelle; …

O Nerina! E di te forse non odo
Questi luoghi parlar? Caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo,dolcezza mia? …

Il sabato del villaggio
 …
E novellando vien del suo buon tempo
Quando ai dì della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea denzar la sera intra di quei
ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Maria legge anche un passo tratto dal romanzo di Rosella Postorino, L’estate che perdemmo Dio.

I bambini non erano mai saturi di estate …
I bambini hanno avuto estati simili, quando i tempi lo avevano reso possibile. Quando ‘Ntoni costruiva un palazzo che non avrebbe mai finito, quando ‘Ntoni cercava strade che non lo avrebbero mai portato indietro.
Chissà se lo avrebbero ricordato, i bambini, altrove in futuro, quando fossero stati lontani per sempre dalla perfezione naturale dei loro corpi sudati, esausti di corse e di grida, dalla giustizia inappellabile delle loro ginocchia di pece,escoriate, dalle unghie nere di terra, capaci di trattenere a contatto con la pelle granuli del mondo che i bambini abitavano, ogni giorno, dalla mattina presto per l’intero pomeriggio, in quelle giornate di gioia e scirocco, fino a quando qualcun altro non li avesse lavati via, chissà se avrebbero ricordato di essere stati i destinatari, un tempo, di una simile benedizione. Di quello stato di grazia.

ed uno dal Libraio di Selinunte di Roberto Vecchioni, precisamente uno stralcio del suo racconto della Morte di Ivan Ilic di Tolstoi

Ed egli si mise a ripercorrere nell’immaginazione i momenti migliori della sua vita piacevole. Ma, cosa strana, tutti questi momenti migliori della sua vita piacevole, adesso gli apparivano completamenti diversi da come gli erano apparsi allora. Tutti, a eccezione dei primi ricordi dell’infanzia. Là, nell’infanzia, c’era qualcosa di effettivamente piacevole, con la quale sarebbe stato possibile vivere se fosse ritornata a lui. Ma […] era come il ricordo di qualcun altro.

Teresa Cantaro conclude con un contributo di riflessioni provocate dalla lettura di Primo Levi. Individua tre tipi di ricordo con diversi esiti e conseguenze: il ricordo collettivo, ed è proprio il caso del libro di Levi, in cui il ricordo serve a non dimenticare per non rifare gli stessi errori e per rendere un tributo alle vittime; il ricordo che eterna, quello cantato da Foscolo nei Sepolcri; il ricordo con funzione terapeutica, quello usato dalla psicanalisi.

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