di Paolo PEGORARO

Introducendo il convegno, Cecilia Pandolfi ne ha commentato il titolo ricordando che possiamo parlare di «“volto” del libro proprio perché non è solo un oggetto scolastico di carta, ma qualcosa che prende vita ed entra in relazione con chi lo legge». Dietro le copertine ci sono dei volti. I nomi d’inchiostro appesi sopra titoli sono lineamenti e carne e voci. Nel secondo incontro presso il Palazzo della Provincia eccoci allora a incontrare alcuni di loro: gli scrittori Cristiano Cavina, Vins Gallico, Saverio Pazzano e Stefano Redaelli, stimolati dalle domande di Andrea Monda, presidente dell’Associazione BombaCarta.

La prima domanda di Andrea Monda va a interrogare l’esistenza stessa del libro: perché lasciare una traccia, qualcosa scritto “nero su bianco”?
«La vita di un lettore è la vita di un cacciatore di tesori» racconta Cristiano Cavina. La sua famiglia non aveva libri, ma le storie non mancavano e le passioni potevano sbocciare liberamente: così è la Romagna, terra di chiacchiere al bar e di nonne che si lamentano con il crocifisso in cucina. Una terra di quotidianità epica, dove al desiderio di farsi missionario segue la passione per la chitarra elettrica e infine, a 18 anni, la scrittura. Prima però crebbe la passione per la lettura. All’inizio c’è il libro “Cuore”, regalato dalla nonna (con dedica: “A Cristiano, perché diventi più buono”). Poi c’è la maestra Dal Pozzo, che condivideva con i ragazzi i romanzi che stava leggendo… e proprio non si capiva da dove uscissero tutte quelle storie strepitose, neanche ci fosse un pozzo che, attraverso quel mattoncino di carta, scendesse sotto la cattedra fino a una sorgente nascosta. Infine, in ospedale, arrivano “I ragazzi della via Paal”: e le pagine vengono divorate, perché quel libro sembra parlare proprio di lui.
Vins Gallico
, invece, viene da una famiglia con tantissimi libri che però non lo affascinavano. Così, le sue storie, Vins è andato a cercarle all’estero, lavorando nei pub e imparando a gustare una lingua nuova, fatta di parole “materiali”. Un vero apprendistato alla ricerca di un linguaggio il meno metafisico possibile con il quale raccontare la propria storia, anche confrontandosi con il tedesco, così radicalmente diverso dalla propria lingua d’origine. Insomma, è del tutto naturale che, dovendo scegliere tra la lettura e la scrittura, Vins salvi la seconda.
Saverio Pazzano
si descrive come un bambino irrequieto che gira tutti gli asili della città, fino a quando non s’imbatte in una suora che legge le favole. Sarà il primo incontro con il mondo delle storie, prima di scoprire “Pinocchio” («ci sono libri che abiti e libri che ti abitano: “Pinocchio” è uno di questi»). Scrivere diventerà una necessità, qualcosa che suppura, il bisogno di dare precisione e nitidizza a ricordi che vanno sbiadendosi, il tentativo di dare il titolo alle storie che non hanno titolo.
Stefano Redaelli, laureato in fisica, ci descrive una necessità contraria: scrive per cercare il senso nel futuro, non nel passato. Perché – diversamente dalle leggi causali e deterministiche della scienza – nella scrittura è il futuro a dare senso al passato e a modificarne la percezione, non il contrario. La scrittura parte dalla fine, da un’incompiutezza che chiede di essere ospitata nella plastica materialità delle parole. Per Stefano il bisogno di scrivere è cominciato a Varsavia, scrutando i volti dei passeggeri con cui condivideva un’ora e mezza di autobus senza capire una parola di quello che dicevano; volti che chiedevano di essere ospitati, volti che invocavano dialogo. Si scrive per provare a dar voce a volti dei quali non si conosce la voce.

La seconda domanda di Monda è sull’esigenza che spinge a scrivere: da dove nascono le storie raccontate? Serve più l’esperienza o la fantasia?
Cristiano Cavina
sbanca subito apparenti opposizioni evocando un campione per entrambe le categorie, Jack London (esperienza) ed Emilio Salgari (invenzione); anche i suoi maestri vengono dalle due categorie: Stephen King, Ray Bradbury e Raymond Chandler. Ma più dei maestri conta soprattutto il “per chi” scrivere. Si scrive per dire “ti voglio bene” alla nonna che se n’è andata mentre, a 16 anni, giravi l’Inghilterra. Si scrive per dare voce agli altri. «A mio nonno nessuno ha insegnato a scrivere: io scrivo per lui. I miei amici fanno lavori pesanti e non hanno gusto per le storie, io scrivo per loro. Il mio paese è una piccola realtà di duemila anime, scrivo perché non vada perduta». E tuttavia scrivere non non è qualcosa che cura, al contrario: significa prendere una ferita e riaprirla. E se cessa di uscire il sangue, finisce la storia.
Secondo Vins Gallico si scrive perché ci si ritrova in qualcosa che non si riconosce , per dire chiaro e tondo: “A me tutto questo sembra assurdo”. Scrivere serve a non assuefarsi alla presunta realtà che ci viene raccontata ogni giorno dai giornali e dalla televisione: «Scrivo perché è l’unica maniera per poter raccontare un’altra storia; perché avverto il conflitto fra il mondo che vorrei e quello che c’è davvero».
Anche per Saverio Pazzano la scrittura segna la distanza con il mondo in cui si vive: scrive le cose che ha perso, le parole inevase, le lettere d’amore mai spedite, le parole che mai dirà. Si appella alla distanza anche Stefano Redaelli, ma secondo un’accezione diversa: «Scrivo di cose esperite, e la finzione letteraria è un distanziamento necessario perché altri la possano abitare». 

L’ultima domanda di Andrea riguarda il “mestiere” dello scrittore. Il teologo Pierangelo Sequeri ha scritto che «l’amore è il lavoro di dare vita». E lo scrivere? È una faticaccia, come dice Raymond Carver, oppure qualcosa in cui c’entra in qualche modo l’amore?
Stefano Redaelli
non ci gira intorno: per dare ospitalità bisogna fare spazio, e così anche scrivere significa dare tempo a questa storia, rinunciare ad altre cose per trovare il tempo di raccontarla, e mettersi in discussione, e farsi leggere, correggere, criticare. Per Saverio Pazzano scrivere non è un mestiere, e neppure qualcosa che si fa per senso del dovere, quanto perché se ne avverte il bisogno. Anche Vins Gallico avverte la scrittura come necessità: convivere con altri personaggi è qualcosa capace di tranquillizzarlo (tanto da smettere di fumare!), un hobby come il kick boxing o il ciclismo, che rilassa e prende completamente la testa. Per Cristiano Cavina «scrivere non è una faticaccia: raccogliere pesche d’estate, quella è una faticaccia». Scrivere, semmai, è «una piccola grazia che ho ricevuto, come quella che mia madre aveva del curarsi del giardino. È un talento del quale un giorno dovrò render conto, qualcosa che devo fare, perché ti cresce dentro e a un certo punto non la tieni più. Quasi come essere incinta. Sono contento della mia vita e non scrivo per rivalsa, perchéa quando ho scritto per la prima volta mi sono sentito l’uomo giusto al momento giusto. Forse è l’unica cosa candida della mia vita – oltre mio figlio». Scrittura come generazione, scrittura come dono e nuovo dono della vita. Cavina conclude citando i suoi scrittori preferiti in quanto scrittori (Fante, Guareschi) e lo scrittore preferito in quanto uomo: Eduardo Galeano. Il quale racconta di un uomo che custodiva un forziere prezioso, che un giorno gli viene sottratto. Ma con grande sorpresa, i ladri scoprono che contiene solo vecchie lettere d’amore. “Bruciamole!” dice uno. “No” – dice l’altro – “Facciamo un’altra cosa”. E cominciano a rispedirgliele, una al giorno. «Scrivere significa fare questo – conclude Cavina – rispedire al mittente lettere d’amore che ha dimenticato».

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