Si è appena concluso l’ultimo Convegno Nazionale sulla Letteratura qui a Reggio Calabria.

Le prime considerazioni in questo articolo di Paolo PEGORARO

 

È vero che l’VIII Convegno nazionale sulla letteratura (Reggio Calabria, 14-16 aprile 2011) s’intitola pirandellianamente “I volti del libro: uno, nessuno, centomila”, ma chi poteva immaginare che p. Antonio Spadaro lo inaugurasse dicendo chiaro e tondo: «come tutti sappiamo, i libri non esistono»? Introduzione spiazzante, ma non è un coup de théâtre. Il libro – continua Spadaro – non è un oggetto fisico come gli altri, ma «un essere in attesa di essere se stesso», qualcosa che diventa reale soltanto se attraverso l’atto di volontà di un lettore. Perché il libro non è altro che un soprammobile se non interviene una coscienza umana a renderlo ciò che è: un piccolo oggetto pieno di mondi. Le biblioteche sono galassie. Il libraio un venditore di mondi in potenza. E il lettore è come un mago che, con il semplice scorrere le parole con gli occhi, rende vita a storie che – altrimenti – sarebbe solo lettera morta. I libri ci attendono per essere salvati dal naufragio dell’oblio. L’anima degli oggetti è fatta di pelle, di superficie: ci giriamo attorno e ne ammiriamo la bellezza esteriore. Ma per il libro? Un’occhiata non ci soddisfa: è al suo interno che si nasconde il polo che ci magnetizza. In questo senso il libro è più impenetrabile del marmo: potrei perfino mangiarlo e tuttavia non l’avrei neppure sfiorato. Perché il libro è, in se stesso, una soglia. Non è neppure una “cosa”, un “oggetto” come la forchetta o il coltello… no, è più simile a un rosario… è un oggetto fatto d’anima, perché mi mette in relazione. Con chi? Con il pensiero dell’autore? Forse. Il lettore vive un dialogo interiore con pensieri non suoi: il libro è un oggetto pensante che pensa solo attraverso il nostro pensiero. È un’alterità che si da solo nella nostra soggettività. È la coscienza di un altro che si può disporre solo dentro di me. Io condivido l’io della mia coscienza. Il mio volto cessa di essere pura individalità. Per questo i libri – come scrive il teologo tedesco Romano Guardini – richiedono un amore fatto di contemplazione silenziosa, nella perfezione dell’umiltà. Il libro è luogo d’incontro con i propri “compagni segreti”. È rapporto relazionale, piuttosto che un arricchimento intellettivo, e il loro orizzonte ultimo non è la verità, ma l’amore. Questa percezione modifica completamente il nostro modo di leggere, segna perfino una differenza tra lettore credente e lettore non credente. Perché un conto è credere che tutte le storie del mondo finiranno in un buco nero; altro è credere che tutte le storie sono salvate dentro una Storia più grande, di cui pure ci sfugge il senso, ma che tuttavia c’è. Non si tratta di credere o meno alle storie, ma di credere che quelle storie sono sempre e compiute incompiute; “under costruction” nonostante il “the end” finale. Così anche l’interpretazione del critico non è mai definitivamente conclusa, perché l’opera è compiuta non nel contenuto, ma solo nella potenza di legame con il suo autore. Il finale del Vangelo di Giovanni sostiene che «il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» per raccontare la vita di un uomo (Gv 20,25). Perché il mondo è quell’opera che non sarà mai omnia. Il critico credente dovrebbe ricordare che solo il giudizio finale sarà definitivo e pertanto su ogni libreria, su ogni biblioteca, su ogni vero romanzo dovrebbe comparire la scritta: “Lavori in corso”.

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