Report di Officina del 4 febbraio 2011

a cura di Giuseppina CATONE

Ha iniziato Sara Puntillo proponendo la lettura della poesia Sono venuto al mondo di Eugenio Montale, in cui l’apertura è una nascita, la propria, con tutte le incognite che può contenere l’aprirsi alla vita.

Sono venuto al mondo in una stagione calma.
Molte porte si aprivano che ora si sono chiuse.
L’Alma Mater dormiva. Chi ha deciso
di risvegliarla?

Eppure
non furono così orrendi gli uragani del poi
Se ancora si poteva andare, tenersi per mano,
riconoscersi.

E se non era facile muoversi tra gli eroi
della guerra, del vizio, della jattura,
essi avevano un viso, ora non c’è neppure
il modo di evitare le trappole. Sono troppe.

Le infinite chiusure e aperture
possono avere un senso per chi è dalla parte
che sola conta, del burattinaio.
Ma quello non domanda la collaborazione
di chi ignora i suoi fini e la sua arte…

A questo testo Sara ha fatto seguire l’attacco di Porte aperte di L. Sciascia: le porte aperte, suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia.

“Si dorme con le porte aperte”. Ma era, nel sonno, il sogno delle porte aperte; cui corrispondevano nella realtà quotidiana, da svegli, e specialmente per chi amava star sveglio e scrutare e capire e giudicare, tante porte chiuse. E principalmente eran porte chiuse i giornali: ma i cittadini che spendevano ogni giorno trenta centesimi di lira per acquistarlo, due su mille nel popolatissimo sud, di quella porta chiusa non si accorgevano se non quando qualcosa accadeva sotto i loro occhi, qualcosa di grave, di tragico, e ne cercavano la notizia o che non trovavano o che trovavano impudicamente imposturata …

Franca Crucitti ci ha presentato una serie di testi, passaggi di poesie e prose, in cui si possono leggere diverse interpretazioni del significato di Aprire. Ha iniziato con G. Pascoli che, in entrambi i testi scelti, presenta il verbo aprire in connessione con situazioni di sospensione, di mistero: così il Gelsomino notturno, in cui i fiori che si aprono sono accostati al ricordo dei morti,

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparsi in mezzo ai viburni
Le farfalle crepuscolari

così anche Il Lampo, dove la casa bianca, cioè un oggetto del tutto reale, diventa improvvisamente un “occhio nella notte” il quale si apre per un attimo spalancato, e subito dopo si richiude atterrito:

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante,livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico,disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Franca ci ha letto quindi alcuni passaggi da poesie di Mario Luzi

S’aprì, acqua di roccia,
stillò,vena indecisa
fino a un gorgoglio di sorgente
sotto il sole che la incendia
ed eccola inondarli
 lei i ruscelli
del suo scoscendimento
e l’arcata del suo balzo,
acqua e fuoco,ora
ed infanzia
diventa eloquio
chiaro e cupo,mutevole ed eterno,
grondandone come stalattiti e muschio
denti e barba dei profeti
per età aride,
 in terre deserte
profusa ad ogni battesimo.

Con essa in altri tempi ho molto gozzovigliato
Però niente dissipando: niente.
Così parla la parola,
testimonia questo la testimonianza.

Ed altri due passi nei quali ancora il verbo aprire immette in un’atmosfera di speranza e di gioia

Così quando
S’apre una porta irrompono felici
I colori, esce il buio di rimando
a dissolversi. Nascono liete immagini,
filtra nel sangue, cieco nel ritorno,
lo spirito del sole, aure ci traggono
con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno
……………………….
… per segni invisibili la notte
S’era aperta verso la speranza come
Sotto un avido cielo nero enfiato
Vibrano il rosa, l’arancio, il turchino.

Come ultimo testo Franca ci ha proposto un brano tratto da Il Segreto del Poeta di P. G. Kien.

Camminavo per la via che costeggia la navata meridionale della cattedrale di Troyes,mi affrettavo senza una ragione precisa, forse temevo che le nuvole nere che avevo appena intravisto mi sorprendessero a capo scoperto. La via era ostruita da un assembramento di persone disposte, scoprii, intorno a una voce. Un uomo basso dall’accento che non sapevo identificare declamava un poema che non riconobbi. Dapprima mi incuriosì il timbro della voce: profonda, innaturale, un momento tanto rugosa da potercisi aggrappare, poi fresca come uno zampillo, di nuovo aspra, bellicosa, poi così notturna da far sorgere anzitempo la luna. Diceva  …….

A colpi di gomito mi feci largo tra braccia e corpi ammassati, le orecchie  tese a non perdere frasi che non si preoccupavano di aspettarmi. Il cantore gesticolava, materializzava le scene e i personaggi, dava alla voce visi e paesaggi. Quando il cerchio degli spettatori si disperse e ciascuno rientrò alle proprie occupazioni io rimasi immobile.

“ La mia storia ti ha trasformato in albero?” chiese il cantore. In un albero no, in un altro uomo, forse. Se la saggezza degli anni trascorsi fosse stata già con me avrei risposto: mi ha trasformato in me stesso, mi ha rivelato quello che sono, la verità nascosta sulle mie origini e il mio destino. Immaginate di abitare un castello, di vagabondare per i corridoi e di scoprire un passaggio segreto che si apre su stanze meravigliose di cui ignoravate del tutto l’esistenza, saloni affrescate e mosaici, alte vetrate dalle quali si protendono, come le dita del buon Dio, drappi di luce verde e rosso rubino. Ecco, io ero quel castello e dentro di me c’erano luoghi meravigliosi la cui esistenza era celata dalle comode illusioni quotidiane. I racconti erano la chiave per aprirle.          

 Anche Maria Bambace ha ricordato inizialmente Giovanni Pascoli, aggiungendo al Gelsomino notturno, già citato da Franca,  il 10 Agosto con l’immagine finale

….. E restò negli aperti occhi un grido
Portava due bambole in dono … …

Maria ha letto, poi, un passo tratto dal romanzo  Nel museo di Reims di D. Del Giudice

 Ancora una volta pensò al dolore di Anne, così invisibile dietro le forme accese e leggere della sua voce, pensò alla resistenza della malattia e all’abbandono, pensò che il dolore non è poi così importante, ma se non lo si trascura può aprire qualche porta. Ha detto: “non so, non saprei” e le ha sorriso.

 e un passo del romanzo giallo di ambientazione storica Aristotele e i delitti d’Egitto, di Margaret Doody. 

Una persona consegnò alla mia guida una torcia accesa, e noi percorremmo un sentiero coperto in salita, una specie di rampa, fino ad arrivare ad un portone d’ingresso. I battenti si aprirono. Attraverso la soglia vidi davanti a noi un cortile con una sfavillante piattaforma su uno dei lati, e da questa torreggiava l’obelisco rosso che svettava nel cielo.… Poi una porta si aprì, e dalla soglia arrivò una luce più intensa.

… Mi svegliai quando qualcuno aprì la porta con le chiavi. Mi misi seduto sul letto, ed entrò Cleomenes.

 Giuseppina Catone ha proposto un testo molto antico in cui il verbo aprire ha un’accezione nota a tutti: il mito di Pandora, la prima donna, colei che per aver disobbedito ad un divieto aprì il vaso che conteneva tutti i mali dell’umanità con le conseguenze che conosciamo bene!

 Zeus, infuriato per il furto del fuoco divino commesso da Prometeo, decise di punire questi e la sua amata creazione: il genere umano. Prometeo venne incatenato ad una roccia ed ogni giorno un’aquila gli divorava il fegato. Per punire gli uomini, Zeus ordinò ad Efesto di creare una bellissima fanciulla, Pandora, alla quale gli dei offrirono grazia e ogni sorta di virtù. Ermes, che aveva dotato la giovane di astuzia e curiosità, venne incaricato di condurre Pandora dal fratello di Prometeo, Epimeteo. Questi, nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni dagli dei, sposò Pandora. Ella recava con sé un vaso regalatole da Zeus, che però le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ma, spinta dalla curiosità, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono tutti i mali del mondo (la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, ecc.) che si abbatterono sull’umanità. Sul fondo del vaso rimase solo la speranza, l’ultima a morire: «così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono. E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre mandò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenga un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, prima di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono). Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini.»

 Tita Ferro ha proposto una sua riflessione sul verbo aprire che, come gli altri verbi transitivi, acquista significati diversi in relazione al complemento oggetto che lo completa: si può aprire un cassetto o una finestra per scoprire qualcosa dentro o fuori, ma anche aprire le braccia o il proprio cuore per esprimere accoglienza, affetto, fiducia; si può aprire una seduta o una manifestazione nel senso dare un inizio oppure aprire gli occhi nel senso di stare attento, mettersi in guardia; si può aprire un conto in banca, ma anche aprire il fuoco, evidentemente con un significato totalmente diverso.

Aprire anche nella versione riflessiva, aprirsi, può essere usato per indicare un movimento sia all’esterno che all’interno e sia in senso materiale che spirituale.

Riflettendo su questo verbo Tita si è accorta di quanto esso sia connesso fortemente con la vita, non solo con l’inizio di essa, la nascita, vero e proprio  aprirsi alla luce, ma anche con la vita di tutti i giorni, che è un continuo aprire, dall’aprire gli occhi al mattino, all’aprire le imposte per far entrare la luce, aprire allo sconosciuto o conosciuto che bussa, e via così nelle situazioni più disparate, aprire un conto corrente, aprire una porta chiusa, aprirsi ad un amico … Aprire è connesso con la vita, ha concluso, almeno quanto il chiudere è connesso in qualche modo con la morte, con la fine di un ciclo: chiudere è il gesto della sera, chiudere finestre, chiudere la porta, chiudere il gas, … chiudere gli occhi … mentre aprirli è svegliarsi in senso materiale, ma anche in senso metaforico, di comprendere bene la situazione. In questo senso si dice anche aprire gli occhi ad un altro, fargli vedere qualcosa che da solo non riuscirebbe a vedere. Apri gli occhi, si dice, cioè svegliati, non dormire.

Tita ha portato alcuni esempi in canzoni come Mattinata fiorentina con la festosa esortazione

Aprite le finestre al nuovo sole,
è primavera,
è primavera.
Lasciate entrare un poco d’aria pura
con il profumo dei giardini e prati in fior
Aprite le finestre ai nuovi sogni
bambine belle
innamorate
E forse il più bel sogno che sognate
sarà domani la felicità

e il bellissimo canto di Natale, O cieli, piovete dall’alto, con il grido O terra, apriti, o terra, e germina il Salvatore, ben diverso dal grido di disperazione del conte Ugolino, che neppure l’inferno può spegnere, “ahi dura terra, perché non t’apristi?”, nel canto 33° dell’Inferno dantesco. Sempre nella Divina Commedia Tita ha ricordato Ulisse che si mette per l’alto mare aperto insieme ai pochi compagni che condividono la sua sete di conoscenza, ma l’avventura si conclude con infin che ’l mar fu sovra noi richiuso: quel mare aperto purtroppo si chiude sopra coloro che cercavano di divenir del mondo esperti.

Ha poi ricordato il film Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre), un film horror del 1974 con la storia di una carneficina raccontata senza risparmio di visioni truculente, perché le ricordava una favola della sua infanzia,  Barbablu, che la riempiva di curiosità e di spavento, vuoi per quel particolare inquietante della barba blu, vuoi per quel misterioso divieto: il terribile uomo imponeva alla moglie di non aprire una porticina segreta che la moglie (novella Pandora) naturalmente apriva, scampando poi alla morte in cui erano finite le mogli precedenti, grazie all’intervento dei fratelli.

Tita poi sottolinea il rapporto particolare tra il verbo aprire e il nome chiave: per aprire una porta occorre la chiave giusta. Non si possono aprire tutte le porte con la stessa chiave e dunque occorre avere per ogni serratura la chiave corrispondente. Sì, l’importanza della chiave! Anche nella vita psichica esistono diverse chiavi per aprire le vere e proprie porte dell’anima che sono l’intelletto, il cuore e la volontà

“Le tre chiavi essenziali sono l’amore, la saggezza e la verità. La saggezza apre l’intelletto, l’amore apre il cuore, e la verità apre la volontà. Quando avete un problema, provate ad utilizzare queste chiavi. Non riuscite con la prima? Provate con la seconda. Nemmeno la seconda apre? Provate la terza. Se ci sapete fare, è impossibile che una di queste chiavi non finisca per risolvere il vostro problema.”

La vita si può anche immaginare come un insieme di porte chiuse da aprire:  il difficile è trovare la chiave giusta. Spesso abbiamo le chiavi, ma son talmente tante quelle che abbiamo in mano, che fatichiamo a trovare quella giusta al primo colpo… e dobbiamo fare numerosi tentativi.

Peccato non poter avere un passepartout che ci apra tutte le porte…

Romina Arena, assente giustificata, ha inviato un suo contributo, la poesia Non basta aprire la finestra di Fernando Pessoa:

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume
 
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori
 
Bisogna anche non avere nessuna filosofia.
 
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
 
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
 
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai  quello che si vede
quando la finestra si apre.

Per Mariolina Pansera il verbo Aprire è stato l’occasione per una riflessione piena di dolore e di nostalgia, ma anche di speranza cristiana che scaturisce dalla morte di una sua cara amica. Ci ha voluto raccontare la storia della sua amica e della loro amicizia.

Il verbo aprire non ha particolarmente stimolato la mia riflessione, né i miei sentimenti, né tanto meno i miei ricordi. Non trovavo nessun contributo da poter dare su aprire.
Quando all’improvviso la mattina del 24 gennaio ho “visto” le porte del Paradiso aprirsi per accogliere la mia carissima amica Teresa Lo Giudice che lasciava la vita terrena ed andava incontro al Padre. Troppo presto si è aperto il Paradiso per Teresa, coloro che l’hanno amata avrebbero voluto averla vicina ancora per molti anni. Ma il Signore segue i suoi disegni imperscrutabili, il Signore conosce i tempi del vivere e del morire e al Signore Teresa si è sempre affidata in totale e docile abbandono.
La mia amicizia con Teresa non è stata quella che si può dire l’amicizia di una vita, non siamo cresciute insieme, ci siamo conosciute in età matura, quindi abbiamo condiviso un tratto relativamente breve della nostra esistenza. Siamo state colleghe, prof. di matematica lei, prof. d’italiano io.  Il nostro legame è cresciuto piano piano col tempo e si è consolidato e rafforzato negli anni. La nostra è stata un’amicizia pacata, ma piena ed intensa, perché Teresa era una persona speciale, come un po’ speciale è stata anche la sua nascita e proprio questo ora voglio ricordare.
Tre fratellini di Teresa erano morti prima ancora di venire al mondo, uccisi dal diabete che mamma AnnaMaria non sapeva di avere. Anche Teresa avrebbe fatto probabilmente la stessa fine, se un sogno premonitore………….
Era la sera dell’8 dicembre, la sera dell’Immacolata, papà Vincenzo era stanchissimo, era andato a Messina a trovare la moglie che era lì ricoverata per essere assistita nell’ultimo periodo della gravidanza, era ritornato a casa a notte fonda ed era proprio stanco. Senza neanche cenare, andò subito a letto e cadde in un sonno di piombo. Ad un tratto (erano passati pochi minuti, ore, non lo sapeva!) sentì se stesso mormorare:
– Ma perche?
La risposta categorica ed imperiosa gli rimbombò nella testa facendolo svegliare di soprassalto.
– Vai!
Cosa stava succedendo? Chi aveva parlato? Albeggiava appena, lui era ancora a letto, allora era stato un sogno! Un sogno? E che cosa aveva sognato? Piano piano papà Vincenzo cercò di ricostruire. Il dialogo gli venne subito in mente. Qualcuno gli diceva:
– Vai in clinica a trovare tua moglie.
– Ci sono stato ieri. Va tutto bene, non è ancora il momento, bisogna aspettare.
– Vai anche oggi.
– Ma non posso, devo andare a scuola, non posso chiedere un altro giorno di permesso.
– Vai
– Ma perché?
– Vai!
Ma chi era questo qualcuno che perentoriamente lo scuoteva sollecitandolo ad andare? Papà Vincenzo non riusciva a ricordare. Poi rammentò vagamente una figura indistinta che gli si avvicinava rivelando a poco a poco dei tratti familiari. Quello era suo fratello, suo fratello Giuseppe scomparso da poco, che adesso gli compariva in sogno e gli diceva:
– Vai, vai da tua moglie!
E sullo sfondo si stagliava nitida un’altra figura, portava una tonaca bianca e un mantello nero, quello era San Vincenzo, il santo di cui portava il nome, che sorridendo gli accennava:
– Vai!
Papà Vincenzo si alzò di scatto, ad un tratto gli era venuta una gran fretta. Così senza sapere come e soprattutto perché, si ritrovò ancora una volta davanti alla clinica.
– Come mai è venuto anche oggi? – gli chiese il dottore, vedendolo titubante sulla soglia – Non ci sono novità rispetto a ieri. Stamattina ho un convegno importante, vedrò sua moglie nel pomeriggio.
– La prego, dottore, la visiti subito – mormorò con un filo di voce papà Vincenzo.
– Ma perché?
– La prego
Cosa lesse il dottore nello sguardo implorante di quell’uomo? Cosa lo indusse, contro ogni logica, ad accogliere quella disperata preghiera? Fatto sta che pochi minuti dopo usciva di corsa dalla camera di mamma AnnaMaria.
– Presto la sala operatoria per il cesareo! Non c’è un minuto da perdere.
Teresa rischiava di morire. La sua mamma aveva cominciato a succhiare da lei gli zuccheri di cui il suo organismo malato aveva bisogno. Se non fosse nata subito, la bimba sarebbe morta come i suoi fratelli e nel pomeriggio sarebbe stato troppo tardi. Così in quella convulsa giornata del 9 dicembre 1950, in maniera fortunosa, per non dire miracolosa, Teresa venne alla luce ed aprì gli occhi alla vita e al mondo.
Non starò ora a raccontare tutta la storia della sua vita che tra l’altro non conosco nei particolari. Voglio ricordare soltanto che quando lei aveva sei anni il Signore chiamò a se papà Vincenzo, dieci anni dopo anche mamma Anna Maria lo raggiunse. A sedici anni Teresa si ritrovò completamente sola, chiamata ancora giovinetta ad assumere pesanti responsabilità, ma, pur così duramente provata dalla vita, non si chiuse in se stessa, non inaridì il suo cuore, forte della fede salda, viva e gioiosa che i genitori le avevano trasmesso, si aprì agli altri dando e ricevendo amore a piene mani. Non poteva più amare ed essere amata come figlia, avrebbe continuato ad amare e a ricevere amore come nipote, come cugina, come compagna di giochi e di studi, come amica e poi come insegnante, come madrina, come educatrice e infine come moglie, come nuora, come madre, come zia. Tutto questo era Teresa e molto, molto di più.
La chiesa di S. Lucia, in cui ci siamo ritrovati per darle l’ultimo saluto, benché spaziosa, era troppo piccola per contenere le tante, tantissime persone, che hanno avuto la ventura di incrociare il cammino di Teresa e di aprire a lei il loro cuore, ricevendo affetto, comprensione, sostegno, partecipazione. C’erano tutti, parenti, amici, collaboratori, colleghi, alunni, semplici conoscenti, perché Teresa era veramente speciale.
Sollevata su ali d’aquila, sorretta dalla lieve brezza dell’alba, la mattina del 24 gennaio 2011, Teresa è volata via da questa terra, per lei si sono aperti i cieli e spalancate le porte del Paradiso.

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