REPORT OFFICINA DEL MESE DI DICEMBRE

a cura di Carmela FERRO

Dappertutto intorno a noi, nei fatti, nelle parole delle persone che incontriamo, nell’intrecciarsi degli avvenimenti della vita, tra le maglie della realtà, le risposte stanno lì, in attesa di essere colte, ascoltate, interpretate. Ma, allo stesso tempo, domande urgenti o ricorrenti si  ripropongono nel corso della Storia e delle nostre personali storie, senza trovare niente e nessuno che sappia dipanarle e soddisfarle. Il rapporto tra domandare e rispondere infatti non sempre è semplice, immediato, rasserenante. Una domanda implica un bisogno di conoscenza o un desiderio di appagamento, e il valore della risposta si configura in rapporto alle aspettative che ad essa sono legate.

E quando la risposta non c’è o non arriva, compare l’ombra dell’indifferenza, della disattenzione, del disamore.

Sara Puntillo legge un brano de “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati. In quest’opera lo scrittore, attraverso le storie sofferte dei suoi alunni, ragazzi immigrati, orfani, arrivati in Italia in cerca di lavoro, integrazione e solidarietà, compie a sua volta un interiore percorso di ricerca sulle proprie radici. Quelle risposte che il padre non aveva saputo o potuto fornirgli e che quindi per tanto tempo erano rimaste eluse, si affiancano a quelle dei ragazzi in un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio.

Paola Abenavoli propone le “risposte” fornite da scrittori italiani e stranieri, pubblicate su Repubblica del 22 dicembre, alla domanda cruciale per chiunque si occupi di letteratura: perché si scrive? Le risposte variano. Per Nathan Englander ad esempio si scrive “per fare un po’ d’ordine nel caos”,  per Adam Haslett “per viaggiare nelle vite degli altri”, per Stefan Merrill Blok “perché la scrittura è l’unico posto dove sento di avere un senso”. Antonio Tabucchi cerca la risposta formulando a sua volta una serie di domande: “ Scriviamo perché temiamo la morte? Perché abbiamo paura di vivere? Perché abbiamo nostalgia dell’infanzia? Perché il passato è fuggito in fretta o perché vogliamo fermarlo?…”

Franca Crucitti ci offre interessanti spunti di riflessione attraverso le risposte di due maestri di spiritualità: Rabbi Mendel (personaggio del libro di Martin Bubber: “Il cammino dell’uomo”) e un anziano monaco buddista.

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?” Quelli risero di lui : “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria? Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.

A un giovane  monaco  che gli chiedeva, dopo due ore di cammino, come mai avesse portato sulle spalle una ragazza per aiutarla ad attraversare un corso d’acqua, un monaco anziano aveva risposto: Io ho lasciato andare quella ragazza subito dopo il guado, com’è possibile che tu non riesca a farlo dopo due ore di cammino?

Carmela Ferro confronta due testi del tutto diversi per stile, contesto culturale di provenienza, contenuto. Il primo è il celeberrimo testo della  canzone di Bob Dylan: Blowing in the wind. Le domande poste dal cantautore sono proprio tante e di quelle che pesano nella coscienza di ogni uomo:

Quante volte devono volare le palle di cannone prima di venir proibite per sempre? Quanti anni può esistere un popolo prima di essere lasciato libero? Quante volte può un uomo volgere il capo e fingere di non vedere? Quanti orecchi deve avere un uomo prima di sentir piangere gli altri? Quante volte un uomo deve guardare in alto prima di vedere il cielo?… E il ritornello ripete ogni volta: La risposta soffia nel vento…

Forse la risposta è proprio lì, soffia accanto a noi, ma la nostra superficialità, il nostro egoismo o le mille distrazioni delle occupazioni quotidiane ci impediscono di percepirla.

Il secondo è un breve brano tratto da Anna Karenina, capolavoro di L. Tolstoj, in cui Kitty, in un momento difficile della sua vita, pone quella domanda fondamentale che prima o poi tutti ci poniamo, e che però resta senza una risposta, forse perché difficilmente esprimibile:

“E che cosa è importante?” domandò Kitty, scrutando il viso di lei con incuriosito stupore. “Ah, molte cose sono importanti” disse sorridendo Varenka”. “Ma che cosa?” “Ah, molte cose sono importanti” rispose Varenka non sapendo che dire … ”

Mariolina Panzera ci ricorda due risposte al femminile entrambe fondamentali per la nostra spiritualità e la nostra cultura: quella di Maria all’Angelo e quella della monaca di Monza. Le due donne pronunceranno un “sì”, ma il valore della loro risposta determinerà un esito diametralmente opposto per la loro vita.

Allora Maria disse all’angelo:”Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?” L’angelo rispose “Lo spirito Santo scenderà su di te… nessuna cosa infatti è impossibile a Dio”. Disse allora Maria: “Ecco la serva del Signore; si faccia di me come hai detto tu.” E l’angelo si allontanò da lei ………

Costui da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericolo e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose.

La toccante voce poetica di Alda Merini risuona spesso nelle riunioni di Pietre di Scarto. Questa volta a ricordarcela è Katia Marino:

L’essere stata in certi tristi luoghi,

coltivare fantasmi

come tu dici, attento amico mio,

non dà diritto a credere che dentro

dentro di me continui la follia.

Sono rimasta poeta anche all’inferno

solo che io cercavo di Euridice

la casta ombra e non ho più parole…

Ecco, Franco, la tenera risposta

al tuo dilemma: io sono poeta

e poeta rimasi tra le sbarre

solo che fuori, senza casa e persa

ho continuato mio malgrado il canto

della tristezza, e dentro ad ogni fiore

della mia casa è ancora la speranza

che nulla sia accaduto a devastare

il mio solco di luce ed abbia perso

la vera chiave che mi chiude al vero

Di tutt’altro genere la lunga risposta, proposta ancora da Katia, di Roberto Saviano al Presidente Berlusconi pubblicata su Repubblica del 17 aprile 2010 e che può essere condensata in alcune frasi:

E’ meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie, ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro… Io credo che solo la verità serva a dare dignità a un paese… Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell’accusa, possiamo cambiare le cose. … Una cosa è certa: io come altri continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire.

Giuseppina Catone ci fa sorridere con il racconto umoristico di Giorgio Manganelli “Centuria”: un uomo, “col cappotto e il collo di pelliccia” esce di casa per recarsi all’appuntamento con la donna che aveva deciso di chiedere in moglie e da cui doveva ricevere la risposta. Durante il tragitto però, quasi senza che lui se ne accorga, esplode nel suo paese una guerra civile che determinerà la sua morte.

Il signore col cappotto venne fucilato alle nove e trentotto, contro il muretto di una chiesa in falso gotico. Lo fucilarono perché aveva in mano il giornale acquistato al mattino presto, quando il paese era ancora repubblicano. Non gli dispiacque morire; ma lo irritarono lievemente quei due minuti che avrebbe potuto dedicare al “sì”.

Tita Ferro infine condivide con noi alcune sue riflessioni:

Non so bene perché nel tentativo di chiarire a me stessa l’importanza del rispondere, mi è venuto in mente l’atto del respirare: la risposta, come l’espirazione, non è un buttare fuori l’aria prima inspirata (l’eco rispetto alla domanda), ma un emettere ciò che essa è diventata dentro di noi, attraversando i vari organi interessati e caricandosi di tutto ciò che ha incontrato nel suo tragitto.

C’è una stretta parentela tra due termini apparentemente diversi come “risposta” e “responsabilità”, più comprensibile se si pensa che “re-spondere” rimanda a “spondere” che ha come primo significato quello giuridico del “promettere solennemente, impegnarsi pubblicamente, garantire ufficialmente” e quindi “sposarsi”! Da lì derivano i termini “sposo/a”, “sposalizio”: lo sposalizio è difatti una “promessa solenne”, un impegno che si contrae per tutta la vita e indubbiamente rappresenta una  risposta, un’assunzione di “responsabilità”.

Tita ha trovato alcuni esempi tratti dal Vangelo per far capire quanto la risposta possa qualificare la persona che la dà. Ne riporto raccontato nel Vangelo di Matteo (21,23-27):

Gesù entrato nel tempio, insegnava e gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: “Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?”

Gesù rispose: “Vi farò anch’io una domanda e se voi mi risponderete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?”.

Ed essi riflettevano tra sé dicendo: “Se diciamo: ‘‘dal cielo’’, ci risponderà: ‘‘perché dunque non gli avete creduto?’’; se diciamo ‘‘dagli uomini’’, abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta”. Rispondendo perciò a Gesù, dissero: “Non lo sappiamo”. Allora anch’egli disse loro: “Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose”.

Tita fa notare la contrapposizione tra il comportamento di Gesù, chiaro ed illuminato nelle risposte, e quello dei  farisei i quali sanno bene che la loro risposta in un modo o nell’altro li qualificherà, svelerà pensieri che vogliono tenere nascosti: più tentano di tirarsi fuori dal garbuglio in cui si sono messi e più vi si trovano irretiti.

Concludo con una poesia che ci ha portato Maria Giglio, Perché: è di suo marito, Aldo Chiantella, che ha partecipato a molti fatti dell’ultimo conflitto mondiale da partigiano:

Anch’io nella sagra del sangue

ho immerso il ferro e le mani.

Ho ucciso lo sconosciuto

che mi era fratello:

un innocente che viene

quasi ogni notte a trovarmi,

a domandarmi “Perché?”

ma quale risposta!

Il tempo consuma ogni giorno

le nostre certezze

e la coscienza non offre

un giusto motivo alla morte.

 

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