Cristiano CAVINA: Scavare una buca – Ed. Marcos y Marcos

di Paola ABENAVOLI

Non servono tante parole per descrivere un lavoro duro, quello dentro il cuore di una montagna.
Non servono tante parole per capirsi tra colleghi, mentre si scende nelle viscere della terra: basta l’esempio.
Non servono tante parole tra marito e moglie, per comprendere il dolore, l’amore, l’orgoglio di essere genitore.
Non servono tante parole per spiegare ad un ragazzo cosa significhi lavorare nel luogo in cui il padre ha perso le braccia.
Non servono … o forse sono difficili da dire, per i personaggi di “Scavare una buca”, il nuovo libro di Cristiano Cavina.
Così i pensieri del protagonista sono brevi, incisivi, scarni ma precisi, come le sue parole e quelle di chi lo circonda. Pensieri che si intersecano all’azione, con la stessa sintesi ed incisività.
Come i colpi sotto la montagna, come le azioni, lente ma precise, dei mezzi meccanici, come i gesti di chi vive là sotto.
Parole che diventano sempre più intense, quando le emozioni si assommano, quando i pensieri diventano più pesanti delle pietre da scavare.
Quando i sentimenti non si possono trattenere. Un vortice, un fiume in piena, quando le parole diventano invece necessarie. Per aprire squarci di luce, come il sole che illumina la montagna. E scopre una bellezza o una verità che c’è sempre stata.

Se la nostra montagna avesse avuto gli occhi, probabilmente ci avrebbe visti proprio così.
Qualcosa di inconcepibile e alieno.
Come astronauti finiti su un pianeta sconosciuto.
Se ne stava immobile sotto i nostri piedi, mentre noi ci scorrazzavamo sopra indaffarati (…)
Ma c’era qualcosa altro, là sotto.
Un pianeta remoto, una forza inimmaginabile, che sembrava spiarci dai fori che aprivamo sulla sua superficie o dagli angoli più nascosti delle gallerie.
Stava lì, era sempre stata lì, e covava qualcosa.
Tra un milione di anni altri esseri avrebbero violato la sua pelle, e magari scavando avrebbero trovato uno dei nostri attrezzi, un bullone allentato sfuggito dalla testa rotante o il morsetto di rame del detonatore.
E l’avrebbero osservato con la stessa meraviglia con cui noi guardavamo quei piccoli fossili che rotolavano giù.
L’unica testimonianza del nostro essere vissuti.
E la montagna sarebbe stata ancora al suo posto; avrebbe aspettato immobile, mentre la calpestavamo credendoci i padroni del mondo, certa che in un modo o nell’altro sarebbe sopravvissuta a tutti quanti”.

Lo stile di Cavina tratteggia, dunque, con brevi frasi, con una prosa fluida, un viaggio in un mondo poco conosciuto, semplice ma ricco, intenso come i sentimenti veri. Un  viaggio tra il lavoro duro, la consapevolezza, la responsabilità, la crescita, i dolori, il confronto fra classi sociali, il tema degli incidenti sul lavoro … e ancora tanto altro. Dipinto con piccoli, ma – appunto – incisivi tocchi. Come quelli con cui, con cura, si scava una buca.

Cristiano Cavina ha ambientato tutti i suoi romanzi, con la sola eccezione di Scavere una buca, a Casola Valsenio, piccolo paese sulle colline della provincia di Ravenna, dove è nato nel 1974. Il suo primo romanzo Alla grande, pubblicato nel 2003, ottenne un successo inaspettato, aggiudicandosi tre anni dopo il Premio Tondelli. Nel 2005 fu la volta di Nel paese di Tolintesàc e nel 2006 di Un’ultima stagione da esordienti, dedicato alla sua grande passione per il calcio. I frutti dimenticati, invece, pubblicato nel 2008 ci ha dato la possibilità di un confronto con un Cavina più maturo, pronto a lasciare spazio due anni dopo ad un nuovo libro in cui per la prima volta il protagonista non è più lo stesso autore.

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