Laboratorio di scrittura creativa – dicembre 2010

a cura di Tita FERRO

Nei nostri laboratori di scrittura creativa un esercizio importante è quello con le immagini: è molto bello vedere che cosa un’immagine è in grado di scatenare in noi, che cosa la nostra immaginazione sa creare. Perché l’immaginazione è il mezzo più grande di cui possiamo e dobbiamo servirci per immergerci in “altre” realtà, per proiettarci in ciò che vediamo e provare anche a far  venir fuori ciò che di sconosciuto abita dentro di noi.

Stas’ Gawronski, animatore del laboratorio di scrittura creativa dell’associazione Bombacarta, intervenendo al convegno su “Il mistero di scrivere”, organizzato da Pietre di scarto nel 2006, ha affermato che si può entrare anche in un testo letterario

“proiettando il proprio corpo, proiettando noi stessi nella scena che viene descritta … la persona che partecipa al laboratorio deve immaginare e vedere se stesso dentro la scena, deve interagire con il personaggio e non soltanto ascoltarlo, deve anche seguirlo, toccarlo ed addirittura parlare con lui, farsi raccontare la sua storia … C’è in questo uno sforzo di visione che gli consente di conoscere le emozioni del personaggio, i suoi sentimenti e a poco a poco seguire anche gli eventi della storia che viene narrata o che deve essere narrata”.

Ho proposto ai partecipanti al laboratorio queste considerazioni, aggiungendo che la stessa cosa possiamo fare quando osserviamo un’immagine perché “la bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla” (D. Hume) e commentando insieme le seguenti affermazioni di filosofi, fotografi, scrittori:

“La questione non è ciò che guardate … bensì ciò che vedete”(H. D. Thoreau).

“La fotografia aiuta a pensare, intrecciare storie, mettere in relazione indizi e trovare nuovi significati alle cose. La fotografia aiuta a ricordare, a collegare eventi lontani, a guardare oltre l’apparenza, a districarsi nel labirinto dei sogni” (Anna D’Elia).

“Scopo di ogni artista è arrestare il movimento, che è vita, con mezzi artificiali, e tenerlo fermo, ma in tal modo che cent’anni dopo, quando un estraneo lo guarderà, torni a muoversi, perché è vita.” (William Faulkner).

“Nessun artista vede mai le cose come sono, altrimenti non sarebbe un artista”  (O. Wilde).

Dopo questi chiarimenti ho dato a tutte la foto del quadro giovanile di Salvator Dalì, La ragazza alla finestra, che si trova al Museo d’Arte Contemporanea di Madrid: accanto all’immagine avevo ricopiato un commento dello stesso Dalì ai suoi quadri:

“Il fatto che neppure io, mentre dipingo, capisca il significato dei miei quadri, non vuol dire ch’essi non ne abbiano alcuno: anzi, il loro significato è così profondo, complesso, coerente, involontario da sfuggire alla semplice analisi dell’intuizione logica “.

Ho quindi proposto l’Esercizio:

Prima di scrivere per 10 minuti, fermati per qualche tempo a guardare l’immagine di Salvator Dalì, seguendo le indicazioni che ti sono state date precedentemente: ricorda che per questo esercizio non sono importanti le notizie storico-critiche sul quadro o sul suo autore, ma ciò che tu riesci a vedere in esso.

Trascorsi i soliti 10 minuti abbiamo letto e commentato quanto avevamo scritto: di seguito i tre racconti che mi sono arrivati dopo alcuni giorni.

 

Il completino azzurro cielo

di Mariolina PANZERA

Rientrando nella camera d’albergo che divideva con la sorella, Laura si bloccò sulla soglia. La sagoma di Irene, appoggiata al davanzale della finestra spalancata, quasi non si distingueva contro l’azzurro del cielo e del mare, perché lei (la sorella) indossava il suo (suo di Laura) completino azzurro cielo, quello che aveva comprato da poco, che le piaceva tanto e che ancor non aveva indossato perché voleva sfoggiarlo in vacanza a mare. E ora quella stupida di sua sorella!
La ragazza si sentì ribollire di rabbia. Lei era gelosissima delle sue cose e non poteva sopportare che la sorella le “prendesse in prestito”. Inutilmente Irene cercava di ripiegare i capi ordinatamente e di sistemarli come li aveva trovati. Laura se ne accorgeva sempre e ogni volta erano litigi. Anche ora che erano fuori casa per la prima vacanza al mare da sole. Dopo tante insistenze papà e mamma si erano decisi a lasciarle andare, avevano scelto insieme la località e l’albergo, le avevano subissate di raccomandazioni e finalmente erano partite per due settimane di relax, mare e sole, ma neanche erano arrivate che Irene trovava il modo per farla innervosire.
– Ma perché ti sei messa il mio completo? – esclamò Laura – Me lo sformi con il di dietro che ti sei fatta! Sei sempre la solita!
– Oh Laura – mormorò Irene con voce distratta – Sei qui? Dove sei stata?
– Dove vuoi che sia andata? Visto che tu ancora dormivi, sono scesa giù a chiedere qualche informazione. Ma perché ti sei messa il mio vestito nuovo? insistette la sorella.
– Hai ragione, scusami, ma non ho potuto farne a meno. Poco fa, quando mi sono svegliata, ho aperto la finestra e……..ieri siamo arrivate all’imbrunire e non mi ero accorta …. sono rimasta senza parole di fronte a questo splendore di azzurro, di cielo, di mare, mi sembrava quasi che qualcuno o qualcosa mi chiamasse da fuori ed io sentivo il desiderio di immergermi in tutta questa luce e così non ho potuto fare a meno di indossare il tuo completo per farmi azzurro anche io e poi sono rimasta qui incantata a guardare e a sognare.
– In effetti sei quasi diventata azzurro – mormorò tra sé Laura, alla quale le parole della sorella avevano fatto già un po’ sbollire la rabbia. Pensavi a Pietro? – chiese poi a voce più alta.
– Certo! – rispose Irene. Questa vacanza al mare senza di lui……mi sembra….non so…..poi questo master che ha voluto fare in Olanda. Tre mesi sono lunghi!
– Intanto se ci fosse stato Pietro – ribatté Laura che era molto più concreta ed andava subito al sodo – questa vacanza al mare non l’avremmo certo fatta. Lo sai come la pensano mamma e papà e poi per quanto riguarda i tre mesi di lontananza sta tranquilla che qualcosa si farà. A papà piace viaggiare, in Olanda non ci siamo mai stati, potremmo suggerirgli, con le dovute cautele, un itinerario olandese durante il quale ci fermeremo, così per caso, in quella cittadina universitaria dal nome strano in cui il tuo amato bene è andato a specializzarsi in non so quale strampalata tecnica chirurgica. Così sarai contenta e la smetterai di fregarmi i vestiti! – concluse la ragazza cercando di mascherare con un tono burbero di voce il sorriso che le saliva sulle labbra.
– Davvero pensi che si potrebbe fare così? – chiedeva Irene, alla quale le parole della sorella facevano nascere nel cuore un’inattesa speranza.
– Ma certo! – riprese Laura – L’estate è appena cominciata, papà prenderà le ferie a fine agosto, c’è tutto il tempo per organizzare bene il viaggio.
– E tu mi aiuterai a convincere papà e mamma? – incalzò Irene.
– No di certo! – ribatté con forza l’altra.
– Come no? – balbettò la sorella avvilita.
– No, se continuerai a fregarmi i vestiti! – concluse trionfante Laura scoppiando in una risata.
Le due ragazze si abbracciarono ridendo e poi rimasero lì insieme affacciate a quella finestra che le proiettava in un fantastico mondo di luce, immerse ciascuna nei propri sogni, l’una pensando al suo Pietro, l’altra sperando che qualcuno arrivasse anche per lei.

 

Io sono il mare

di Romina ARENA

Giannina se ne sta con le mani sul grembo; la sedia di faccia alla finestra.
Aspetta.
Assorta nel silenzio notturno della costa, rotto soltanto da qualche debole onda che schiaffeggia le rocce, sembra rapita da un punto lontano. È l’attesa, questa compagna corpulenta, che stanotte le sta distesa ai piedi e lentamente le abbraccia le caviglie in una stretta materna e millenaria.
Le sussurra che torna, Mauras torna da dietro quell’insenatura rocciosa alla fine del litorale. Sono tre mesi che manca; tre mesi di mare negli occhi e di sale; tre mesi di soli e di lune; tre mesi di burrasca.
Tre mesi di trepidante attesa che la sua giovane sposa ha riempito col dono più alto. Ramón Libre è il nome che hanno scelto insieme, perché il loro piccolo fosse da subito come quei gabbiani che battono la costa senza sosta e nelle giornate di vento si fanno trascinare dalla corrente dondolando in cielo come se fossero appesi ad un filo invisibile. Ramón Libre Del Mar, come del mare è suo padre, senza discussione.
Mauras torna, deve tornare, e sarà come vederlo per la prima volta con quel suo corpo asciutto e i baffi, il gilet avvitato dritto sopra i fianchi e aperto sul petto. Le braccia brune fatte di sirene e pirati guerci; forzieri e timoni. E sarà bello sull’albero maestro, mentre la saluta agitando quel suo cappello che lo fa così simile a Napoleone. E per la verità un po’ di lui le resta negli occhi attenti e scuri di Ramón, così aperti da sembrare adulti; nei suoi pochi capelli neri e spessi che non vogliono saperne di stare pettinati; nelle sue manine sempre protese ad indicare fuori dalla finestra, verso il mare, con le piccole dita che sembrano istruite da una consapevolezza innata ed indicano là, verso il fondo, dove il litorale si ferma bruscamente in una curva che lo sottrae alla vista.
Non sa se le piacerebbe vederlo tornare di giorno, sotto il sole, col viso pieno di una barba non fatta o di notte quando il buio cela fino all’ultimo metro di acqua la sorpresa che ancora lontana non è più che un debole dubbio. Forse non dovrebbe nemmeno porsi di queste alternative. Che importerebbe se tornasse di giorno o di notte? Quando arriverà il giorno e la notte non avranno davvero alcuna importanza.
Intanto è notte e della costa non si distingue niente. Nessuna luce complice che illumini la sagoma panciuta della barca; nessun grido liberatorio che porta il suo nome. Solo questa attesa amica e serena che si poggia come uno scialle sulla sue spalle strette, che le accarezza i capelli morbidi e sempre in ordine per lui e le dice: “Pazienta figlia mia, Mauras torna. Torna”.

 

Solo azzurro

di Tita FERRO

Lei posò lo straccetto della polvere accanto a sé, sul davanzale della finestra a cui si appoggiò con tutto il peso del corpo, il busto proteso in avanti, il piede sollevato da terra a liberarsi della scarpa, abbandonandosi a quella visione che le era venuta incontro quando aveva scostato la tenda ed aperto le imposte per dare luce alla sala da pranzo.
Dilagava l’azzurro davanti a lei, quello più uniforme e tenero del cielo e quello più deciso del mare increspato dalla brezza leggera che portava fino a lei come una carezza l’odore di salsedine, mescolato al profumo dei fiori del giardino sottostante, dei gelsomini e delle rose rampicanti su tutti.
Mare e cielo separati da quello che le sembrava solo un nastro disteso tra i due punti estremi, appena una striscia marrone, ocra, gialla, in cui lei poteva intravvedere il profilo di case, il percorso tortuoso di qualche strada che si inoltrava, nocciola uniforme tra il marrone e il grigio scuro, ma soprattutto cercare di indovinare tanto di più, come in certi giochi un soffio di fantasia mette insieme puntini e lineette e a poco a poco scopre un’intera scena e addirittura una storia là dove c’era soltanto un mucchietto di segni indistinti.
Lei sentiva calmarsi l’ansia che l’aveva attanagliata di fronte alle tante cose da fare, più guardava il paesaggio e più se lo sentiva entrare dentro, azzurro, liquidità, leggerezza, aria, movimento, se lo sentiva dentro e si sentiva dentro, parte integrante del mondo che contemplava, vedeva, toccava, respirava, al quale si abbandonava senza difendersi: ecco lei era la barca che scivolava leggera e silenziosa sull’onda lasciandosi dietro una scia più chiara, che lì non c’era, lei era il gabbiano che volava basso, a pelo d’onda, per avvistare qualche pesce incauto, che lì non c’era, lei era il sole, che lì c’era e si rifletteva sull’acqua scoppiando in tante scintille di luce, danzando in punti luminosi che si accendevano qua e là.
Sobbalzò, richiamata nella stanza, il piede nuovamente nella scarpa, dalla voce allegra e affettuosa di lui sopraggiunto silenziosamente alle sue spalle: “Ma che bel quadretto! Ragazza alla finestra, di Salvator Dalì”.

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