RESOCONTO SEMISERIO IN DUE ATTI

di Romina ARENA

Primo atto: Il pranzo

L’una, anzi, precisamente, le Tredici, qualcosa in più. Te ne accorgi dallo stomaco che gorgoglia, che reclama il dovuto. Arrivano tutti, sarebbe più corretto dire: arrivano tutte. Nel monopolistico panorama femminile c’è posto soltanto per due uomini: Aldo, presenza carismatica per la forza che sprigiona, la lucidità di pensiero, per il piacere che naturalmente si prova a stare in sua compagnia. E poi c’è Stas, sì quello Stas di Cult Book che la mattina bisogna improvvisarsi esploratori per trovarlo tra le varie programmazioni televisive e digitali.

C’è un’unica tavolata a riunire i commensali, eccitati per l’entusiasmo sprigionato dal laboratorio di scrittura del mattino durante il quale, goccia in mezzo al mare magnum del livellamento culturale, i ragazzi hanno manifestato un’attenzione sperata e forse inattesa, impagabilmente gratificante.

Ma ora c’è da mangiare e i discorsi sulla mediocrità intellettuale di certa gioventù da Canale Cinque e Grande Fratello vanno un pò a farsi un giro.

Adesso si è troppo impegnati a schivare i vassoi tracimanti stuzzichini stuzzicanti che da sopra le teste planano sulla tavola in una sarabanda di colori e sapori.

Badinerie di tartine variamente assortite, torte salate e frittate che si alternano a quadratini di parmigiana e gateau di patate; un piccolo raudo di insalata che intreccia lattuga e la carota al radicchio rosso in un trinomio colorato e digestivo per mandare giù la tanto amata e altrettanto patita peperonata. Tra una tartina addentata ed un bicchiere di rosso mandato giù, scappano riflessioni e impressioni; si parla del più e del meno; si ride. Si fa qualche pensiero sulla situazione politico-sociale italiana, ma non c’è tempo per approfondire: qualcuno scalpita per un gelato, perché il gelato di Reggio Calabria mica è il gelato di Roma.

Poco male, perché la scusa del gelato è un ottimo sprone per una passeggiata postprandiale utile a favorire la digestione. E poi la giornata è mite, serena e con uno splendido sole che riscalda l’aria e la rende quasi primaverile. No, non è affatto una pessima idea scendere giù fino alla marina alta, lento pede, perché si, oggi è proprio piacevole crogiolarsi nella temperatura benigna di un gennaio tutto sommato clemente. Per le strade delle due del pomeriggio, poca gente e scarso traffico fanno da dovuta cornice al pellegrinaggio verso una delle più frequentate gelaterie della città. Stas decide che, dal momento che a Roma così non ce ne sono, allora tocca approfittarne e fare onore ad una brioche con sbuffi di panna che ammiccano verso gli altri che proprio in mezzo a quel delirio di gusti decidono di personificare il coro a bocca chiusa della Madame Butterfly: chi per non farsi tentare dal tripudio di colesterolo e trigliceridi, chi perché il gelato a gennaio, chi perché semplicemente non ha lo spazio dove metterlo.

E ora a risalire fino al Liceo ed affrontare a stomaco decisamente pieno il laboratorio di scrittura, ci pensa la scala mobile che ci porta tutti verso l’alto. Noi e il gelato di Stas.

Il gruppo si sfilaccia per strada, ma alla spicciolata arriva al completo in biblioteca, dove tutto è pronto per il laboratorio. C’è chi suggerisce che si, ci sterebbe bene, adesso, una bella pennica per scacciare il torpore da coccodrillo che inevitabilmente assale dopo il pranzo. Purtroppo resta un desiderio peregrino schiacciato tra le sedie insalsicciate intorno al tavolo per farci stare tutte.

Silenzio, si comincia.

Secondo atto: Il laboratorio

Si comincia a vedere un racconto. Vedere, che non è la stessa cosa di leggere. Anzi, leggere vedendo è un viaggio più intestino del leggere leggendo. Si va a Berlino Ovest, a Roma e Corvara; si vivono natali diversi e uguali, false solitudini, vite e circostanze.

Ma la domanda è sempre una: tu, che vedi? Lo vedi il ragazzo che sta da solo in mezzo alla strada, un 24 dicembre a Berlino, a contemplare i ruderi di una guerra passata, sentendosi in guerra a sua volta per quella percezione delle distanze incolmabili; lo vedi il lanciere Marini sbuffare come un mantice, gridare vendetta al cielo con quel suo permesso trentasei ore tra le mani, la vigilia di natale, ostaggio della sua caserma perché non c’è nessuno a firmarglielo; lo vedi il quindicenne che sulle piste da sci non ha altri occhi che per la sua splendida ed impareggiabile Marisa, nivea semidea che fa impallidire le “poianine tutte in fila e tutte sceme” della comitiva? Li vedi i contesti, i particolari, i micromovimenti? Li vedi, e se li vedi, cosa vedi, che provi, che ti dicono quelle strade, quelle finestre, quelle sedie, quella neve?

C’è un mondo così rivoluzionario dietro l’essere banalmente lettori. Le storie lette, vissute, tenute in bocca ed ingoiate hanno un sapore diverso da quelle appena succhiate e subito sputate. E chi scrive sa, dovrebbe sapere, che le storie hanno mille facce, mille colori e che mai e poi mai accetteranno di rimanere prigioniere delle pagine sulle quali sono state buttate giù. Ed è così che deve essere.

 


Il fascino della parola da riscoprire

di Paola ABENAVOLI

La penna non si stacca mai dal foglio. Come “in un flusso di coscienza”, – mi fa notare qualcuno accanto a me (Maria Iaria) – i pensieri affiorano e si materializzano sul foglio. Personaggi, storie, parole, prendono vita. Immagini che sembrano animarsi sulla pagina bianca. Un flusso di pensieri, un’apertura mentale. Spunti nuovi, che non si pensava di “vedere”. Una crescita, un modo coinvolgente di approcciarsi alla lettura e alla scrittura; di guardare tutto ciò che succede intorno a noi, per poi prendere la penna e scrivere. Scrivere. E poi, magari, aiutare gli altri ad intraprendere lo stesso cammino. E scrivere ancora.

Input che arrivano. In un modo che conquista. Che tiene desta l’attenzione, che coinvolge, appunto, con ritmo. Passando da un’immagine letta a quella che noi creiamo scrivendo.

Non è solo un laboratorio di scrittura quello che Stas Gawronski riesce ad animare. E’ uno stimolo per le idee. Un percorso affascinante, quello che è riuscito a creare, in un pomeriggio di gennaio: un percorso che è parso trascinare noi tutte in un mondo senza tempo, come assorbite dalla forza delle parole. Quelle su cui ci ha invitato a riflettere, a soffermarci. Nella consapevolezza che da esse, dalle emozioni che riescono a suscitare, possa nascere la creatività. Anzi, che già in esse siano presenti le storie, la vita.

Una prospettiva che forse a volte tralasciamo, ma che invece costituisce un punto di partenza fondamentale. Nell’approccio alla lettura, alla scrittura, alla guida di un laboratorio.

Il fascino della parola: da (ri)scoprire, in un pomeriggio di gennaio.

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