Daniele DEL GIUDICE : Nel museo di Reims – Einaudi

di Tita FERRO

Poco più di 50 pagine bastano a Daniele Del Giudice per raccontarci una storia dal respiro molto più ampio, Nel Museo di Reims, piccolo capolavoro edito da Einaudi nello scorso mese di novembre, ma già uscito nel 1988 per i tipi della Mondadori, con sedici dipinti di Marco Nereo Rotelli.

In libreria mi ha attirato subito l’immagine in copertina, una mano appoggiata su un tavolo coperto da un drappo verde, che regge una lettera e accanto, su una cassa, una penna d’oca, un calamaio ed un altro foglio un po’ spiegazzato, un particolare del quadro famosissimo di Jacques Louis David, La mort de Marat.

Ho comperato il libro dopo aver letto le parole della quarta di copertina, quelle che Anne, personaggio misterioso e provvidenziale interlocutore, rivolge al protagonista, Barnaba, giovane ex ufficiale di Marina che, a causa di una malattia «malcurata», sta perdendo la vista e ha deciso di portare con sé nel mondo d’ombra verso il quale fatalmente si muove, il ricordo di quadri famosi, tra cui, soprattutto, per i motivi che egli chiarisce nel corso del racconto, proprio il quadro di David.

«Ci sono delle persone che stanno tutte sul bordo dei loro occhi. Spuntano da lì. Non dipende dalle loro qualità interiori, magari altri, più ricchi dentro, hanno uno sguardo che non arriva fino alla pupilla, si ferma prima, chissà dove, che so, al diaframma, al petto, o da qualche parte nella testa. Io non so come lei veda, ma il suo sguardo si vede così tanto. Lei è tutto lì, sul bordo dei suoi occhi».

E’ una situazione di soglia quella che ci presenta Del Giudice, il tempo dell’attesa di qualcosa che deve avvenire, ma non è ancora avvenuto: a questa atmosfera di sospensione si adatta la lingua straordinariamente duttile, capace di esprimere anche le più sottili sfumature del sentimento, delle sensazioni, delle emozioni, in uno stile originale, in cui il narratore interno, Barnaba che racconta la storia che sta vivendo, si alterna al narratore esterno, una voce narrante che segue la vicenda e la fa vivere al lettore. Narratore esterno e narratore interno seguono l’uno all’altro senza soluzione di continuità, permettendoci un’ambientazione più ampia della visuale che ci darebbe il solo protagonista, allargando lo sguardo anche ad altri personaggi, quasi semplici comparse, però, in questo racconto che è la storia di Barnaba, nella quale alla sola Anne è dato di avvicinarsi con tenera e amabile complicità, nella consapevolezza della tragedia che egli sta vivendo.

E’ da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura. Forse amare non è la parola giusta, perchè nelle mie condizioni è difficile provare un sentimento verso qualcosa fuori, e poi perchè le mie condizioni già non mi permettono di vedere più bene, e dunque non posso dire con certezza che cosa amo, se i quadri che vado cercando nei musei, o questo stesso andare e cercare, fin quando la vista non calerà del tutto. … Questa opacità io la sentivo, la soffrivo come un sudore, come una febbre paralizzante, come se fosse non soltanto una malattia degli occhi ma di tutto il corpo; e del resto è per una malattia del corpo, malcurata, che sto diventando cieco. Ormai posso vedere da vicino, soltanto da vicino, così da vicino che ciò che mi resta della vista sta diventando quasi una sensazione tattile. Per questo non ho potuto decidere di conservare per me come ultime le immagini di donne e uomini, perchè non tutti, non sempre, si possono guradare così da vicino da toccarli con gli occhi.

Barnaba che ha deciso di sfruttare il tempo che gli rimane per fissare nella memoria alcuni capolavori dell’arte, ha girato diversi musei, come sappiamo da brevi flashback perché, all’inizio del racconto, lo troviamo nel museo di Reims, tra le tele di Corot, Géricault e Delacroix, ma alla ricerca di un quadro in particolare, il Marat assassiné di David. Quella tela, da quando l’ha vista in una riproduzione, è diventata un piccolo rovello: ha subito sentito che in qualche modo lo riguardava, come dice rispondendo ad una precisa domanda di Anne.

Mi interessa perché mi sono sempre chiesto che cosa pensa un medico nel momento in cui muore. Marat prima di essere Marat, era un medico e un fisico. … Curava la cecità, curava i ciechi. Li curava con l’elettroterapia. Con una certa dieta, delle pomate e delle piccole scariche elettriche. … Non vorrei che lei fraintendesse, io non avevo molte speranze, sapevo che per me le cose stavano diversamente, ero solo stupito che, avendo scelto i quadri come ultima cosa da vedere, proprio un quadro mi riportasse a tutto questo, a me stesso … Più leggevo con la lentezza con cui potevo leggere, più guardavo le fotografie di questo quadro, per quello che riuscivo a vedere, e più ero presente, quella liuce scomposta in raggi e essenze di colore separate e aloni era così siomile a come stava cambiando la mia vista e mi sembrava di essere lì quando Marat fabbricava i suoi strumenti di laboratorio ..ero lì quando inventava un elettrometro … quando polemizzava con newton sulla scomposizione della luice del sole … Mi creda ero lì. D’altronde non c’è più alcun posto dove possa essere.

Barnaba si aggira per le sale del museo, aggrappandosi ai dettagli per dare una forma ai dipinti, –come si fa con le nuvole, dice, basta un minimo appiglio per dare loro una forma: una grande nave nel cielo, un grande spazzolino da denti, un animale grande accucciato, con la forza dell’immaginazione che collega le stelle tra loro, come i puntini di una vignetta enigmistica, e fa dire <l’Orsa> o <Il Carro>, mentre tutto è in realtà staccato, disunito, non messo lì per assomigliare a qualcosa-. Anne gli è accanto quasi soltanto come <voce accesa e leggera> dal momento che egli non riesce a vedere neppure il colore esatto dei capelli e degli occhi di lei, in realtà è una guida provvidenziale non solo nella visione dei quadri, che per lui è difficile e poco chiara, ma soprattutto nel cammino che egli deve compiere per attraversare la soglia ed entrare nel buio, per passare da un mondo nel quale prevalgono le sensazioni visive ad uno in cui altri sensi devono attivarsi per supplire al venir meno di quello.

E se lei gli parla di giallo, lui cerca subito un paragone per ricordarne uno, e chiede: <come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?>, ma i paragoni con cui Anne risponde sono di tutt’altro tipo, e a voce più bassa: <Giallo come il tradimento e l’incostanza. Giallo come l’amore legittimo, o come l’adulterio che lo rompe> ….

Barnaba non capisce subito il modo di fare di lei, pensa che gli nasconda qualcosa, che lo inganni e non sa quale possa essere la ragione, ma piano piano si lascia guidare da Anne, lascia che lei completi quello che lui già comincia a vedere con altri sensi, particolari che nei dipinti non esistono, che sono frutto della sua immaginazione, del suo intenso coinvolgimento nello sforzo di vedere, fino a quando, e siamo alle battute finali, la stessa voce di Anne ha un colore caldo e brillante, lucido di tenerezza.

La scrittura <fluida e precisa> di Daniele Del Giudice ci guida in questo racconto in cui i luoghi più che rappresentazione realistiche sono vere e proprie geografie dello spirito, il tempo e lo spazio sembrano dilatarsi per la lentezza con cui li percorre Barnaba ed Anne insieme a lui, adattandosi alle sue esigenze, e perfino il dolore appare come una porta da attraversare per attingere alla conoscenza.

La mia malattia mi offre davvero poche cose, quasi sempre diverse e opposte a quelle che la salute e la normalità mi offrivano prima. Potrei prenderlo come un dono del mio stato. … Il dolore non è poi così importante, ma se non lo si trascura può aprire qualche porta.

Daniele Del Giudice nato a Roma nel 1949, vive tra Roma e Venezia. Nel 1983, Einaudi ha pubblicato il suo primo romanzo, Lo stadio di Wimbledon, con una nota di Calvino. Altre opere: Atlante occidentale (Einaudi, 1985), il breve racconto Nel museo di Reims (Mondadori, 1988 ed Einaudi 2010), la raccolta di racconti Staccando l’ombra da terra (Einaudi, 1994), e Mania (Einaudi, 1997).

Le sue opere sono state tradotte in tedesco, spagnolo, portoghese e francese.

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