Cristiano Cavina, nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nel 1974, cresce con la mamma e i nonni materni in “un appartamento striminzito” delle case popolari. Ascoltando i racconti nei bar, sviluppa una passione viscerale per le storie: i libri diventano presto la sua seconda casa. Senza esagerare con gli studi e lavorando dove capita, comincia a sua volta a raccontare. Nel 2002 pubblica il primo romanzo, Alla grande, Premio Tondelli 2006, nel 2005 Nel paese di Tolintesàc, piccolo grande bestseller felliniano, e nel 2006 Un’ultima stagione da esordienti, epica comica e commovente dell’adolescenza. Dopo il successo dei Frutti dimenticati del 2008, Cavina pubblica Scavare una buca nel 2010, una storia di miniera a cui affida le sue convinzioni profonde sulla responsabilità, la purezza, il lavoro.

 

Cristiano Cavina:    “I frutti dimenticati” – Marcos y Marcos
di  Carmela Ferro

Con il piglio di un  “eroico palombaro” Cristiano Cavina affronta nel corso degli anni le insidie e le onde a volte tempestose della vita. Sin da piccolo, da quando, solo in casa, si ingegnava per recuperare dal fondo dell’oceano il suo “prezioso forziere del tesoro”, in realtà il comò di nonna Cristina, attrezzandosi come poteva…

In mancanza di scafandro, mi arrangiavo con una vecchia maschera da saldatore di nonno e una tuta da lavoro integrale. In testa mettevo un casco delle poste e telegrafi… Gli stivaloni di gomma che nonno usava nel campo quando pioveva stavano macinando terra intatta dai tempi della creazione e ossa di specie ormai estinte, non le piastrelle esagonali delle case popolari”.

L’impresa si prospettava assai rischiosa e il valoroso palombaro necessitava di una nave d’appoggio su cui collocare i fidi compagni, in grado di sostenerlo e aiutarlo a non perdersi negli abissi marini: Franceschino, Donna, Piter Cammello, Bomba. Da adulto quel forziere contenente il tesoro della serenità, della stabilità affettiva, dell’intimità familiare diventa troppo sfuggente e irraggiungibile. Come timonieri sulla nave d’appoggio si posizionano nuovi personaggi: un padre, rimasto sempre misterioso e silente, che all’improvviso si fa vivo per condividere con lui gli ultimi drammatici giorni della sua esistenza, Nicoletta, la ragazza che ha amato e che ora non è più sicuro di amare, un figlio che sta per arrivare già segnato dal rischio di un possibile handicap.

Figure importanti che giganteggiano sulla tolda ma anch’esse tormentate e incerte; falle profonde si aprono non solo a prua ma in ogni punto dello scafo e la nave rischia continuamente di naufragare. Eppure il palombaro resiste, la missione non risulta mai annullata, la tentazione di impadronirsi del tesoro nascosto resta la spinta forte a continuare. Gli squali del male e del dolore si affacciano tutti insieme minacciosi. Chi non ne resterebbe sopraffatto?
Allontanatasi l’età dei giochi e dell’infanzia, quella tuta di palombaro, messa insieme alla meno peggio, gli rimane attaccata addosso trasformandosi però adesso nell’arma potente della fantasia e dell’autoironia, con la quale fronteggiare anche le situazioni più complesse e dolorose. E dopo la nascita del figlio quella corazza diventa un camice verde con cui potersi avvicinare alla culla del bambino:

Dimostravo una grande perizia nel calarmi in quell’attrezzatura, perché chi è stato a suo tempo un valoroso palombaro certe cose non le dimentica. I vestiti di carta e plastica erano un po’ troppo leggeri per le immersioni a grandi profondità, ma non era un problema per chi se l’era cavata egregiamente con una logora tuta da lavoro e occhialoni da saldatore… e il forziere non era più il vecchio comò ma una culla termica monitorata da un groviglio di fili.

Cristiano cresce con due buchi nel registro dei battesimi e con un grande vuoto nel cuore, ma l’assenza della figura paterna viene colmata soprattutto dai libri:

soprattutto i libri mi avevano fatto da babbo, in quei lunghissimi pomeriggi in cui non si riusciva a radunare una ciurma decente perché tutti erano a pescare con il papà , a fare un giro in moto con il papà, a comprare le scarpe da calcio con il papà. In quelle pagine avevo trovato i modelli perfetti e le parole giuste con cui partire alla conquista dell’universo. Avevo impiegato trent’anni a costruirmi quel babbo tutto mio, ed era implacabile, era D’Artagnan, Sandokan, Tom Sawier, Jan Valjean, il Conte di Montecristo.

Ma il vero padre alla fine compare, estraneo ma debole e malato e improvvisamente gli riempie la vita.

Non passava giorno senza che pensassi a lui. Era ovunque dentro di me, e anche se sapevo che non era assolutamente in grado di maneggiare una spada come si deve, né di sostenere un duello in maniera decorosa, era riuscito ad allontanare il babbo della mia memoria, quel misto di moschettieri, ergastolani redenti e cadetti di Guascogna che mi ero creato negli anni e al quale dovevo le poche cose buone che avevo combinato nella vita.

Solo dopo un lungo e tormentato percorso di riavvicinamento, negli ultimi istanti di vita in ospedale quest’uomo si conquista il nome di “papà”:

Se vuoi esco, gli dico, alzandomi. Non è un problema papà. E la luce incendia i suoi occhi.

Morte e vita si contendono la scena in questo toccante ma anche inaspettatamente divertente racconto autobiografico di Cristiano Cavina. La Morte è una presenza leggera, mai tragica, sfiora appena i personaggi, espressione di una volontà divina che a volta risparmia, altre volte cerca col lanternino per riportare le anime a Casa. La dada Giovanna, zia di Nicoletta, che parte in bicicletta dal suo appartamento col balcone fiorito per andare a trovare il suo compagno e in seguito ad una caduta si ritrova in paradiso. Franceschino, l’amico d’infanzia, convinto che le stelle cadenti si staccavano dal cielo perché Dio non le aveva adeguatamente incollate con il vinavil. E poi Don Elvis, il parroco, e nello stesso giorno la madre, il suo papà finalmente ritrovato, la nonna che ci conviveva quotidianamente, il bambino che rischia di rimanere vittima del lungo ruzzolone di Nicoletta dalle scale di casa, e Cristiano stesso, la cui vita è minacciata da un male che scopre casualmente. Ma l’idea della morte non lo spaventa, anzi si configura per lui, inesauribile organizzatore di disastri e fallimenti che neanche i fiori di Bach di Suor Luca Maria erano riusciti a guarire, come una “specie di amnistia”:

Tutti i difetti cancellati all’istante… Pensavo al bellissimo futuro  che aspettava quanti mi sarebbero sopravvissuti. Che razza di frutto dimenticato, sarei potuto diventare. Avrebbero condiviso ricordi spettacolari, e nessuno, dopo una morte così prematura, si sarebbe mai azzardato a rispolverare tutto il dolore che avevo causato.

E poi la vita: Giovanni, il figlio che sopravvive al ruzzolone, nasce sano e bellissimo, contrariamente alle previsioni di alto rischio dovute alla toxoplasmosi di Nicoletta e il suo sangue diventa terriccio fertile che scorreva nel mio , come se lui avesse fatto nascere me… Un chilo e mezzo scarso. Niente di grande. E dava un senso al nostro essere vissuti… Lo guardo. E’ come riemergere da una lunghissima immersione,  in un mare ancora in burrasca.

Con il fascino della semplicità e della spontaneità questo libro di Cristiano Cavina, commovente e ironico, sa trovare la strada per arrivare diritto al nostro cuore.

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