Report di Officina del mese di novembre

a cura di Giuseppina CATONE

Il consueto incontro di Officina è dedicato in questo mese ad un verbo molto caro a tutti: festeggiare. Ormai Natale si avvicina e con l’anno che sta terminando il cuore di ognuno è teso a gioire in senso religioso ed in senso più terreno. Ci sarebbero mille risvolti antropologici e psicologici da rintracciare all’interno di questo verbo, si potrebbe fare ricorso a molte immagini della storia dell’uomo, del suo relazionarsi con gli altri, del rapportarsi con la divinità, del gioire nel profondo del proprio animo, ecc. Noi Pietre, come ormai sappiamo fare e come ci piace fare, abbiamo scelto pagine suggestive o musiche o immagini, per individuare il significato del festeggiare e nel momento in cui abbiamo selezionato una pagina abbiamo dato un taglio specifico al verbo. Vediamo ora come si è sviluppato il discorso attraverso i contributi delle amiche.

Inizia Sara Puntillo proponendo la lettura di un brano di Marino Moretti intitolato La sagra della Segavecchia. La descrizione di una festa popolare in Romagna si colora di voci e suoni, di gesti quasi rituali, di preparativi e di elementi folklorici: si scopre allora che tutto il mondo è paese e, fatte salve le differenze di poco conto e di carattere ambientale, tutte le feste popolari si assomigliano.

… Ma le fruttivendole si limitarono a disporsi strategicamente lungo le due rive e sulla piazza e non mostrarono banchette e canestri meglio forniti del solito. Fu solo dopo mezzogiorno, quando tutti mangiavano e il paese pareva spopolato, che le brave donne fecero i loro preparativi. Allora i canestri e le coffe si riempirono di susine e castagne secche, di arance, di semini, di carrube, di noci, di nocciuole, di avellane; le mastelle si colmarono di lupini; le pentole che celavano le mele e le cotogne cotte fumavano e fumavan le ballotte nei paiuoli e nei caldani; e si levarono i primi rauchi gridi delle donne a chiamar coloro che indugiavano a tavola, e quelli degli ultimi piani e i marinai delle barche. Bimbi correvan da tutte le parti, di qua, di là, di lassù, di quaggiù, dalle stradette interne e dallo squero, piccoli e grandi, monelli scaltri e mimmini rincorsi dalle mamme; donne uscivan di casa in gran fretta e a testa nuda, incuriosite e spaventate, gridando e ridendo, facendo tinnire i soldi nelle tasche, chiamando i figli a squarciagola, imprecando, bestemmiando la Segavecchia, inciampando nei ciottoli e nei pali; e poi venivan le vecchie, le nonne, le mendicanti, ingolosite, guardandosi attorno, chiedendo: – Dov’è? dov’è? – perché alle banchette c’era, sì, la frutta secca, c’eran sì, le fruttivendole, ma non ancora le “vecchie”. Eccone una finalmente! Ne veniva avanti una laggiù sulla riva destra verso il ponte, verso la piazza, issata da due donne robuste su una sedia come quella del papa; alto sulla folla dei bimbi e delle donne, il grosso fantoccio vestito da donna tentennava e ondeggiava avvicinandosi lentamente fra le risa e i battimani e le bucce d’arance gettate dalle finestre e pareva stesse per cadere sulle teste ricciute dei bimbi, sulle teste canute delle vecchie, e c’era chi aveva paura e chi gridava e chi si scansava e scantonava…

Maria Bambace presenta, invece, una serie di passi tratti dalla letteratura latina ed italiana, che si prestano bene a diverse chiavi di lettura del festeggiare.

CATULLO, carme XIII

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si inquam, attuleris,venuste noster,
cenabis bene.

DANTE – Divina Commedia: Paradiso – canto XII – vv. 22 / 24

Poi che ‘l tripudio e l’altra festa grande,
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudiose e blande,

LEOPARDI –  Canti: Il passero solitario – vv. 5 / 16


Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi
dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

MANZONI – I Promessi sposi – cap. X – 301/307

S’alzò allora un frastono confuso di congratulazioni e d’acclamazioni. Vennero subito gran guantiere colme di dolci, che furono presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti. Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan la madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe che volesse venire alla grata del parlatorio, dove l’attendeva.

Michela MURGIA – Accabadora – cap V-

Bonacatta, la figlia grande di Anna Teresa Listru, somigliava a Maria nel nero degli occhi e in niente altro. Robusta come un minatore, era stata serva otto anni in casa di Gianni Asteri per farsi il corredo da sposa e ora, nonostante sfoggiasse la gonna più alla moda del suo guardaroba sedeva nel soggiorno con la stessa grazia di un nuraghe sfatto.

I parenti di entrambi i fidanzati vociavano in punta di sedia, bevendo con parsimonia la malvasia e ridendo forte di cose per cui di norma si sorride appena. Era tutto un frusciare di pieghe di gonna lungo il confine invisibile fra una famiglia e l’altra: sorelle e cugine della futura sposa servivano gli amaretti e il vino passito con sorrisi fintamente timidi e sguardi bassi da persone bene educate. …

Romina Arena, la nostra giovane nuova pietruzza, ci rallegra con l’ascolto di un brano degli Inti Illimani, dal titolo La fiesta eres tu, dalla musicalità molto dolce e dal ritmo veramente festoso. La festa qui è il canto d’amore di un uomo alla sua amata, considerata nella sua bellezza e sensualità.

Teresa Cantaro ha scelto di proporre uno dei testi più famosi della letteratura italiana Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi.

La riflessione che scaturisce dalla lettura di questa notissima poesia apre un’interessantissima discussione sulla bellezza della festa in sé o sulla bellezza dell’attesa della festa. Le voci che si sollevano sono ovviamente non tutte concordi, dal momento che le visioni mutano vuoi per il carattere vuoi per le esperienze personali e culturali. In ogni caso, non potendosi trovare un comune intendimento del senso della festa, ciascuna contenta di aver detto la sua e dell’essere rimasta convinta di quanto ha detto, si procede con il lavoro laboratoriale.

Mariolina Panzera ci propone una personale considerazione sul tema della festa.

Festeggiare = fare festa

«Vi dico, si farà più festa in cielo per un peccatore pentito, che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di pentimento»

Con queste parole Luca conclude la breve parabola della pecorella smarrita, prologo a quella ben più lunga e articolata del figliol prodigo.

Ora lungi da me l’idea di voler minimamente “corriggere” il Vangelo, ma mi rattrista un po’ il pensiero di tutti questi giusti che aspettano la loro festa.

Così come mi ha sempre procurato una stretta al cuore l’immagine del figlio maggiore che si allontana amareggiato dalla festa per il fratello ritrovato, dalla quale lui si sente escluso, invano rincorso dal padre che cerca di spiegargli. Penso che, chissà, forse, una sera il padre, vedendolo rientrare dai campi dopo una faticosa giornata di lavoro e di servizio, avrebbe potuto andargli incontro, accoglierlo tra le braccia e dirgli:

«Figlio, figlio adorato, figlio che sei sempre nel mio cuore, figlio che ti specchi in me come io mi specchio in te, figlio, vieni, facciamo festa insieme e, in attesa che torni tuo fratello, uccidiamo il vitello grasso, cantiamo, balliamo»

E mentre padre e figlio commossi si abbracciavano, forse, proprio in quell’istante sarebbe apparso in lontananza un viandante stanco, lacero, affamato, un viandante che via via avvicinandosi avrebbe rivelato i tratti di quel figlio e fratello così tanto amato e così a lungo atteso e allora gli sarebbero corsi incontro tutti e due e gli avrebbero gettato le braccia al collo baciandolo e abbracciandolo. E allora si che la festa sarebbe stata veramente piena e completa! Chissà?

Nella discussione che segue, alcune, tra cui Tita in particolare, sostengono che è stato il figlio maggiore ad escludersi e a chiudersi in se stesso senza cercare di comprendere le ragioni del padre, altre, tra cui Carmela e Maria Iaria, parlano di equità e notano una qualche mancanza del padre per non essersi reso conto di dover dare una tangibile manifestazione di affetto anche al figlio maggiore che gli è stato fedele, rimanendo con lui e rinunciando forse ai suoi sogni. Forse il maggiore non ha sofferto per la lontananza del fratello tanto quanto il padre, perché sicuramente il suo amore era meno profondo di quello del padre e senz’altro di natura diversa. Teresa infine coglie un parallelo tra la situazione descritta nella parabola e ciò che si verifica a volte nell’ambito scolastico, quando un insegnante dà un sei d’incoraggiamento ad un alunno che non sempre è stato presente né attento, suscitando le rimostranze dei più diligenti che non capiscono le sue ragioni e si sentono defraudati di qualcosa.

Franca Crucitti fa riferimento alla Divina Commedia di Dante per trovare immagini di festa.

Inf. IV, 79-84

Intanto voce fu per me udita:

“Onorate l’altissimo poeta;

l’ombra sua torna, ch’era dipartita”.

Poi che la voce fu restata e queta,

vidi quattro grand’ombre a noi venire:

sembianz’avevan né trista né lieta.


Inf. IV, 94-105

Così vid’i’ adunar la bella scola

di quel segnor de l’altissimo canto

che sovra li altri com’aquila vola.

Da che ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e ‘l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,

ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,

parlando cose che ‘l tacere è bello,

sì com’era ‘l parlar colà dov’era.


Par. XV, 49-54

E seguitò: “Grato e lontan digiuno,

tratto leggendo del magno volume

du’ non si muta mai bianco né bruno,

soluto hai, figlio, dentro a questo lume

in ch’io ti parlo, mercé di colei

ch’a l’alto volo ti vestì le piume.


Par. XV, 79-84

Ma voglia e argomento ne’ mortali,

per la cagion ch’a voi è manifesta,

diversamente son pennuti in ali;

ond’io, che son mortal, mi sento in questa

disagguaglianza, e però non ringrazio

se non col core a la paterna festa.


Tita Ferro ricorda  alcuni canti che si sentono in genere a Messa la domenica, caratterizzati sia dal collegamento tra festa e comunità, gruppo di persone unite da ideali comuni, sia dal significato della festa, gioia per un pericolo superato e risposta all’amore, alla consolazione che Dio dona al suo popolo.

Anche nella canzone di Jovanotti, E’ qui la festa?! Festeggiare è un’esperienza che non si può vivere da soli: è la presenza della ragazza che rende possibile la gioia della festa:

Stasera voglio fare una festa

insieme alla ragazza mia ….

prendiamo la moto e via via via.

Stasera voglio fare una festa

io e la ragazza mia

stasera voglio fare una festaaaaaa.

Tita legge anche alcuni passaggi di una ricerca sul senso della festa della prof.ssa Graziella Favaro, membro della Commissione Nazionale “Educazione Interculturale” del Ministero della Pubblica Istruzione:

<…da sempre gli uomini e i gruppi sociali sentono il bisogno di interrompere lo scorrere del tempo e la quotidianità degli eventi con momenti di festa e di celebrazione, di gioco e rito collettivo, ….. quasi una sorta di punteggiatura che scandisce il racconto e le biografie di ciascuno……

… La festa è rito collettivo di gratitudine per quanto si è ricevuto, come negli antichi riti per la mietitura e il raccolto, o espressione di attese e voti, di preghiera e speranza, come nelle feste della nascita o del nuovo anno.

… Festeggiare significa da un lato, evocare e celebrare la dimensione del sacro e dei valori di riferimento; dall’altro lato, significa introdurre nella quotidianità gli aspetti ludici, del gioco, del divertimento, della vacanza; implica  presenza di un gruppo con il quale celebrare e condividere: un gruppo familiare, comunitario, nazionale. Come una goccia d’acqua che riflette il mondo, la festa ripropone dunque il prisma della vita e dei suoi significati, la sua straordinarietà e la sua quotidianità, definisce e ridefinisce il posto di ciascuno e conferma il ruolo della comunità e dell’appartenenza>.

Ma, riflette Tita, con il tempo può succedere che il significato della festa resti sullo sfondo o diventi via via più opaco e si fissino pratiche e abitudini sulle quali non ci s’interroga più e che rischiano di diventare iterazioni talvolta povere di senso: rimangono i presepi, ma spesso ci si dimentica del significato profondo del Natale. 

Legge poi un brano di un etnografo, Vincenzo Gianpaolo, in cui si parla delle feste popolari in Sicilia, momento importante di ritrovo della comunità: ogni persona, partecipandovi, si sente parte integrante dell’insieme sociale al quale appartiene.

Il popolo siciliano … ama la pompa nelle feste e ciò non per l’ influsso della dominazione spagnola come alcuni vogliono, ma per un innato sentimento di magnificenza e di fasto. E’ per questo ch’egli vuole nelle feste religiose scroscio di bande, sparo di mortaretti, scoppio di bombe, fuochi pirotecnici e fiaccolate, suono di campane, lunghe processioni e trionfali bare, portate spesso sotto pomposi baldacchini in un’apoteosi d’ardenti ceri. E per questo ch’egli ama in tali occasioni il frastuono prodotto, fra l’ondeggiar del popolo, dagli strilli dei tradizionali rivenditori di calia, di semenza, di fave abbrustolite, di ‘nciminati, la sorpresa delle calate d’angelo, la meraviglia dei fantastici palloni ….

Carmela Ferro sottopone alla nostra attenzione una pagina tratta dal Corriere della Sera, Calcutta, la gioia all’inferno, di Munzi su Dominique Lapierre. L’autore francese racconta la sua folgorazione tra i lebbrosi di una bidonville nel 1981: la sua lotta contro la lebbra in India è concreta, tangibile, furibonda. Uno dei suoi primi gesti è stato quello di donare i diritti d’autore di due suoi libri.

In una delle tremila bidonville di Calcutta, dove gli esseri umani vivono gli uni sugli altri, un mattino sono stato svegliato dai canti e dalla musica di una processione. Sembravano tutti ebbri di gioia. Ho osservato: “Non mi avevate detto che ci sarebbe stata una festa”. Mi hanno risposto: “Fratel Dominique, oggi noi celebriamo il primo giorno di primavera”. Capisce? In un posto dove non c’era un albero, dove non c’era un fiore, dove era impossibile che arrivasse una farfalla, quella gente celebrava la nascita di un avvenimento di cui non avrebbe mai visto le manifestazioni. Ecco cosa mi ha cambiato.

Giuseppina Catone, infine, presenta due testi poetici, il primo di Cardarelli, il secondo di R. Carver, due diverse rappresentazioni di festa: l’esplosione della natura in marzo, il suo rifiorire e la celebrazione della primavera, da un lato; la normale e banale quotidianità con un pizzico di ironia e con una visione molto “american life”, dall’altro.

Marzo

Oggi la primavera

è un vino effervescente.

Spumeggia il primo verde

sui grandi olmi fioriti a ciuffi

dove il germe già cade

come diffusa pioggia.

Fra i rami onusti e prodighi

un cardellino becca.

Verdi persiane squillano

su rosse facciate

che il chiaro allegro vento

di marzo pulisce.

Tutto è color di prato.

Anche l’edera è illusa,

la borraccina è più verde

sui vecchi tronchi immemori

che non hanno stagione,

lungo i ruderi ombrosi e macilenti

cui pur rinnova marzo il grave manto.

Scossa da un fiato immenso

la città vive un giorno

d’umori campestri.

Ebbra la primavera

corre nel sangue.

(V. Cardarelli)


La festa

Ieri sera, solo, a 3000 miglia di distanza dall’unica

che amo, ho acceso la radio per sentire un po’ di jazz

e mi sono preparato un’insalatiera di popcorn

ben salato. Poi ci ho versato sopra il burro fuso.

Ho spento le luci e mi sono seduto

Davanti alla finestra con il popcorn

e una lattina di Coca. Mi sono dimenticato di tutto

quel che c’è d’importante al mondo sgranocchiando il popcorn

e guardando il mare pesante e le luci della città.

Il popcorn era intriso di burro e coperto di

sale. Me lo sono mangiato tutto fino a che non c’è rimasto

altro che qualche Vecchia Zitella sul fondo. Poi

mi sono lavato le mani. Ho fumato un altro paio di sigarette

ascoltando il ritmo della poca musica

rimasta. Le cose s’erano calmate un bel po’,

anche se il mare era ancora mosso. Il vento

ha dato alla casa un’ultima sgrullata quando mi sono alzato

e ho fatto tre passi, dietrofront, altri tre passi, ancora dietrofront.

Poi mi sono messo a letto e ho dormito alla grande,

come sempre. Dio mio, che vita!

Ma mi pareva di dover spiegare, di lasciare un appunto,

sul casino che c’era in salotto

e su quel che è successo ieri sera. Nel caso

si spegnessero le mie luci e io finissi sotto.

Sì, c’è stata una festa qui, ieri sera.

E la radio è ancora accesa, va bene.

Ma se muoio oggi, muoio contento – pensando

alla mia bella e a quell’ultimo popcorn.

(R. Carver)


Per concludere la presentazione degli interventi, vorrei inserire un’immagine che si ricollega alla poesia di Cardarelli e che è di suo il simbolo della festa della natura, La Primavera di Botticelli:

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