E’ “L’estate che perdemmo Dio” (Einaudi), della scrittrice under 40, Rosella Postorino. Nata a Reggio Calabria nel 1978, residente a Roma dove lavora come editor.
Il suo primo romanzo, La stanza di sopra (Neri Pozza Bloom 2007) ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera Prima e il Premio Città di Santa Marinella. Nel 2009 ha pubblicato per Einaudi Stile libero il romanzo L’estate che perdemmo Dio, e ha scritto una pièce teatrale dal titolo Tu (non) sei il tuo lavoro su commissione del Napoli Teatro Festival, edita da Bompiani nel volume collettivo Working for Paradise.
Collabora con le pagine romane del quotidiano «la Repubblica» e con «Rolling Stone».

ROSELLA POSTORINO  – L’estate che perdemmo Dio –  Einaudi

di Giuseppina Catone

“Ma quell’estate ventosa non le aveva portato via Pollyanna per davvero, tante cose se le era prese e lei non poteva farci nulla, se non ficcare la testa sotto il lenzuolo per la paura, sentire il calore del suo respiro sulla faccia e sudare. Tante cose le aveva rubato, ma a prendersi Pollyanna non c’era riuscita. Perché da quell’estate il magico gioco della felicità divenne un bisogno…” (p. 117)

Da qui partirei per gettare giù qualche mia impressione su questo romanzo, che, attraverso la leggerezza della narrazione, attraverso il linguaggio a volte simbolico dei bambini, lascia intravvedere problematiche attuali ed amare, ma sempre con un occhio aperto alla speranza.

La vicenda si snoda attraverso quattro differenti punti di vista: quelli di Salvatore, di Laura e delle loro due bambine, Caterina e Margherita. Fuggiti dalla loro terra, dalla loro Nacamarina dal nome improbabile, dalla loro estate di fine anni ’80, i quattro si ritrovano sbalzati al nord, in una Recanto dal nome altrettanto improbabile, sradicati, strappati alle loro abitudini ed ai loro affetti, al loro mondo, insomma. In questa terra straniera, come viene percepita da loro anche se di Italia si tratta, la vita deve ricominciare. E in effetti ricomincerà aprendo l’orizzonte alla speranza.

Il titolo di questo romanzo indica la cesura della storia: c’è un prima e c’è un dopo, il prima lo immaginiamo dai ricordi dei protagonisti, dalle parole, dai pensieri che corrono nelle pagine del libro.

“Durante il viaggio che fece da spartiacque tra la vita precedente e quella futura, Caterina non sapeva bene dove stessero andando”. (p. 45)

“Tra poco sarebbe finita l’estate dei suoi nove anni e Caterina non avrebbe ricordato che questo”. (p. 51)

“Allora, ai tempi del loro primo viaggio, Margherita aveva quattro anni, e dopo quel viaggio inventò il gioco della stazione: lo voleva fare sempre”. (p.21)

“Il giorno del viaggio… Caterina ricorda che la madre iniziò a piangere appena il veicolo si mosse e recitò, Addio-monti… Margherita si era stretta a papà, che le accarezzava la nuca, silenzioso come mai l’avevano conosciuto, solo dopo avrebbero capito che stava consumando un pianto asciutto, come la terra che abbandonava”. (p. 22)

E’ Caterina la vera protagonista della vicenda, è lei che, trovandosi sul filo di un’età che non ‘ più infanzia e che non è ancora adolescenza, registra gli avvenimenti esterni ed interni, li interpreta a modo suo e li rielabora. E’ lei che percepisce la spaccatura tra il prima e il dopo, che entra nel mondo dei grandi di straforo e che, piano piano, si abitua alla nuova realtà e la accetta. Per i grandi sarà più difficile accettare, – l’età, si sa, è piena di ricordi incalliti nelle parti più profonde di un individuo – e solo a gradi Laura e Salvatore prenderanno coscienza e ricominceranno a sperare. Ed il futuro è la speranza di una nuova vita.

“… perché al Nord il clima è più freddo, qualunque Nord, qualunque posto lontano dalla terra del padre e dei suoi fratelli, l’Eden imperfetto da cui solo< il primogenito è stato cacciato via”. (p. 44)

“La loro prima sera nella Svizzera italiana, più italiana che svizzera pensava Caterina, il giorno dopo il lungo viaggio, il primo della loro vita,… Erano quattro esseri umani puliti coi jeans e le maglie a maniche lunghe, si preservavano dalle intemperie come primo doveroso tentativo per andare avanti, sopravvivere. Uscirono da casa rigenerati, profumati. Mai più si sarebbero sentiti così puliti e nuovi come quella sera”. (p. 105)

Da che cosa è fuggita la famiglia? Da una guerra di mafia, da un ambiente arcaico e profondamente legato ai vincoli di sangue, da una barbarie che continuerà ad insanguinare la famiglia, giù al Sud.

La nuova vita è lontana da quel mondo, profuma di libertà e di normalità per le bambine, ma non riesce a nascondere completamente tracce di discriminazione e pregiudizi.

“Caterina=mafiosa camorrista” (p. 126)

“La madre si avvicina e le accarezza la guancia. […] Caterina si alza e si siede sulle sue ginocchia…quasi sempre Caterina piange per lei, perché sa che se la madre avesse sentito di una tale cattiveria contro sua figlia le si sarebbe stretto lo stomaco. Caterina sa che ha il dovere di non soffrire perché sua madre non soffra… (p. 127-128)

“Dopo pochi giorni che stavano sulla collina, era apparsa quella scritta sul muro. Grande e nera. Non si dissero nulla, Salvatore e Laura, fecero finta di non vederla. Ma fu Caterina a leggerla ad alta voce. […]Via,i,terroni,da,qui. (p. 129)

Anche questo fa parte della vita nuova e della difficile integrazione, ma tutto si supererà.

Il Romanzo, nel raccontare la vicenda della famiglia di Caterina, tocca avvenimenti drammatici che l’Italia ha vissuto in quegli anni 80’- ’90. La ragazzina, che si sente molto simile ad Anna Frank nel suo alloggio segreto, vede passare davanti ai suoi occhi in televisione le immagini del rapimento di Cesare Casella ed i funerali delle vittime di Capaci; intreccia queste vicende con quelle della sua famiglia, lo zio morto ammazzato, i cugini orfani, il padre sceso a Nacamarina per i funerali ed ancora non tornato. Laura teme che il marito rimanga giù trascinato dalla famiglia, teme che il peso di quella morte schiacci tutti loro. Fortunatamente la speranza è dietro l’angolo e con il ritorno del padre tutto si ricompone nella speranza di ricostruire veramente  una vita con presupposti diversi, non sradicata dalle proprie radici, ma libera dai vincoli e dalle imposizioni di una società che distorce i veri valori dell’esistenza.

La scrittura della Postorino è fresca e scorrevole, una prosa fluida, senza lungaggini e senza sbavature, che rispetta i personaggi attribuendo a ciascuno di loro espressioni realistiche e pensieri adeguati all’età ed alla cultura. Ad esempio, Caterina è una ragazzina di dodici anni, che si esprime come ci si aspetta che faccia una sua coetanea, Margherita è una bambina e parla col linguaggio della fantasia. I personaggi rimasti al Sud usano spesso il dialetto e le espressioni popolari. Tutto questo rende concreta la narrazione e ci fa sentire probabili i personaggi e la storia. Il romanzo si offre, quindi,  al lettore come una piacevolissima pagina di narrativa meridionale.

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