di Maria BAMBACE

Come si potrebbe definire il recente libro di Pietro GROSSI?

Un racconto lungo di 64 pagine dove non è possibile eliminare nessun rigo, tale è l’essenzialità delle parole sia nella descrizione dei personaggi che si vedono in azione, che soprattutto nei dialoghi scarni e asciutti.

Frank, mandato da Roger, editore della rivista per cui lavora, perché “ha stoffa” deve fare un’intervista allo scrittore Martini, un tipo estroso che porta sempre le ghette e che oltre ad essere bello è anche giovane e di successo. Questo intimorisce Frank che, non sapendo come cominciare l’intervista, per non essere monotono e ripetitivo, utilizza una vecchia frase di una sua ex: chiede allo scrittore che cosa abbia in tasca. Questa domanda gli merita la stima di Jay Martini che fa l’inventario delle poche e piccole cose che ha in tasca: due fiammiferi, pochi granelli di riso sottratti a una cena  al contenitore del sale, un soldatino regalatogli da un bambino la cui madre era bella e una banconota da un dollaro regalatagli da uno zio.

L’Autore ha la capacità di far vedere i personaggi con pochi tratti essenziali (il barman, un unico blocco di marmo, Katrina ondeggiante perché ubriaca).

Due pagine vorrei ricordare per la loro caratteristica non comune e sono la 33, dove Frank descrive l’innamoramento di Jay per Katrina di cui vengono elencate le varie parti del corpo con l’anafora “Non erano” ripetuto quattro volte, e la  49 in cui, dopo la sparizione imprevista di Martini, viene descritta la sua camera dove ogni cosa “è ricoperta da un angosciante velo di polvere che ha l’aria di un sigillo”.

Chiuso il libro, restano scolpiti nella mente i personaggi di Jay, di Katrina alticcia e rumorosa, ma anche di Frank, così secco nelle domande e nelle risposte.

Un esempio significativo dello stile di P. Grossi sono le pagg. 32/33 dove l’Autore descrive l’incontro di Martini con Katrina.

Quella sera doveva essere andato a quella festa per fare un favore al proprietario della rivista, e come al solito da quando era uscito il libro era lì al centro dell’attenzione, con i suoi pantaloni colorati e le sue ghette e la sua camicia arrotolata.    Era in un angolo del salotto in mezzo a tre tipi in giacca e cravatta che già mezzi sbronzi si rimbalzavano avanti e indietro qualche pettegolezzo sul luccicante mondo degli artisti.

[…] Poi la vide. Era in piedi dall’altra parte della sala, accanto a un bancone di marmo nero. Non ne abbiamo mai parlato, ma sono sicuro che se gli avessi chiesto  cos’era che lo aveva mandato al tappeto non lo avrebbe saputo dire nemmeno lui. Non so com’è, ma ogni tanto, per quanto ti difendi e per quanto ti alleni, arriva da qualche parte quel gancio secco e imprevisto che non vedi nemmeno e che manda tutto per aria. Un mio collega cronista sportivo e grande giocatore d’azzardo mi disse che i veri grandi pugili non sono quelli che colpiscono forte, ma quelli che incassano bene. Ci ripensai una mattina di molti anni dopo, mentre in una tabaccheria ascoltavo la conversazione di due vecchi sulla guerra: mi venne in mente che forse nella vita sono più importanti i colpi che prendi, piuttosto di quelli che dai. Poi raccolsi le sigarette e non ci pensai più”.

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