Continua la presentazione di opere di scrittori under 40 che parteciperanno al prossimo Convegno Nazionale sulla letteratura “Il volto dei libri: uno, nessuno, centomila” – Reggio Calabria – Sala della Provincia – 14-16 aprile 2011.
Vins Gallico si affaccia al mondo della letteratura con il romanzo Portami rispetto, edito da Rizzoli e presentato da Carmela Ferro: è nato nel 1976 in provincia di Reggio Calabria e, dopo aver vissuto sette anni in Germania, attualmente lavora a Roma come libraio e traduttore.
Il fiorentino Pietro Grossi, di poco più giovane, si è fatto conoscere nel 2006 con la raccolta di racconti Pugni, che ha vinto il Campiello Europa, e con il romanzo L’acchito edito nel 2007, sempre da Sellerio. Suoi racconti sono usciti su Nuovi Argomenti e su antologie di Fandango e Mondadori. Maria Bambace presenta il suo recente “Martini“, delizioso racconto lungo o romanzo breve.

 

Vins Gallico: Portami rispetto – Rizzoli

di Carmela FERRO

Vins Gallico deve proprio amare la sua terra, la sua Reggio, se è vero quanto ha affermato recentemente Roberto Saviano: lo scrittore che decide di raccontare storie di camorra, o di ndrangheta o di mafia, cioè di affondare coraggiosamente lo sguardo in quella melma che soffoca i rapporti sociali e  sporca le coscienze, nelle regioni del sud (ma ora purtroppo anche in quelle del nord), lo fa per un sentimento di amore. Quasi un urlo per dire: non è così che la voglio, non è così la terra in cui voglio crescere, lavorare, vivere, realizzare il mio destino di donna o di uomo libero.  Non è così infatti, che vorremmo la nostra Calabria: ferita da quella violenza, dalla prepotenza e dalla corruzione che Vins Gallico impietosamente ci invita a considerare. E’ come se con il suo romanzo “Portami rispetto” l’autore chiedesse a noi calabresi e in particolare a noi reggini di non girarci dall’altra parte, per paura, indifferenza o disgusto. Una richiesta resa esplicita dalle parole di denuncia che Tina Romeo, la protagonista della sua storia, scrive in un suo articolo:

Non sono nata in una terra normale. Non si può definire normale una terra come questa, Lo si nota da piccoli particolari. Da come la gente si comporta, da come parcheggia in doppia fila, da come sporca la spiaggia, da come guida sulla 106, da come urla. Da come guarda e considera le donne. Minuscoli particolari che indicano il totale disinteresse per la “res pubblica”, i diritti umani e civili, la buona educazione. E’una terra di ciechi, di sordi, di conniventi e di assassini”.

Tina Romeo è una giovane giornalista che segue le cronache sportive per una testata locale. Niente a che fare dunque con la ndrangheta; eppure nelle trame e negli affari di questa organizzazione Tina resta progressivamente e suo malgrado intrappolata perché quelle trame inaspettatamente condizionano in modo sempre più inestricabile ogni aspetto della sua vita non solo professionale  ma anche personale e affettiva. Forse è proprio per la sua normalità (Tina infatti non è né troppo bella, né troppo ricca, né ancora troppo colta) che la storia di questo personaggio cattura la nostra attenzione e il nostro coinvolgimento, emotivo prima, razionale e morale poi. Man mano che si procede nella lettura infatti un processo di identificazione sempre più profondo scatta con le vicende della giovane protagonista:  anche noi in fondo, protetti nel guscio delle nostre relazioni amichevoli e sicure, ci sentiamo lontani da quel mondo di  crudeltà e di lotte per il potere. Ci sembra di non potere averci niente a che fare, di esserne totalmente estranei. Noi non vi apparteniamo. Il nostro percorso esistenziale scorre lontano da quella realtà. Poi… un ostacolo, un diritto negato, un intoppo e quell’ombra oscura inaspettatamente anche per noi si concretizza, interferisce con le situazioni piccole o grandi della nostra vita, e ci costringe a occuparci di quella “cosa”, ad indignarci, a prendere posizione.

Due settimane fa la mia vita è cambiata In un modo che…  sarebbe potuto capitare a ciascuno di voi. … E’ questo che provo a spiegare qui, è questa la mia rabbia, la mia paura. Non c’è nessuno che viva qui in Calabria e sia fuori da questo sistema. Fin quando esisteranno uomini come don Peppe Parisi, saremo tutti possibili vittime”.

Prima o poi dunque saremo tutti costretti a compiere una scelta, proprio come è successo a Tina: fare finta di niente o parlare e agire.
In una recente intervista tuttavia Gallico ha affermato di rifiutare per il suo romanzo l’etichetta di genere: il suo non è solo un libro sulla ndrangheta, ma, più in generale,  sul coraggio. Su come una persona qualunque sia inizialmente  costretta a  ritrovare,  e ci riesce,  un coraggio che però non esclude, non esorcizza mai del tutto il sentimento umanissimo della paura, ma ci convive tra mille contraddizioni per costruire un equilibrio di dignità e di impegno possibile.
E il tutto sullo sfondo di una natura selvaggia e meravigliosa dai colori brutali, abbaglianti e intensi: una montagna sacra e inaccessibile, solcata da tornanti e sentieri sterrati, ricoperta di boschi che gli uomini si incaricano a incendiare; coste a strapiombo e  panorami che tolgono il fiato e sembrano miraggi; e mentre i colpi di scena si susseguono, lungo la statale 106 e l’autostrada Salerno-Reggio, il mare, in cui le correnti si intrecciano come fili di stoffa, increspato e luminoso o grigio e traslucido con le ombre delle navi in lontananza, da accarezzare con lo sguardo, quando il sole cala dietro i monti siciliani e Messina sembra un lungo spago elettrico in riva al mare.
Un paesaggio in cui ai resti di un passato glorioso che ci rende fieri si sovrappongono gli scempi del presente: la fabbrica chiusa di Saline Ioniche. I lavori perenni dell’autostrada tirrenica, la minuscola scatola grigia dell’aeroporto reggino con le vie di fuga in certi casi addirittura assenti, le spiagge divorate dalle maree e dappertutto costruzioni abusive, interrotte a metà, che si ergevano come scheletri di cemento e mattoni.
In quel mondo oscuro della sopraffazione e della delinquenza, avvicinato sempre con un velo di ironia, lo scrittore scruta, per rintracciare anche in quelle “anime nere”, (per usare la definizione di Gioacchino Criaco, altro scrittore di storie calabresi) le dinamiche del conflitto interiore e dei sentimenti. E allora sentiamo davvero toccante e tenero il momento dell’incontro dell’anziano e freddo Rumenigge, artefice di tanti delitti, con la moglie che lo credeva morto. E la sua vita è davvero appesa ad un filo.

Neanche a vent’anni gli era battuto così il cuore. Se la ritrovò davanti. Gli occhi infiniti di Mela. “Alessio” sussurrò lei, tremando. “Pinsavu chi stu figghiolu mi zanniava…” Non riuscì a trattenere le lacrime. Lui l’abbracciò, si nascosero dietro i cespugli. “Alessio…” “Mela”. Le accarezzò le guance rugose e bagnate, e sorrise. Poi anche lui non resistette al pianto. Sciolse il nodo in gola, il tempo per le spiegazioni, le soluzioni e i piani sarebbe venuto dopo. Intanto erano vivi.

Il romanzo di Gallico suscita in noi che leggiamo una speranza, forse un sogno, quello a cui, ancora, allude Saviano: che le parole possano trasformare la realtà. “Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi  organizzazioni criminali potenti. In verità ciò che spaventa è che tutti possano d’improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose.  Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro”.
Lo dice anche Tina in un altro suo articolo sul Quotidiano, intitolato proprio “A forza di parole”:

Quanta forza ha una parola? E quanta ne hanno molte, messe insieme a formare una frase? O un articolo di giornale?…Questo pomeriggio ho avuto la fortissima tentazione di mollare, di non digitare più neanche mezza parola su una tastiera, poi ho capito che così sarei morta. Che le parole potevano salvarmi…

Credo sia proprio questo il messaggio forte che questo bel libro ci lascia: se finora l’assenza di parole ha reso debole ogni reazione civile contribuendo al degrado culturale in cui la società calabrese oggi si trova,  saranno forse proprio le parole a innescare quella possibilità di svolta e di riscatto che tutti aspettiamo ed auspichiamo. Per questo le parole di questo romanzo meritano la nostra gratitudine.  Grazie, Vins.

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