di Maria GIGLIO

Sorseggiava il caffè davanti alla finestra mentre guardava la piazzetta sottostante brulicante di bimbi e di turisti. Anna controllava a tratti l’orologio e scuoteva la testa, di zio Pietro nessuna traccia. Ogni tanto si staccava dalla finestra e faceva la spola tra il corridoio e la stanza, fermandosi per mettere ordine tra i vestiti posati sul letto o per sistemare diversamente i soprammobili che arredavano l’ambiente. Le sarebbe dispiaciuto dover rinunciare all’escursione che lo zio Pietro le aveva promesso: non avrebbe avuto altra occasione, era il suo ultimo giorno di vacanza a Pantelleria. E poi il programma era veramente allettante: la gita al Lago di Venere, uno dei luoghi più belli dell’Isola, a giudizio di coloro che l’avevano visitato.
Si era svegliata presto quella mattina ed era già pronta da un pezzo. Sul bikini aveva indossato pantaloncini corti ed una canotta nera, ai piedi calze bianche e scarponcini da trekking. Si accostò ancora una volta alla finestra e, finalmente, vide sbucare da una stradina laterale che portava alla piazza, zio Pietro che camminava speditamente. Anna sorridendo si sporse dalla finestra e lo salutò agitando le braccia. Infilò dietro le spalle lo zainetto con i panini imbottiti, l’acqua e la frutta, calcò sulla testa il cappellino bianco che l’avrebbe protetta dalla calura che l’attendeva e scese di corsa le scale. Un abbraccio cordiale, una breve chiacchierata da vecchi amici e furono sulla spiaggia dove li aspettava la barca che in quelle brevi vacanze l’aveva portata nei luoghi più suggestivi. Zio Pietro spinse il gozzo in acqua e salirono senza difficoltà: l’imbarcazione scivolava sulla superficie liscia e trasparente ed Anna accarezzava con lo sguardo la spiaggia che si allontanava, gli scogli sui quali un folto stormo di gabbiani si contendevano lo spazio e si diceva che era stata un’idea meravigliosa quella di trascorrere una settimana a Pantelleria. Le metteva malinconia il pensiero che quel tempo era trascorso e che il giorno dopo l’aereo l’avrebbe riportata a Milano.
Scosse la testa a quel pensiero come se volesse cancellarlo e distrasse l’attenzione fissando il gorgoglio dell’acqua dietro la barca che tagliava il mare, si concentrò poi su una nuvoletta leggera e solitaria, mentre un venticello fresco che sapeva di salsedine le comunicava una lieve sensazione di ebrezza. Costeggiando l’isola apparve all’improvviso un’insenatura circolare che richiamava l’idea di un piccolo lago.
“Eccoci arrivati”, gridò Pietro. Attraversarono uno stretto passaggio irto di pericolosi scogli che Pietro, ottimo conoscitore del posto, seppe schivare con destrezza. Anna si alzò in piedi e mentre la barca si arenava, saltò sulla sabbia e si guardò intorno: era il posto più bello e selvaggio che avesse mai visto. L’insenatura che mimava un  lago era chiusa entro nere coline vulcaniche a strapiombo sull’acqua. Il silenzio era assoluto, solo a tratti rotto dal grido di un uccello marino o dallo sciabordio delle onde che facevano rotolare verso la riva sassi tondi come piccole uova. “Sono contento che questo posto ti piaccia”, disse Pietro, poi senza sforzo tirò la barca in acqua. Prima di allontanarsi, “tornerò a riprenderti stasera”, disse e sorridendo a mo’ di sfida, le additò un sentiero che portava in alto, accompagnando il gesto con le parole “Se sei capace, dovresti arrivare fin lassù, seguendo le indicazioni sulla roccia”.
Rimasta sola Anna si liberò dei vestiti e si tuffò in acqua. “E’ una delizia! Che meraviglia”, mormorava nuotando sul dorso per non perdere nemmeno un flash di quello spettacolo. Giunta al centro si arrampicò su una roccia che emergeva dall’acqua  e tornò ad osservare tutto attorno: sembrava presa dalla magia di un sogno. Quel lago le appariva come un’enorme acquamarina incastonata tra le rocce nere e lei stessa rifugiata su quello spuntone si identificava col piccolo insetto imprigionato nell’ambra che aveva visto anni prima ad una mostra di pietre preziose. Più tardi tornò a riva e si sdraiò sulla sabbia calda per riposare: avvolta dal calore del sole e cullata dal mormorio delle onde si addormentò, confortata da una straordinaria sensazione di benessere. Quando si svegliò si rifugiò tra le rocce in cerca di un po’ d’ombra, tirò fuori dallo zaino un panino ben imbottito che divorò con notevole soddisfazione, bevve dalla bottiglia l’acqua diventata ormai tiepida e scoprì con piacere che la padrona della pensione le aveva preparato, insieme a tutto il resto, un piccolo thermos con il caffè, la sua bevanda preferita. Le tornò allora in mente la provocazione di Pietro, “se sei capace …”. La salita si presentava piuttosto impegnativa, ma decise di tentare: nascose lo zainetto in una cavità della roccia ed iniziò ad arrampicarsi, passi da alpino, brevi e cadenzati, si diceva per farsi coraggio. Salendo scopriva che le rocce non erano tutte dello stesso colore, ma a strati, alcuni neri, altri vicini al rosso, altri gialli: lava, ferro, zolfo, pensò, la bava del vulcano. Scoprì anche tra quelle pietre aride e arroventato, deliziosi fiorellini color pervinca che sbucavano qua e là quasi per una sfida.
A metà strada, accaldatissima, si fermò per riprendere fiato, ventilandosi col cappellino in cerca d’aria. Non si girò per guardare in basso, “lo farò quando avrò raggiunta la cima”, si disse, la sfida lanciata da Pietro doveva essere portata a termine. Nemmeno per un attimo sotto quel calore infernale ebbe tentennamenti e alla fine, dopo quasi un’ora di cammino, ebbe la meglio. Sedette su una roccia un po’ accogliente, si tolse il cappello e ad occhi chiusi cominciò ad agitarlo per farsi vento, aspettando che il fiatone si calmasse. Poi aprì gli occhi e guardò in basso: lo spettacolo era emozionante, la natura festeggia se stessa, pensò, mentre un nodo le serrava la gola e richiamava lacrime a stento trattenute. Avvertiva la strana sensazione di non essere più sola quasi intimidita da quel mondo straordinario che la circondava, ma di farne parte con gioia, con semplicità come la naturale chiusura di un cerchio. Sul fondo l’acqua di quel lago tra le rocce brillava al sole e ad ogni movimento delle onde pareva che si accendessero e si spegnessero manciate di piccole stelle. Sostò lì per un tempo indefinito come rapita da quel sogno, poi, tornando lentamente alla realtà, girò lo sguardo verso il pianoro che sovrastava il suo punto di osservazione e si accorse che quasi mimetizzato tra le rocce, c’era un dammuso. Fu immediata la curiosità di visitarlo e riprese il sentiero. Il cancelletto aperto le sembrò un invito ad entrare. Il patio era ombreggiato da una tettoia di canne e tra i mattoni del pavimento di cotto recuperato sbucava un carrubo che, lasciato indisturbato, aveva bucato le canne e si era sviluppato oltre il soffitto, aumentando la zona d’ombra e la frescura del posto. Quasi sotto l’albero un divano in ferro verniciato arredato con cuscini rivestiti di stoffe che richiamavano i colori del mare, invitava al riposo. Anna accolse l’incoraggiamento e sprofondò tra i cuscini, mentre si guardava intorno con curiosità. Notò subito un salvagente che pendeva dal soffitto come lampadario e, raccolti in uno spazio laterale, tanti oggetti diversi certamente raccolti sulla spiaggia: corde di varie dimensioni, reti, grosse pietre scavate al centro e trasformate in vasi. In un angolo un lavandino in muratura era in parte nascosto da una tendina. All’angolo opposto una piccola cucina sempre in cemento e mattoni e accanto il grill; al centro di quello spazio esterno un lungo tavolo e numerose sedie impagliate. Spinta dalla curiosità, Anna decise di entrare in casa: superò la piccola porta dipinta d’azzurro, non senza lanciare richiami che non ebbero risposta. Nella parete di fronte all’ingresso c’era un caminetto rustico ed accanto, sotto una finestrella, un angolo relax arredato con semplicità: poltroncine di recupero e appesi alla parete quadri con tele ricamate in punto a croce che richiamavano antichi velieri. Ovunque poi nella stanza numerose testimonianze di un costante rapporto con il mare: vecchi timoni, conchiglie, legni consumati dal salino. Pochi gradini di pietra la portarono in una stanza che dava sul terrazzo con totale vista sul mare. Le tende di rete ondeggiavano come vele spinte dal grecale. Un letto di dimensioni eccessive era accostato ad una testiera curiosamente tempestata da numerose conchiglie di varie dimensioni. Le abatjour sui due comodini erano state ricavate da due piccole lampare e conservavano i segni del loro precedente utilizzo. Mentre era intenta a riflettere sul significato di tempi e di vita lontani, ma ricchi di senso e di storia, Anna avvertiva costante l’emozione che le procuravano quelle testimonianze che le dicevano che lì la vita si era fermata tanto tempo prima e che la realtà era oltre quel confine.
Si staccò lentamente, a malincuore dalla finestra e cominciò a scendere verso la spiaggia dove zio Pietro l’avrebbe raggiunta per riportarla oltre quel sogno, perché tale le era sembrata quell’esperienza che avrebbe custodito per sempre nello scrigno dei ricordi più cari.

Annunci