Dopo la presentazione di “Questa lontananza così vicina” di Paolo Di Paolo (Perrone), fatta da Francesca Crucitti, continua la nostra rassegna di scrittori under 40 invitati al prossimo Convegno sulla letteratura (“Il volto dei libri: uno, nessuno, centomila“, 14-16 aprile 2011), con “Accabadora” di Michela Murgia (Einaudi) e “Bianco” di Marco Missiroli (Guanda), presentati rispettivamente da Romina Arena e Francesca Crucitti.

Michela Murgia: Accabadora –  Einaudi
di Romina Arena

Non dire mai: di questa acqua non ne berrò.
Maria Listru è l’ultima delle sue sorelle, l’ultima a ricevere attenzioni. L’ultima, o semplicemente la quarta, di Anna Teresa Listru, “donna affascinata dalle numerazioni in qualunque forma le si presentassero”, vedova nella Sardegna dolorosa degli anni Cinquanta. Il senso di relegazione negli scantinati della cura filiale era talmente forte che Maria, spesso, “si era dovuta mordere la lingua per non presentarsi a sua volta così, come l’ultima, o la quarta”. Non sa cosa siano le attenzioni, la piccola, e quasi ne rimane turbata (“ci aveva messo più tempo a rendersi conto di costituire un argomento”), sospettosamente distante quando Bonaria Urrai, la sarta del paese, la prende come fill’e anima. Pur senza una carta, pur senza una goccia di sangue in comune, Bonaria la tratta come se fosse sua da sempre, senza chiedere nulla in cambio in una maternità elettiva forte e piena, fatta di piccoli insegnamenti pratici e umani: l’arte del cucito, l’assoluta inutilità del rubare tanto quanto quella del mentire. Un rapporto unico e ricco di cui Maria gode per il solo fatto di essere stata scelta (“In quelle notti la ragazzina, che tra i pensieri di Bonaria Urrai credeva di essere il primo, dormiva senza ancora conoscere il peso di essere l’unico”); lei che per sua madre era solo un peso, una bocca di troppo da sfamare. La scelta è decisione; la scelta è considerazione, elezione; è accorgersi di gesti effimeri come rubacchiare qualcosa e dare loro una maternità perché “le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge”. Camminano insieme in un paesello che bisbiglia la stranezza di quella filiazione elettiva che Bonaria Urrai non aveva intenzione di nascondere (e che non considerava affatto una cosa bislacca), comportandosi con Maria come “se la creatura le fosse nata dal grembo”, facendola vedere in giro e per casa “in modo che la gente potesse ingozzare fino a strozzarla la propria famelica curiosità sulla natura di quella filiazione elettiva”.
C’è però qualcosa di misterioso nell’aura di Bonaria, un segreto chiuso nel suo vestire nero e nei suoi interminabili silenzi, nelle sue mani giunte a gomitolo, nelle sue uscite notturne che Maria non riesce a comprendere. É accabadora, Bonaria Urrai, la madre finale, colei che uccide per umanità tutti coloro che, ormai in fin di vita, glielo chiedono. Una sapienza antica, un dono speciale e millenario che la rende profondamente equilibrata nelle cose della vita e ineluttabilmente legata alle cose della morte. A Maria è precluso questo mondo che la donna nasconde sotto lo scialle nero con il quale si fascia percorrendo i vicoli bui di Soreni per dare sollievo e conforto da una vita che non ha più nulla da dire. Quando Maria scopre quello che Tzia Bonaria come uno stigma si porta cucito sul cuore e sull’anima, quest’ultima è stata chiamata a compiere forse la sua missione più difficile. Perché è sempre difficile togliere la vita ad un ragazzo, ma è anche difficile convincerlo a tenersela quando lui, ormai, l’ha rifiutata da un pezzo. Maria non lo accetta. Non accetta che Bonaria Urrai, sua mamma senza chiamarla mai mamma, sia un’assassina. “Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno”. Si trova davanti una persona che credeva di conoscere, ma che all’improvviso le è totalmente estranea e scappa via da Soreni capendo cosa fossero quegli sguardi spaventati della gente che le incrociava per strada; quella distanza di Bonaria dalle cose di chiesa; quel dolore che il suo amico Andrì ha trasformato in vomito il giorno dei funerali del fratello Nicola. Scappa via non già, come crede lei, con la convinzione di recidere nettamente quel cordone elettivo che la lega alla sarta, ma per stringerselo ancora più fitto alla vita, avvinghiandosi a quella donna prigioniera di sé, ormai provata dalla malattia e dalla vecchiaia, che non vuole morire fintanto che Maria non decida di bere da quel bicchiere che, prendendosela come fill’e anima, Bonaria le ha lasciato sul tavolo. “Ci sono cose che si sanno e basta, e le prove sono solo conferma”.
Accabadora trabocca poesia e significati da ogni pagina; tesse, in un crescendo di lirismo, un arazzo ancestrale in cui a predominare su tutti è la pietà che tiene sospese le vite sul dirupo e poi, accompagnandole attraverso le mani di Bonaria, strette come gomitoli, le adagia sul fondo del baratro per dare loro una morte attesa, saputa. C’è un mondo, racchiuso nel piccolo paese immaginario di Soreni, che fa da contorno alla vita riscattata di Maria ed anche alla maternità riscattata di Bonaria; c’è, in questa gemma della letteratura contemporanea italiana, una profondità tale da celebrare un senso di appartenenza così forte che solo la letteratura sarda riesce a trasmettere. Il lettore è rapito da un microcosmo fatto di tradizioni ataviche, folklore e superstizione: un brodo di esistenze magistralmente raccontate con un linguaggio poetico in cui l’allegoria non è altro che il risvolto letterario di una realtà contadina povera e dissanguata dalla guerra. Se può esserci asciuttezza nella poesia prosaica di un romanzo, Accabadora ne è la dimostrazione piena e compiuta.

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