di Francesca CRUCITTI

Le coincidenze non accadono mai per caso, sono segni importanti che, se si sanno leggere, guidano il nostro cammino e ci indicano il percorso da seguire, a volte possono anche dare una svolta alla nostra vita.  “Non bisogna essere ciechi alle coincidenze” sostiene Milan Kundera perché “esse ci rendono coscienti della bellezza, dell’ordine e del concatenarsi delle storie che stiamo vivendo”.
Non ho potuto fare a meno di pensare questo quando ho aperto il libro di Marco Missiroli “Bianco” perché proprio il giorno prima durante il laboratorio di lettura un brano aveva suscitato in noi tutti una accesa discussione sull’odio al punto che abbiamo pensato di interromperla per non andare oltre i limiti di tempo consentiti e riprenderla con calma in un prossimo incontro.
Ebbene, il romanzo di Marco Missiroli  è centrato sull’odio, odio verso il diverso.
Il contesto è quello del Ku Klux Kan dell’ America  latina nel sec. scorso, ma oltre questo richiamo, l’autore non ci dà connotazioni precise sulle categorie  spazio-temporali perché, come egli stesso sostiene, il contesto è solo marginale, viene minimizzato dai sentimenti e dichiara: “Ecco perché ho scelto una terra aspra e dura per dare vita alla ferocia razziale: perché lì è più “nuda” più diretta, perché lì il cuore e le relazioni sono più scoperte”.
Così il razzismo e l’odio per il diverso del KKK è l’emblema dell’odio umano di ogni paese e di ogni tempo, a cominciare dalla storia di Caino e Abele.
In questa terra “aspra e dura” solo un fiume e un camposanto caratterizzano il paesaggio e sono teatro degli avvenimenti.
Il protagonista è il vecchio Moses con il suo conflitto interiore tra ferocia razzista inculcata dal padre, capo del clan, e la sua umana sensibilità. Crudeltà spietata e tenera umanità giuocate sul filo del ricordo attraverso un alternarsi di passato e presente riempiono le giornate di Moses che, dopo la scomparsa della moglie, vive solo in compagnia del canarino William, l’unico essere al quale confida e affida le sue emozioni e i suoi sentimenti oppure è al camposanto che apre il suo cuore:
“Di notte, nel Sud, il vento caldo accompagna il pianto stanco dei morti. Loro, i morti, stesi nelle bare mangiate dai tarli, tormentati dai rimorsi, non possono andarsene, costretti tra la terra e il legno marcio e ripensano al fatto , al troppo fatto. E intanto il peccato li consuma. Nessuno li sente. Solo il vecchio, lui sì, e li porta con sé nel sonno. Ascolta il richiamo dell’odio e della stanchezza, del rimorso e della colpa, i pianti sono lì, fermi,risuonano anche nel giardino consumato e crescono disperati. Allora per sopportarle il vecchio si trascina da chi non smetterà di piangere. Al camposanto, tra le lapidi e l’odore della fine.
Anche quella sera la luna lo seguì, imbrattata di polvere rossastra. Da lassù lo vide entrare, barcollare tra i lumi delle tombe, arrivare da lei.
“Ci dividerà”. Il vecchio si inginocchiò e i pianti lo mangiarono, unì le mani e le disse: “Perdonami: il mio peccato ci dividerà”. Abbassò la testa dove la terra sapeva di aspro, immerse gli occhi  tra le dita giunte e sentì il respiro rassegnato. “Ci dividerà”. E adesso scesero su di lui i pianti disperati della anime punite con il cappio e con il fuoco. Non erano pianti. Erano urla. Moses lasciò un fiore e baciò la pietra, dove sei, dove sei amore mio.”
Ma l’avvenimento di una notte dà una svolta alla vita di Moses e segna l’inizio di un percorso che lo porterà al riscatto e alla redenzione. In quella notte arrivano gli inquilini della casa di fronte, una famiglia di razza mista: il padre di colore, la moglie bianca, il bimbo negro e una signora anziana, miss Betty, madre del capofamiglia, anch’essa negra, fumatrice accanita, ammalata ai polmoni e prossima alla fine.
Oltre al camposanto, la nota dominante del paesaggio è un fiume. Esso rappresenta la frontiera, il confine tra i negri e i bianchi; è il luogo proibito, ma può simboleggiare la frontiera interiore “l’ignoto e il selvaggio dello spirito umano” (A. Spadaro).
Moses, da ragazzo trasgredisce questo divieto e un giorno, con la canna da pesca, si reca al fiume, lì incontra i suoi amici e vede per la prima volta “l’insolente” che diventerà il suo avversario.
E vide chi poi verrà chiamato il figlio del ladro, un fuscello alto e agile, il velo di capelli increspati sulla testa a punta, i muscoli segnavano appena la pelle carbone coperta da pantaloni stracciati.
Il negro si appoggiò con una mano a terra e roteò fino a riva…
Il negro si fermò un momento, poi corse verso il fiume e saltò, si capovolse in aria e ricadde in acqua senza uno schizzo. “E’ il demonio” disse uno dei bianchi. Il negro sguazzava, finiva sott’acqua e riappariva lontano, non aveva bisogno d’aria. Dal centro del fiume si accorse di Moses… Rimase a guardarlo e guardò la sua canna senza vita, poi si immerse di nuovo…
Quando riaffiorò, tra le braccia stringeva un corpo d’argento che si dimenava… Fu il primo dei tre… Catturò l’ultimo pesce e con quello camminò fino allo spiazzo dove Moses se ne stava acquattato. Fissò Moses, gli lanciò il pesce e questo gli finì ai piedi, la bocca spalancata dalla morte fresca. Le gambe tremarono, Moses tremò, ricadde all’indietro mentre l’anima nera scomparve tra le acque. “Piccolo negro bastardo,conterai l’affronto, piccolo bastardo” ripetevano Ted e gli altri. Moses no, lo sguardo al grande pesce già in pasto alle mosche. La grazia nera ancora davanti agli occhi”.
Ed un giorno il negro, l’insolente, fu catturato e i cappucci bianchi  del clan, guidati dalla tunica color porpora, indossata dal padre di Moses, iniziarono il rito della “purificazione”.
Il padre porse a Moses il coltello dicendo: “Che tu sia per noi il volere di Dio”. I cappucci bianchi dissero: ”Un colpo secco, Moses, un colpo secco… Due toghe tenevano stretto l’insolente, gli presero le dita e le  appoggiarono su un’asse levigata “ Staccagliele, Moses, stacca queste dita di ladro… Abbassò la lama sulla carne nera, sulla carne bianca. Colpì entrambe come fossero tutt’uno, colpì ancora e quella fu la punizione che si diede… E nel silenzio che scese i cappucci tirarono di nuovo e l’insolente fu issato a fianco della madre… Moses si avvicinò, perdonami, l’insolente frustò l’aria con i piedi, il pesce saltò ancora e il fiato soffiò per l’ultima volta.
E’ questo il volere di Dio, disse il padre, senza guardare gli occhi del figlio…”
Miss Betty racconta a Moses la sua storia: Si, signor Moses, ero una di quelle del Sud. Brava ad ammazzarmi di fatica di giorno e a dare piacere a voi bianchi di notte. Perché crede che abbia deciso di venire qui a settant’anni suonati?… Il fiume. E’ lui che mi è mancato… il fiume, e l’acqua che sa i segreti che solo il cielo conosce… Mio nonno diceva che l’anima del fiume non è quella che tutti vedono. L’anima del fiume è nel suo letto. Là in fondo ci sono delle braccia che ti prendono con una strana forza e quella è la forza del Signore… E’ lì che voglio crepare, da nessun’altra parte al mondo.
Ed è lì che il vecchio Moses con  forza d’animo e commovente pietà umana la trasporta quando la fine è prossima “La stese e non la lasciò  finchè l’acqua la sorresse al suo posto… la fissò sotto il velo dell’acqua ,il volto finalmente in pace. Vide anche il proprio riflesso,gli occhi gonfi, vide le colpe e il debito liberato.”
Finalmente la verità si dispiega agli occhi del vecchio Moses. La verità  non è l’odio voluto dal padre e dal clan , la verità di Dio è l’amore.
Questo di Missiroli è un libro che lascia tracce profonde. Colpa, perdono, odio, amore, riscatto paura, ricordo  si mescolano attraverso immagini che rimangono impresse nella memoria del cuore perché scolpite da un linguaggio nitido e profondo nello scrutare e delineare la psicologia dei personaggi, psicologia complessa in quanto l’animo umano può essere abitato sincronicamente e conflittualmente da sentimenti opposti come l’odio e l’amore.

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