di Maria BAMBACE

Era la prima volta che Vera, superato il duro esame di nonna, accompagnava i nipotini in aereo da Milano a Reggio Calabria.
Già dall’aereo i bambini chiedevano alla nonna di indicare la sua casa e Vera, data la relativa altezza, riusciva ad orientarsi, prendendo come punto di riferimento il grande supermercato vicino.
In macchina con il nonno, il viaggio è breve ma tempestato di domande a raffica delle due “pesti”. Finalmente arrivati al portone d’ingresso di  casa, la nonna esausta pensa di poter affittare i bambini al nonno, per qualche ora, ma si illude. Perché dire che comincia per lei un vero esame è un eufemismo. Le prime domande sono relative alle piante che ornano le scale, perché man mano che i bambini salgono i gradini,vogliono sapere il nome di ognuna di esse e perché la nonna le tiene nella scala e non sui balconi. La nonna spiega che il motivo è semplice: pensa che le piante soffrano quando spirano i forti venti di tramontana o libeccio, visto che i balconi sono troppo esposti ai due venti, così d’inverno le ricovera tutte nell’androne e sui gradini, dove danno il benvenuto a chi arriva e poi la nonna quando sale e scende, guardandole attentamente, si accorge se è spuntata una fogliolina nuova o un’altra secca va eliminata, se una pianta ha sete e se un’altra ha bevuto troppo. I bambini sono soddisfatti e si fanno promettere che anche loro faranno giardinaggio insieme a lei. Ma finite le domande sulle piante , arrivano sul pianerottolo d’ingresso dove si fermano e non vogliono sapere di entrare in casa. La loro attenzione è attratta dai tappeti appesi alle pareti. È l’uso improprio di essi, si chiede Vera, a destare la loro curiosità o quello che riproducono? Seduti sui gradini, comincia un fitto dialogo fra la nonna e i nipotini.
Diego, attratto da un tappeto centrale,  ne chiede la storia.
“Questo- dice la nonna- è un tappeto a me molto caro, dietro cui c’è l’angoscia di un’estate passata vicino al telefono in attesa di una chiamata di tuo padre, quando tu ancora non c’eri. Il papà, allora giovanissimo ingegnere, aveva voluto partecipare ai lavori di collaudo di un impianto di estrazione di greggio realizzato in un deserto dell’Oman per conto della multinazionale per cui lavorava. Una vita difficoltosa, a mangiare sabbia, a perdere l’orientamento nel deserto, a fare una vita selvaggia, dura, ma appagante, tanto diversa da quella comoda e  abituale fatta di studio e di incontri con gli amici. Il tappeto ricorda il definitivo taglio del cordone ombelicale con la sicurezza protettiva della famiglia. I colori del tappeto sono ormai sbiaditi,perché il sole lo colpisce sin dal suo sorgere ogni giorno, ma resterà lì a ricordare la prima estate molto anomala rispetto alle altre fatte di bagni  e spensieratezza.”
“E quello più grande e laterale?”, domanda Luna, la cuginetta.
La nonna riesce a mala pena a deporre la pesante borsa da viaggio che ha ancora con sé e si siede comoda su un gradino, perché capisce che non se la caverà in breve.
“E’ un tappeto messicano” risponde Vera “ed è un ricordo del viaggio di nozze dei tuoi genitori, che hanno scelto questa meta, perché da sempre innamorati del popolo dei Maya e delle loro costruzioni  piramidali che si trovano nella giungla. Sono riusciti, durante la visita di una delle più famose e alte piramidi a vedere alcuni discendenti dell’antico popolo che si sono convertiti al turismo e vendono tappeti, scialli, sombreri molto colorati. I tuoi genitori, sentendosi per una volta quasi milionari rispetto ai messicani, hanno comprato dei tappeti come souvenir dell’entusiasmante viaggio e la figura coloratissima che spicca sul fondo bianco è quella del loro dio sanguinario a cui offrivano sacrifici umani.”
“E quelli blu e bordeaux appesi alle altre pareti” , domandano in coro i bambini ormai scatenati nelle domande.
Risponde la nonna “Quello egiziano di colore blu e bianco ricorda una giornata di caldo infernale nonostante fosse ottobre. Il nonno per un calo di pressione rinuncia alla visita al tempio di Accepsut, molto esposto al sole, mentre la nonna con un gruppo ridotto e la guida sfida i 40°, dato che tollera bene il caldo, ma all’uscita dal tempio cerca un posticino all’ombra, dove siede una ragazza che vende tappeti. Per la verità, un altro tappeto nella casa dei nonni non servirebbe , ma gli occhi neri e quasi supplichevoli della ragazza convincono la nonna ad acquistarlo. Ora il tappeto, ogni volta che la nonna esce ed entra , è lì a ricordarle le fattezze della ragazza che, vendendo tappeti, manteneva la famiglia, ma soprattutto quegli occhi neri e cerchiati da profonde occhiaie. Quello bordeau più che un tappeto è un’enorme sciarpa turca, e l’occasione per comprarla è data da un ragazzo zoppo ricoverato in un angolo di una capanna, vicino alle chiesette scavate nelle rocce della Cappadocia. Il ragazzo sui vent’anni, d’inverno studia all’università, ma per mantenersi, d’estate, vende tappeti e quadretti. L’autobus  suona ripetutamente il clacson per  richiamare i turisti alla partenza, ma la nonna è lì a scegliere il colore del tappeto e oggi non lo rimuoverebbe dal suo posto per niente al mondo, men che mai lo farebbe calpestare da chicchessia.”
I bambini sono incantati da queste storie che per la prima volta ascoltano così attentamente, e poiché i tappeti son finiti, possono ormai varcare la soglia di casa che si spalanca su due camere le cui pareti sono tappezzate da foto loro e dei loro genitori e da scaffali con tanti libri.
Ed ora ricomincia la raffica di domande, ma è anche l’ora di pranzo, quindi le risposte sono rimandate al pomeriggio.

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