di Romina ARENA

Non mi ricordo chi sono. In ospedale, mentre boccheggiavo attanagliato da un mal di testa infernale, l’infermiera cercava di spiegarmi la dinamica dell’incidente. Si ostinava a ripetermelo ogni giorno che quel ramo di ulivo, grosso quasi quanto il tronco stesso dell’albero, avrebbe potuto ammazzarmi. Ma che fortuna, pensavo io, intanto ho perso la memoria.
Ora mio padre, quello che mi hanno detto essere mio padre, che in effetti se ci specchiamo assieme gli assomiglio, mi sta accompagnando dentro casa. La mia casa. Ovvio, sto entrandoci per la prima volta dacché la botta ha segnato la cesura tra la mia prima vita a quanto pare già piena e compilata fino ai trent’anni e questa seconda vita immacolata, zeppa di caselle vuote.
Legge molto questa famiglia. La mia famiglia. Scaffali altissimi che toccano il soffitto contengono a stento triple file di libri. E libri sono ancora sparpagliati su ogni superficie libera. Carte, appunti sparsi, pile di documenti ammonticchiati in una pila instabile creano un caos indescrivibile. Mi guardo intorno meravigliato.
-Anche io leggevo?
-Si, anche tu – la voce flebile di mia madre –
-Quanti, di questi?
-Tutti.
Che spreco perdere la memoria, penso tra me.
Addossato al muro, un pianoforte verticale pieno di polvere e bambole di porcellana dalle facce contorte e bruttissime. Hanno tutte la stessa espressione invariabilmente ebete, i capelli infeltriti, gli abitini stazzonati. Immobili come totem, sembrano le eminenze grigie della stanza, guardiane silenziose ed epifaniche. Qualcuna ha un braccio o una gamba spezzati. Forse una caduta accidentale, forse una vendetta. Chissà. Non me lo ricordo. Ad ogni modo non mi pare di provare dispiacere.
Il pianoforte è nero, spento; sembra languire abbandonato. Chi lo suonava deve aver smesso da tempo. Sul tavolinetto basso che gli sta accanto c’è qualche spartito: andantini, allegretti e un notturno di un certo Chopin. Istintivamente mi guardo i polpastrelli per accertarmi a chi appartenesse l’arte di suonarlo, ma mi limito a questo. Non ha senso adesso caricarsi di troppe emozioni. Sarebbe un altro peccato mortale aver saputo tirare fuori melodie da quella scatola e adesso non essere in grado di distinguere il suono tra un tasto e l’altro.
La stanza è impregnata da un fastidioso odore di fumo e posacenere straripanti di mozziconi fanno capolino tra le scartoffie. Stare qui dentro inizia ad essere soffocante; lo spazio è piccolo e saturo di troppe cose: l’odore del tabacco bruciato che si confonde con quello della carta stampata. Un mazzo di fiori marcescente dimenticato su una mensola rende l’aria ancora più irrespirabile ed in un breve momento di stordimento le bambole sembrano quasi prendere vita, arcuando il ghigno maligno dipinto sulle loro faccette pallide.
Esco da quella stanza ed attraverso il corridoio con pessimi quadri appesi alle pareti e solcato da una guida rossa a ricami verdi invasa di peli di cane. Ho un cane, che per ora non vedo. I quadri sono inquietanti paesaggi stilizzati con pennellate grossolane, incassati in cornici esagerate e fuori squadro. Altri, più piccoli, hanno tratti più fini e colori slavati, più chiari e dati sulla tela in un modo sbrigativo, nervoso. C’è un tramonto molto acceso che scende dietro il mare; una cornice piccola ed essenziale che racchiude questa vela morbida che sembra scossa da un vento dolce e bonario ed accesa dal tuorlo del sole che scende. Mi soffermo a guardarlo e mi sembra diverso da tutti gli altri, nelle pennellate composte, nella loro semplicità. La firma è di Amerigo. Guardo mio padre.
-Un pescatore genovese. Molto bravo –dice lui con gli occhi che gli brillano.
Arrivo in cucina. Mi investe una luce fosforescente che arriva dal mare e rimbalza sulle larghe mattonelle chiare del pavimento, sulle pareti bianche e la frutta fresca al centro del tavolo.
Accanto alla porta c’è un divano consunto che avrebbe dovuto essere di un colore tortora, credo, ma della tortora rimane solo qualche piumetta spennacchiata.
È tutto così in ordine e luminoso, talmente in contrasto con lo studiolo ammassato e soffocante che sembra di stare in un’altra casa. Ai muri parecchie fotografie in bianco e nero ritraggono paesaggi, animali e barche. Tante barche fermate dalle prospettive più varie; catturate nei particolari più intimi; vissute intensamente dai pescatori scalzi, coi cappelli di paglia calcati in testa, con le mani indaffarate a districare lenze e riparare nasse; donne vestite di nero che guardano un punto indefinito alla loro sinistra, mani conserte e piedi scalzi, tengono poggiate a terra enormi ceste dalle quali spuntano pinne di qualche grosso pesce. Guardo assorto, rapito, quasi assente.
Papà mi osserva, con quella semplicità delle persone umili ed impacciate nelle cose più grandi di loro– ti piacciono?¬
Annuisco senza parlare, concentrato a fissare la luce che si riflette sul vetro della cornice e anima gli scorci di mare ripresi dallo scatto rendendoli cristallini, quasi vivi.
-Le hai fatte tu – sussurra¬ mamma tormentandosi le dita.
Quanto è labile la mente così abile a spaziare universi, costruire scale armoniche, storie; e anche così pronta a dimenticarsi tutto e lasciarti nudo in mezzo al tuo presente.
Suonavo il pianoforte e non so se quelle bambole di porcellana che adesso non sopporto magari prima erano il mio pubblico fittizio e attonito; se quei quadri tracotanti che ora mi infastidiscono prima mi lasciassero stupefatto di meraviglia e magari non mi fossi mai accordo di Amerigo, piccolo e assorbito nell’indifferenza di una parete piena di interruttori.
E adesso queste fotografie dolorosamente belle che mi restituiscono un altro frammento incognito: sono, ero fotografo.

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