di Mariolina PANZERA

Le case in cui aveva abitato Marina se le ricordava tutte. Tutte erano rimaste impresse nella sua memoria e di tutte avrebbe potuto disegnare la pianta quasi ad occhi chiusi. Ma alcune in particolare avevano conservato un posto importante nella sua mente e nel suo cuore, quelle in cui aveva vissuto l’infanzia e poi l’adolescenza e la giovinezza e che quindi avevano accompagnato, tra l’altro in quattro città diverse, la sua crescita e la sua maturazione.
Marina era nata alla fine della guerra a Reggio Calabria, in un caseggiato dei primi del novecento situato in via Apollo. Lo stabile era a due piani: il piano rialzato e il primo piano dove si trovava la sua casa, che si affacciava sulla strada con un balcone e due finestre. In uno dei suoi ricordi più lontani Marina vedeva il “bombolo” di coccio poggiato sul davanzale di una di queste finestre lato nord per far rinfrescare l’acqua. La ghiacciaia e l’uomo del ghiaccio che saliva lentamente le scale lasciandosi dietro una scia di goccioline lucenti sarebbero arrivati solo alcuni anni più tardi. Dall’altro lato un balcone non molto largo, ma abbastanza lungo, si affacciava su un cortile interno, dove, attorno ad un grande lavatoio di pietra, si raccoglievano le donne di servizio per lavare i panni e dove naturalmente giocavano i bambini. Ogni tanto Marina accaldata si avvicinava al gruppetto di donne e tirando con la mano un grembiule mormorava:
–    Betta, ho sete.
La sua tata allora raccoglieva l’acqua nelle mani a conca e la bimba assetata sorbiva da quelle mani bianche e rosse che odoravano di bucato un’acqua freschissima che sapeva di pulito. All’interno la casa era divisa  secondo i criteri di un tempo. Non c’era il corridoio di disimpegno e le camere si aprivano l’una dentro l’altra. In terra i grandi mattoni di graniglia alternando diversi colori creavano sul pavimento vari disegni racchiusi in belle cornici, che somigliavano alle cornicette che diligentemente Marina disegnava sui suoi quaderni di scuola. In cucina la prima cosa che si notava erano le lunghe strisce di bucce d’arancia appese a seccare su una cordicella tesa attraverso la finestra, servivano ad accendere il fuoco con il carbone nella grande cucina economica, poi bisognava soffiare dallo sportello di fianco per non farlo spegnere e regolare con i vari cerchi di ghisa l’apertura del fornello. Fu un evento memorabile quando la monumentale cucina fu mandata in pensione e declassata a semplice piano d’appoggio e fece il suo ingresso una moderna cucina a gas con il forno che si chiamava “Lisetta”. In questa casa Marina visse per nove anni, gli anni dolci e teneri dell’infanzia.
Anche lo stabile in cui andarono ad abitare a Messina era stato costruito  ai primi del novecento, anche questo aveva un piano rialzato e un primo piano, ma costituiva un enorme caseggiato (isolato come lo chiamavano a Messina) che circondava un grande cortile rettangolare. Gli appartamenti erano tantissimi e si incasellavano l’uno a fianco all’altro e l’uno sopra l’altro in maniera un po’ confusa, aprendosi quasi a sorpresa lungo le tante scale che percorrevano gli angoli del palazzo. Marina ne ricordava sei, ma forse erano anche di più. Se avesse avuto la vocazione dell’esploratrice la ragazzina avrebbe potuto impiegare parte del suo tempo andando alla scoperta dei tanti angoli segreti che l’isolato nascondeva: dai cantinati che occupavano tutto il piano interrato, al groviglio di appartamenti dei due piani fuori terra, alla grande terrazza dove tra l’altro sbucavano alcuni lucernari, oltre che una selva di comignoli. Di tutto questo Marina conobbe durante la sua permanenza appena una piccolissima parte, anche nel cortile cominciò a scendere solo dopo alcuni anni. Crescendo aveva rivelato quella timidezza che sarebbe rimasta il tratto caratteristico della sua indole. Il suo regno era la casa, una casa della quale si era innamorata a prima vista, perché la vedeva ampia, accogliente, generosa, che offriva, oltre ad alcune stanze spaziose, anche altri ambienti più piccoli, più intimi e raccolti, come lo studiolo, che era proprio quasi esclusivamente di Marina, lo spogliatoio accanto alla camera da letto di papà e mamma, la comoda stanzetta di Betta. E’ vero, c’era un solo bagno, ma a quell’epoca nessuno sentiva la necessità dei “doppi servizi”. Nella cucina alla Lisetta era stato affiancato un mastodontico frigorifero e nel soggiorno alla radio era stato collegato un grammofono, ma la televisione andavano a vederla, come si usava allora, dai vicini. In questa casa Marina trascorse sei anni della sua adolescenza quieta e serena.
Solo a guardarla dall’esterno la casa di Catania si rivelava subito diversa dalle altre. Il palazzo era di recente costruzione e molto moderno. Non per niente si era nell’estate del ’60! Niente più piano rialzato, ma tanti negozi a pianterreno, sopra cinque piani e naturalmente l’ascensore, che però per muoversi aveva bisogno di una monetina da 5 lire! L’appartamento era al secondo piano, era grande e molto comodo, ma non aveva il calore delle altre case. Al di là dell’ingresso, da cui si accedeva alle camere cosiddette “di rappresentanza”, si apriva un lungo corridoio su cui si affacciavano le altre stanze, in terra non più i bei disegni dei mattoni di graniglia, ma segato di marmo e piastrelle di ceramica, c’erano naturalmente i doppi servizi e in più un ambiente caratteristico delle abitazioni catanesi, la lavanderia. In questa casa, situata su una strada molto larga al centro della quale correvano i binari, su cui “sfrecciava” (si fa per dire) il trenino della Circumetnea, Marina trascorse quattro anni, anni significativi che videro lo sbocciare della sua giovinezza, le prime assunzioni di responsabilità, le scelte importanti che avrebbero riguardato la sua vita futura.
Anche la casa in cui andarono ad abitare a Brindisi era molto moderna. Situata al quinto piano, era una specie di attico con ampi balconi soleggiati, tanto che papà e mamma pensarono di regalare a Marina un dondolo, che lei aveva sempre desiderato e che ora poteva essere agevolmente collocato sulla grande terrazza che si apriva davanti alla camera da pranzo. Marina era ormai una “signorina”, viaggiava ogni giorno per raggiungere la sede universitaria, organizzava autonomamente la sua vita, rafforzava sempre più il suo carattere. Nei tre anni trascorsi a Brindisi completò gli studi e nel novembre del ’67 si laureò. Un evento che coincise con il pensionamento di papà e con la decisione di ritornare a Reggio. Quando si cominciò a smontare casa, si decise di lasciare sulla terrazza per la quale era nato, il dondolo, che difficilmente avrebbe potuto essere sistemato in un altro appartamento. Questo per Marina fu come un segnale. Dover lasciare quel dondolo che aveva cullato tante sue fantasie, su cui tante volte si era ritrovata a pensare, a fare progetti, a coltivare speranze, voleva dire che si chiudeva un’epoca della sua vita, l’età dei sogni, delle fantasticherie, dei castelli in aria e cominciava la vita vera, la vita da “adulta”, una vita di lavoro e di impegno che lei avrebbe affrontato con la serietà e l’equilibrio che erano diventati i tratti distintivi del suo carattere.

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