Report di Officina del mese di Ottobre

a cura di Carmela FERRO

Una luce si accende e… disvela, redime, evidenzia, trafigge. Un raggio di luce può smascherare gli inganni, penetrare nelle profondità, dare risalto a particolari ignorati, stabilire differenze. Fare luce: si fa luce nel buio della notte, nelle tenebre di una grotta, in una stanza. Ma si fa luce anche sopra un mistero, su un giallo, su una vicenda storica. E si illumina la mente e il cuore.
Nelle foto del friulano Elio Ciolla proposte da Emilia Corigliano (“Il richiamo della luce”, “Innocenti segreti”, “Tramonto di serenità”) una luce che proviene più dalla terra che dal cielo investe il volto rugoso di un’anziana signora, definisce i lineamenti sorridenti di due bambini complici e proietta la lunga ombra di un uomo, che passeggia serenamente su una spiaggia solitaria. Si tratta di una luce avvolgente dentro la quale si riconosce un rimando al Mistero.

Giuseppina Catone sceglie suggestioni diverse che derivano da due giganti della nostra poesia, Leopardi e Dante. La prima è un’illuminazione discreta, ma amata dall’uomo, la luce della luna e delle stelle, un brillare lontano che ci apre la via della speranza, la strada di mondi lontani e sconosciuti.
“Dolce e chiara è la notte e senza vento/ e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ posa la luna, e di lontan rivela/ serena ogni montagna…”. Dante conclude la Commedia con la più grande esplosione di luce che mente umana possa immaginare: “A quella luce cotal si diventa/che volgersi da lei per altro aspetto/ è impossibil che mai si consenta…”.

Domenica Parrino ci invita ad alzare lo sguardo alla volta celeste e ad osservare la stella Sirio che in questo periodo splende luminosissima con i suoi  bagliori rossi e azzurri.

Nel racconto di Katherine Mansfield, presentato da Serena Griso, una luce che si accende improvvisa in un elegante appartamento di una famiglia altoborghese americana, interrompe una situazione di intensa e solitaria intimità tra due amiche, tale da turbare la coscienza e i sensi di Bertha, la protagonista: “Quanto rimasero così? Entrambe attratte, per così dire, da quel cerchio di luce irreale in un’intesa reciproca perfetta, creature di un altro mondo che si chiedevano cosa fare in questo, con tutto il tesoro di felicità che bruciava loro nel petto e che, in fiori d’argento, cadeva loro dai capelli, dalle mani? Poi di colpo fu accesa la luce…”

Teresa Cantaro confronta l’atto dell’illuminare nella poesia di due grandi protagonisti della letteratura italiana del Novecento: Ungaretti e Quasimodo. Nei due essenziali e intensissimi versi di Ungaretti, “M’illumino/ d’immenso”, l’illuminazione è metafisica, spirituale e valorizza la soggettività del poeta, nella poesia di Quasimodo la luce ha una funzione rivelatrice e dolorosa, si umanizza per raggiungere il cuore dell’uomo, lo redime dalla solitudine trafiggendolo. Qui la luce è circoscritta, è definita fisicità, è sofferenza, cifra della contraddizione esistenziale.
“Ognuno sta solo sul cuor della terra/Trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera.”
Ma anche in una giornata tranquilla e luminosa in cui il mare manda “lampi di freschezza” possono accadere eventi inaspettati e dolorosi come la morte della propria madre: “Si vide subito che si metteva bene:/eventi microscopici nessuno./ Il sole ad un passo da settembre/ Diede la prima razione/Alle isole di fronte,(il mare mandò lampi di freschezza,/ il caldo soltanto fra tre ore,/ un immenso celeste, ancora un giorno/ per l’uva e gli altri frutti di stagione,/ tra i pochi rumori di paese/ l’ossigeno sibilando disse/ di non farcela più con quel suo cuore./Di primo mattino la morte di mi madre (Bartolo Cattafi)

Carmela Ferro presenta un brano tratto dal recente romanzo di Muriel Barbery “L’eleganza del riccio”: una delle due protagoniste, la portinaia autodidatta, ricorda il momento in cui uno sguardo amorevole, quello della sua maestra elementare, rivela, illumina per la prima volta la sua coscienza.
“Per chi ignora l’appetito, il primo morso della fame è al contempo una sofferenza e un’illuminazione… Renée. Ero proprio io. Per la prima volta, qualcuno mi si rivolgeva pronunciando il mio nome. … Mi vidi circondata da un mondo che improvvisamente si tingeva di colori. In un lampo doloroso percepii la pioggia che cadeva fuori, le finestre lavate dall’acqua, l’odore dei vestiti bagnati… A torto crediamo che il risveglio della coscienza coincida con l’ora della nostra prima nascita, forse perché è l’unica condizione vitale che sappiamo immaginare. Ci sembra di avere sempre visto e sentito e, forti di questa convinzione, identifichiamo con la venuta al mondo l’istante decisivo in cui nasce la coscienza. … ma la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome.”

Anche nell’animo della vecchia incaricata dall’Innominato di sorvegliare Lucia, la luce della coscienza si riaccende al suono di un nome, questa volta sacro. Ce lo ricorda Maria Aldarese, rileggendo un breve brano tratto dai Promessi Sposi: “Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne’ primi anni, e poi non più invocato per tanto tempo, né forse sentito proferire, faceva nella mente della sciagurata, che lo sentiva in quel momento, un’impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino.”

Ma la luce più affascinante è quella del volto. Vittoria Mallamaci presenta un breve testo di Helena Oshiro che paragona il sorriso a una finestra aperta sull’anima e lo sguardo allo specchio dell’onestà.

Domenica Cosoleto ha scelto il testo di una canzone dei Pink Floid, in cui uno dei componenti del gruppo, morto per overdose, viene paragonato ad un “diamante pazzo” che brilla per emanare la luce della sua arte. La luce assume quasi una funzione magica, proiettando il ricordo del giovane chitarrista in una dimensione mitica: “Ricordi quand’eri giovane, splendevi come il sole./ Brilla diamante pazzo./ Ora c’è un’espressione nei tuoi occhi, come buchi neri nel cielo,/ brilla diamante pazzo…”

Raggiungere una dimensione interiore di serenità e luce può costituire un’aspirazione, una preghiera, ma diventa anche una toccante espressione poetica  se ad esprimerla sono i versi di padre Davide Maria Turoldo, letti da Maria Carpenteri:
“…Non chiedo di assidermi al vostro banchetto
non è per me – ho cantato – un’avventura sì grande
sapermi una voce del Coro è già un dono
che placa tutte le attese.
ciò che più chiedo è una mente
luminosa e serena.”

Nei quadri di Caravaggio infine, di cui Tita Ferro e Paola Abenavoli hanno portato alcune riproduzioni, in particolare nella “Vocazione di San Matteo”, è proprio la luce a focalizzare l’attenzione di chi guarda sul senso del dipinto, guidandoci dunque nella lettura. L’artista ricorre all’espediente di immergere la scena in una fitta penombra tagliata da squarci di luce bianca, che fa emergere visi, mani o parti dell’abbigliamento e rende quasi invisibile tutto il resto. E’ la luce quindi l’elemento caratterizzante dell’intera opera.

Infine Tita ricorda che nella Bibbia è un lampo di luce a dare inizio all’infinita  realtà dello spazio e del tempo:

Genesi

1 In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5 e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina…”

Ed ancora in uno degli inni più conosciuti e cantati della liturgia cattolica, il “Veni Creator Spiritus”, si invoca dallo Spirito il lumen:
… “Accende lumen sensibus
infunde amorem cordibus…”
La sapienza dell’antica invocazione allo Spirito Santo non lascia dubbi circa il pieno coinvolgimento dei sensi del corpo nell’esperienza liturgica della fede. La liturgia custodisce la sensibilità della Grazia e la Verità della carne nel fragile vaso d’argilla della umanità: con i suoi gesti e le sue parole, essa ci ricorda che i sensi spirituali non sono un’alternativa ai sensi materiali, bensì l’affinamento di quegli stessi sensi, illuminati dalla luce dello Spirito.

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