La storia dei dirimpettai continua.

Ormai ci abbiamo proprio preso gusto e le loro vicende continuano ad appassionarci. Sarebbe bello se questi esercizi, frutto dei nostri laboratori, potessero ulteriormente essere sviluppati, trasformandoli insieme in veri e propri racconti. Il nostro obiettivo, infatti, è proprio questo, imparare insieme a scrivere nuove storie.

Io il mese scorso non ho potuto partecipare al laboratorio di scrittura, ma non ho saputo resistere quando ho letto l’input sul quale si sono esercitate le mie amiche. Così ho svolto a casa l’esercizio sui miei dirimpettai. Sono Katia e questa è la breve storia che, guardando dalla mia finestra, sono riuscita a scrivere.

Erano trascorsi soltanto due mesi da quando Laura aveva aiutato Silvia a caricare in ascensore l’ultimo degli scatoloni rimasti e un momento, in particolare, di quella sera sapeva bene che non se lo sarebbe mai più scordato. Il ricordo prendeva forma a partire da quell’ultimo giro di perlustrazione per casa per verificare che Silvia non stesse dimenticando niente. Solo poche ore dopo, Laura si sarebbe vista portar via l’amica di sempre da un normalissimo volo di linea.
-Milano è dalla parte opposta della penisola, ma non è poi così lantana-, si ripeteva Laura scoraggiata, cercando di farsi forza e soprattutto cercando di non darlo a vedere.
Nei giorni del trasloco più volte, rientrando dal lavoro, Laura si era precipitata da Silvia, ancor prima di entrare nella sua di casa. E, facendo attenzione a non aggiungere ulteriore disordine al disordine, aveva aiutato l’amica a sgomberare l’appartamento, da 26 anni ormai sempre accanto al suo. La sola idea che quelle mura che da quando erano bambine avevano custodito tutti i loro pianti e tutte le loro risa a breve avrebbero ospitato l’insopportabile figlio maggiore dell’altrettanto insopportabile padrone di casa, faceva salire il sangue al cervello ad entrambe, ma il matrimonio imminente del futuro vicino, a causa del quale era stato necessario lo sgombero, e la decisione di Silvia di raggiungere con la scusa lo storico fidanzato lontano rendevano inevitabile quello stravolgimento.
-Trasferisciti anche tu-, disse quella sera Silvia a Laura, continuando a svuotare la parte superiore dell’armadio. -Gli scatoli vuoti non ci mancano, il negozio all’angolo ne butta via ogni settimana a decine, almeno la smetterai di fissarmi così-.
-Così come?- reagì Laura.
-Sembri un cane bastonato alla ricerca del mobile sotto il quale di solito si va a rifugiare. Solo che il mobile non c’è più. E non per colpa mia, lo sai-.
-Lo so, lo so. E’ che questa storia che tu te ne andrai per colpa di quell’antipatico proprio non mi va giù. E poi, lo sai anche tu, io a quei due non li ho mai sopportati- continuò, riferendosi ai futuri sposi.
-Da chi andrò quando avrò finito il sale e chi mi consolerà quando tornerò a casa esausta dal lavoro? Come farò a non vedere più la luce accesa del tuo studio la sera, prima di andare a dormire?
-Ma guarda che la luce non me la sto portando via… ed anche lo studio rimane, tutto intero, sempre allo stesso posto-, rispose Silvia, sorridendo, ma continuando a tenere gli occhi bassi.
-Non scherzare, è chiaro che rimarrà, ma l’ombra attraverso la tenda, la sagoma alla poltrona non sarà più la tua-.
-Su, lascia stare quel quadro, finiremo di imballarlo dopo. Adesso vieni con me-.
Silvia fece un cenno con la mano, indicando a Laura di seguirla e, più distesa in viso, ma con la rassegnazione di chi sa che non può imprimere un andamento diverso alle cose, la invitò ad uscire in balcone, l’unico della casa che si affacciava sullo stretto.
Laura, un po’ confusa, si appoggiò al muro con le mani dietro la schiena, quasi fosse la prima volta che usciva su quel balcone, come se improvvisamente quella vista, quei colori, quei gerani non le fossero più familiari.
Silvia, invece, si appoggiò coi gomiti alla ringhiera e, come era solita fare, si sporse un po’ in avanti per accertarsi che non ci fosse nessuno affacciato al piano di sotto, prima di accendersi una sigaretta.
Dopo qualche tiro e circa un minuto di silenzio, si rivolse all’amica, sorridendo:
-Guarda che spettacolo. Come farai tu senza di me? Come farò io senza più tutto questo!!-
L’Etna si stagliava da quell’angolazione proprio al centro delle montagne sicule, come un guardiano sulla torre di un castello. E sul far del tramonto l’amico Vulcano era ancora più bello. Lui c’era sempre stato. Sempre lì, inerme, tutto ricoperto di neve, con i fianchi inondati dal sole o con la veste nuova delle sere di primavera.
-Lui ci sarà sempre, amica mia- disse piano Silvia.
-Lui non se ne andrà. E anche dalla finestra della tua camera potrai continuare ad ammirarlo, anche quando io non ci sarò-. -Siamo talmente abituate a saperlo lì che ormai non ci facciamo più caso. E se non fosse per lui che ogni tanto, irritato dalla nostra indifferenza, cerca con qualche sbuffo più o meno prolungato e le sue colate incandescenti di attirare la nostra attenzione, spesso neanche lo considereremmo-.
-E quante volte insieme lo abbiamo fissato? E’ enorme, ricordi? Non perché lo vedi da qui e ti sembra piccolo, non è mica una montagnetta qualsiasi-.
-Guarda poi come è bello coi colori della sera-.
-Voglio che tu faccia così-, proseguì. -Quando ti capiterà di sentire la mia mancanza ti affaccerai da camera tua e ti fermerai per un po’ ad osservarlo. Improvvisamente non ti sentirai più sola. Concentrati sui particolari di questo panorama. Guarda l’aeroporto, i tetti delle case. Insegui le sfumature del mare, gioca aprendo e chiudendo velocemente gli occhi con le navi in lontananza, con le luci piccole sullo sfondo, mentre la sera si appresta a scendere sull’isola e sulle sue strade, sulle sue case. La vita continua, amica mia, e noi non la potremo fermare-.
-Affidati al nostro vulcano, quando sentirai il bisogno di sentirmi vicina. E ripensa a tutte le volte in cui insieme ci siamo fermate a guardarlo. Lui sarà lì. Non ti potrà rispondere, ma ci sarà, sempre immerso nel solito scenario, con le sue luci, il suo cielo, con il mare e i suoi naviganti, con gli uccelli sugli alberi e le ombre della gente nelle case-.
-Sono loro, da sempre, i tuoi veri dirimpettai- concluse.
E, spegnendo la sigaretta sulla terra di un vaso vicino, rivolse all’orizzonte per un’ultima volta il suo sguardo.

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