Report del laboratorio di scrittura creativa – venerdì 15 ottobre 2010

Dopo il primo incontro a fine settembre, che è stato di impostazione del lavoro di scrittura (con la proposta di tenere abitualmente un diario), ci  ritroviamo nella nuova sede dei nostri laboratori, la Sala della Biblioteca del Liceo scientifico “L. da Vinci”, gentilmente concessa.
Salutiamo Teresa che già conosce i nostri laboratori, e Paola, la giovane giornalista redattrice di Cultural life, entrate a far parte di Pietre  di scarto, e la giovanissima Romina che proviene dal gruppo del laboratorio di scrittura, tenuto lo scorso anno presso la libreria Universalia.
La coordinatrice fa un rapido giro di domande per  vedere come è andata con il nostro impegno di tenere un diario: nessuna è riuscita a scrivere ogni giorno, ma tutte ci abbiamo provato, Carmela mostra un bel quaderno che ha acquistato per l’occasione, quasi per ricordare meglio l’impegno preso.
Tita propone di dare un tema al laboratorio di scrittura di questo anno,  i sensi, esterni ed interni naturalmente, e di finalizzare il nostro impegno nella scrittura alla realizzazione di brevi racconti: Sotto il segno dei … sensi, ci dice, potrebbe essere anche il titolo di una nostra antologia.
Intanto iniziamo con la vista.
Ci viene proposto un brano con cui la giornalista di una trasmissione  radiofonica, Tiffany, che va in onda il sabato e la domenica mattina dalle 6 alle 7.30, ha presentato una nuova rubrica, finestre da Tiffan:

Buongiorno ragazzi, scrivo per proporre una nuova rubrica: finestre da Tiffany. Ognuno di noi durante il giorno, che sia in casa o al lavoro, ha spesso dinanzi a sé sempre la stessa visuale. C’è chi lavora in posti meravigliosi e chi in posti fetenti, c’è chi ha la vista sul parco e chi su una specie di discarica …. Insomma, condividiamo molte cose della nostra giornata, perché non condividere anche la vista dalla nostra finestra?
Ecco la mia, non è meravigliosa, ma ormai conosco perfettamente gli orari dello studio di commercialisti che mi sta di fronte, la famiglia che tiene sempre le serrande a metà, la scuola per l’infanzia che mette a pascolare i bambini dalle 10.00 alle 11.00 nel suo piccolo giardino … insomma, pur non volendo (che poi un po’ curiosa, lo sono pure), entro nelle loro vite e loro entrano nella mia.

L’esercizio che Tita ci propone è la domanda posta a conclusione:
voi, che vista avete? Ed i vostri dirimpettai chi sono?

Dopo 10 minuti di scrittura in assoluto silenzio leggiamo e commentiamo quanto abbiamo scritto: i nostri dirimpettai sono i più vari, persone particolari ambienti, case, panorami.

Ecco, per il momento, il gustoso ritratto della signora Palmira, ammirato da tutti e venuto fuori dalla penna di Romina.

LA SIGNORA PALMIRA
di Romina ARENA

La signora Palmira tira su la serranda della sua finestra come un meccanico tirerebbe su quella della propria officina.
Con uno sferragliare di assi e cinghie, girelle e molle che scattano come trappole per topi.
E come un palcoscenico scoperto, dentro la casa, davanti alla finestra, non si vede nessuno.
Ma la signora Palmira c’è. Soltanto, è troppo bassa per sporgersi. Qualcuno potrebbe dire che cammini sulle ginocchia; invece no. È proprio così. Ci si accorge della sua brevità quando con passetti scattosi e continui esce sul balcone a sbatacchiare lo scendiletto. Fa passare il piccolo tappeto tra le sbarre e da dietro si agita tutta per scrollare la polvere e i peli del gatto. Sembra in gabbia, con quella sua vestaglietta lisa a piccoli fiori gialli e azzurri, lo chignon un po’ scomposto, con qualche capello sfuggito qua e là, gli occhialini in bilico su un naso a strapiombo.
Prima di rientrare ha sempre un breve scatto, come un brivido di freddo, un gesto convulso che la manda di slancio nell’angolo a prendere scopa e paletta.
Quello è il balcone del cucinino dove passa gran parte della sua giornata tra telenovelas strappalacrime e strani pollai televisivi di amanti traditi e cuori spezzati. È bello stare a guardarla con quel suo enigma di cruciverba sul viso, che non sapresti dire se sia arrabbiata o semplicemente assorta nei suoi pensieri, mentre annaffia le sue piante grasse messe in ordine rigoroso per famiglia e specie. Ogni tanto la sua testa tonda e bianchissima compare di straforo tra i tronchi verde ramarro delle cactacee maggiori disposte a semicerchio sul lato estremo del balcone.
Quella per le piante grasse è la sua più grande passione: le cura come figlie, ad ognuna dà un nome, ci parla, si confida; se si punge con una spina le redarguisce come se le avessero fatto volontariamente un dispetto. Insomma, in quella casa piccola e spoglia, a parte Gedeone, gattone spelacchiato e guercio da un occhio, le piante sono la sua unica compagnia.
Prima con lei c’era Augusto, suo marito; un alpino tradotto a forza nell’inferno di El Alamein e poi finito nelle montagne del cuneese a rinforzare la Resistenza tra le fila di Giustizia e Libertà. Accanito lettore, si accendeva per ogni ingiustizia, per ogni porcheria che apprendeva dai tiggì e per sfogare la sua rabbia e la frustrazione di chi ha rischiato la vita per vedersi socialmente ripagato in questo modo becero ed effimero, usciva sul balcone a raccontare la sua esperienza partigiana a chi volesse ascoltarlo, a quanti, incuriositi più che altro dalla convinzione di trovarsi davanti un vecchio squilibrato, si fermavano sotto il suo balcone con un mezzo sorriso ironico scuotendo la testa in segno di misera compassione. C’era anche chi passava e lo salutava alzando ostentatamente un pugno chiuso verso il suo balcone, cosa che lo mandava in bestia perché in Giustizia e Libertà non si era comunisti. Nella maniera più assoluta.
Palmira non capiva niente di queste cose, non riusciva nemmeno a distinguere la destra dalla sinistra e perdeva continuamente il filo dei discorsi di suo marito, facendogli montare dentro una rabbia come un ascesso vivo nel bel mezzo di un molare.
A lei infastidiva quella gente sotto il balcone, gli strepiti radicali di Augusto, le pile alte fino al soffitto di quotidiani, libri, ritagli di giornale, appunti, lettere e diari scritti con una calligrafia minuta e stretta. Avrebbe voluto raccogliere tutto in grandi sacchi neri e quando minacciava di farlo, con la credibilità tipica dei brevilinei, si trovava davanti le narici divaricate di Augusto, che non faceva nulla per nascondere il suo disgusto per quella moglie così ignorante e ottusa. Miope fino alla vertigine, incapace di distinguere tra la storia con la esse maiuscola e la paccottiglia insipida dei suoi programmi preferiti.
Le loro animate discussioni rotolavano per strada, risalivano i balconi dei palazzi limitrofi come se la loro casa non avesse pareti, come se i loro fatti privati non fossero davvero tali, come dovessero necessariamente diventare di dominio pubblico.
Le rinfacciava di non avere la tempra delle staffette su in montagna, ma se ne pentiva subito perché Palmira la staffetta non sarebbe stata capace di farla, che con i suoi pochissimi centimetri non sarebbe mai e poi mai arrivata ai pedali.
Palmira non aveva argomenti, si trincerava coi suoi occhietti dietro gli occhiali sbrodolando onomatopee che diventavano un muro anticarro per le invettive di Augusto che gettava la spugna davanti dal suo insulso vociare da gallina rincorsa.
Quando Augusto decise, con stile, di andarsene all’altro mondo era una sera piuttosto calda di tarda estate. Il tiggì aveva appena dato la notizia che gli stipendi dei metalmeccanici sarebbero stati congelati per garantire la ripresa economica delle aziende.
Ad Augusto non fece in tempo ad amalgamarglisi la rabbia in corpo. Seduto sulla sua poltrona, rimase fulminato con le braccia lungo i braccioli, la testa rovesciata all’indietro con gli occhi strabuzzati e la bocca spalancata. Palmira, che lo vide irrigidirsi gli si fece accanto, urtandogli debolmente la spalla senza accorgersi che suo marito era bello che morto.
Uscì sul balcone attirando, attraverso le sbarre, l’attenzione dei dirimpettai stravaccati sulle sedie di plastica a prendere un po’ di fresco notturno.
-Potreste venire per favore, che forse c’è Augusto che si sente male. È tutto rigido sulla poltrona-.
Quando le dissero che era morto se la prese col mezzobusto della tv, che non erano modi quelli di dire le cose, che la gente poteva rimanerci secca. E infatti.

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