Ecco alcuni dei testi selezionati, realizzati dai partecipanti al laboratorio e letti durante l’ultimo incontro. Buona lettura!

Il Comò

di Demetrio CANALE

Troneggio alto, imponente e severo nonostante il luogo in cui mi hanno collocato gli screanzati pronipoti di chi mi volle.
La casa in cui mi trovo oggi ha un certo decoro ed anche una storia, ma per quanto sia curata è piccola per me. Anche nella sua stanza più grande io sembro ingombrante, invadente. Ma non è colpa mia.
Io ero destinato a sale con volta imperiale, in palazzi di cui i proprietari non conoscevano il numero esatto delle stanze. Non me ne vogliano queste quattro mura, che come un ombrello bucato in qualche modo mi proteggono, ma io qui dentro soffoco. Quasi mi viene la claustrofobia. Vorrei fuggire e non posso, i miei piedi “a rocchetto” consentono solo una posa statuaria. Che gran fortuna hanno gli umani, a volte sembra che lo dimentichino. Camminano, ballano, corrono col vento in faccia e anche se le lacrime a volte rigano loro le gote hanno sempre la possibilità di cambiare scenario. Non sono condannati all’ergastolo tra quattro mura striminzite.
Epoca felice era quella in cui nacqui, per desiderio di una capricciosa signora andata sposa bambina a suo zio. In cinque lavorarono per costruirmi, intagliarmi, lastronarmi, decorarmi e lucidarmi. Dopo un anno e sette mesi di lavoro fui pronto per splendere, panciuto e sinuoso, di fronte l’alcova della sposa triste che per dispiacere aveva smesso di parlare.
La signora soleva comunicare col signor marito, coi domestici e col mondo intero vergando piccoli fogli di pergamena con sottilissime penne d’oca candide intinte in blu di Prussia, verde smeraldo o rosso carbonchio a seconda dell’umore.
Certo qualche dispiacere lo ebbi anch’io.
Mi avevano assicurato che ero destinato al palazzo di città, quello concepito per ricevere degnamente i reali di passaggio e per mostrare al mondo il potere del casato. Quel palazzo, miracolosamente sopravvissuto a passaggi ereditari, rovine economiche e bombardamenti mondiali è ancora lì.
L’errore di calcolo di un ebanista megalomane provocò il mio esilio. Per quanto la dimora cittadina fosse vasta, negli appartamenti destinati alla mia signora non trovai posto. Ella aveva deciso inderogabilmente che sopra di me avrebbe appeso il proprio ritratto commissionato a Rosalba Carriera, pittora veneziana. In veste di gala, con la croce di Malta ricamata di brillanti sul corpetto, ella appariva maestosa, tre metri per uno e cinquanta, su un fondo di templi in rovina con in mano un foglio di pergamena. Era megalomane anche lei.
Per mia disgrazia ero talmente alto che urtavo contro la cornice del quadro. E come un figlio albino veniva trascurato da padri degeneri, così io venni destinato dalla signora alla casa di campagna.
Lo scoramento del primo momento passò dopo aver visto la costruzione dove mi confinarono. Se la casa di città era stata concepita come un palazzo reale, la casa di campagna era sulla scia del Petit Trianon di Versailles, solo più grande. Ad abbracciare il parterre delle carrozze, da cui partiva lo scalone doppio che conduceva al piano nobile, vi era un agile e sinuoso colonnato sull’esempio di San Pietro, di poco più piccolo.
All’inizio mi sembrò fastidioso vivere nella stanza di una muta che per giunta veniva a trovarmi solo qualche mese l’anno. Avevo sperato di poter origliare pettegolezzi piccanti, discussioni accese, gridolini di piacere. Invece solo un ostinato mutismo.
Cominciai a prendere in simpatia il marito-zio. All’antica, magrissimo, sempre molto cortese. Parlava a bassa voce e non chiedeva mai nulla alla mia signora.  Semplicemente perché non la riteneva depositaria di desideri e volontà. Come si sbagliava, avrebbe pagato tutti i soprusi che le aveva inflitto.
Quel matrimonio nato male continuò peggio. Si dice che tutti i matrimoni siano il primo anno fuoco e fiamme e a seguire vent’anni di cenere. Lì ci fu solo cenere. Stettero insieme, o meglio lei gli consentì di avvicinarsi, lo stretto necessario ad assicurare una discendenza certa. Visti i tempi e la frequente  mortalità dei bimbi lei partorì sei volte, ogni volta in mia presenza. Solo ora che lo racconto mi accorgo di come la mia signora sia sempre tornata da me quando doveva sgravare. Sarà per questo che iniziai a volerle bene. Dopo la nascita dell’ultima figlia, donna Luisa, ella non consentì alle cameriere di toccarmi. Solo le sue mani di velluto sfioravano le mie maniglie di bronzo per aprirmi i cassetti profondi. In uno di essi, sotto le trine delle sue camicie da giorno, conservava, stretti in nastri di seta violetto, pacchi di lettere. Più che lettere erano brevi messaggi, vergati con calligrafia incerta, che lei ogni giorno riceveva e conservava gelosamente dentro me.
Ricordo perfettamente quando il matrimonio, di fatto, finì.
Si stava procedendo a completare la casa in cui mi trovavo. Si doveva decidere il colore da dare alle pareti esterne. Il signor zio propendeva per un bianco calce, signorile diceva. In realtà lo voleva perché poco costoso. Lei insisteva per dare alla facciata un color turchino in modo da far risaltare il candore della pietra con cui erano costruiti le architravi, le lesene, i marcapiani, i capitelli, le balaustre.. .
Litigarono furiosamente, senza far baccano. Lui, calpestando un Aubusson fatto venire da Parigi a coprire le maioliche napoletane dei pavimenti, parlava con tono più basso del solito. Lei seduta su una bergère posta vicino a me, vergava nervosa i suoi pezzi di carta. Al colmo dell’incredulità e del risentimento, non riuscendo a contrastare altrimenti l’ostinazione della moglie, le scagliò contro un candeliere che non la colpì.
Sfregiò l’intarsio del mio terzo cassetto.
Se prima lei si limitava a non parlargli dopo quell’episodio smise pure di indirizzargli i suoi dispacci. Lui incapace di imporre la sua volontà si ritirò a vivere nei feudi dell’interno e dopo pochi anni salutò questo mondo da solo, come in solitudine nel mondo era stato.
La morte del consorte se da un lato consentiva alla mia signora di continuare a reggere le sorti della casa fino alla maggiore età del primo figlio maschio dall’altro le imponeva un lutto stretto di trent’anni. Come a dire, vedova in clausura fino alla morte.
Come si era ribellata al tiranno, che l’aveva violentata bambina e poi sposata, così si ribellò alle convenzioni ipocrite del suo ambiente. Chiuse il palazzo di città, si ritirò in campagna e da lì iniziò a riformare la gestione delle sue terre sconfinate. Creò intorno a se un gruppo di servitori devoti che realizzarono i cambiamenti da lei desiderati dando grandi benefici al patrimonio. Fu grazie alla lungimiranza della mia padrona che la sua casata sopportò meglio di altre  l’abolizione del feudalesimo.
La signora si fidava soprattutto di Geronimo, figlio di un campiere di suo padre, con cui era solita  giocare quando erano piccoli.  Lei, di poco  più  grande, gli insegnava la forma delle lettere e dei numeri.
Rosso di capelli, fieri occhi neri, Geronimo era sempre vissuto nelle terre della mia signora. A tempo debito aveva sposato la figlia di uno stalliere ed era andato ad abitare in un fondaco concessogli dal marito-zio. Grazie al suo aiuto erano stati esauditi i cambiamenti che la signora aveva deciso.
Ben presto ella rimase quasi sola. I due figli maschi, Manfredi e Corrado, furono mandati a studiare dai domenicani. Le tre femmine più grandi, Chiara, Agata e Rosalia, chiuse in convento per sempre. Solo donna Luisa, la più amata, rimase a far compagnia alla madre. Geronimo si mostrava molto amorevole verso la bambina, forse perchè entrambi avevano i capelli dello stesso colore.
Una donna sola, attorniata da figli piccoli e servitori di varia natura, non stava bene che stesse in campagna, sebbene risiedesse nei suoi stati. I pettegolezzi non tardarono ad arrivare e non furono solo dicerie di serve.
Quando la famiglia, attraverso lo zio vescovo, fece sentire la propria voce lei non resistette alla minaccia. O rientrava in città o le toglievano la potestà sui figli, tutti.
Per non perdere Luisa perse la propria libertà. Tornò nel palazzo di città, a farsi sorvegliare dagli occhi severi del suo ritratto, e non mise più piede da noi. Non la vidi più.
Quando morì, Don Manfredi ormai adulto venne in campagna, ma non per delizia. Furente per le ultime volontà della madre, che destinava un quarto del patrimonio a donna Luisa, era intenzionato a cancellarne tutti i ricordi, alcuni più di altri.
Sapevo cosa cercava ma non ero intenzionato ad arrendermi presto, diedi battaglia. Fino alla fine restai fedele suddito della triste muta e lo sono ancora. Del resto entrambi abbiamo condiviso un destino senza voce.
Trovai un alleato insperato nel vecchio Geronimo, dallo sguardo sempre fiero, che accompagnava il nuovo signore. Mentre don Manfredi, pazzo di rabbia, scaraventava a terra o lanciava in aria il contenuto di scrivanie e comodini  lui mi si avvicinò accarezzandomi con lo sguardo.
Era dolente quanto me per la scomparsa della signora e come me non poteva dirlo ma aveva intenzione di far si che le sue volontà venissero rispettate. Girò con forza la chiave della serratura del terzo cassetto e ne inceppò il meccanismo. Da quando ero stato colpito dal candeliere la serratura aveva smesso di funzionare a dovere.
Non fu facile aprirmi. I primi due cassetti, grazie alla delicatezza di don Manfredi, precipitarono sul pavimento con la biancheria smessa della mia amata. Per il terzo dovettero faticare a lungo  quattro scagnozzi, fatti salire dal cortile. Visi mai visti prima e modi inqualificabili. Mi spostarono, mi strattonarono, mi capovolsero ma non diedi soddisfazione.
Sciocchi! Facevano il mio gioco. La serratura cedette solo dopo che l’ultimo pacchetto di lettere si incastrò nella mia intercapedine laterale. Essere ingombranti ha i suoi vantaggi. All’apertura il cassetto rivelò solo la presenza di camicie finissime fatte a pezzi dalle tarme. Stanco e avvilito don Manfredi passò a setacciare il contenuto di un secretaire e si disinteressò a me.
Quando finalmente donna Luisa divenne la mia nuova padrona feci in modo di mostrarle il mio segreto. Era passato molto tempo e anche lei ormai era una donna anziana. Estrasse delicatamente un fascio di lettere e sciolse un nastro di seta che si disfece tra le dita.
Lesse, pianse e rimise tutto dove l’aveva trovato.
Non capii mai se capì.
Il carteggio da allora è rimasto qui, sepolto nei miei recessi. E come tutti gli individui che formano coppie di lungo corso e non riescono a immaginare la vita senza l’altro, anch’io spero di morire insieme a lui che come un compagno fedele e discreto ha reso meno pesanti le mie pene.

Al tuo posto

di Romina ARENA

Sbatté la porta dietro di sé. Con le mascelle serrate per la rabbia, si trattenne dall’imprecare. Si voltò ancora una volta verso la casa chiudendo gli occhi in una fessura minacciosa e come se con lo spostamento del suo corpo volesse creare un vortice, si voltò verso la macchina. Buttò distrattamente il borsone sui sedili posteriori, si mise al posto di guida e con forza chiuse lo sportello.
Stette alcuni minuti a guardare nel vuoto con i pugni stretti intorno al volante.
Questa volta era troppo; questa volta no.
Ingranò la marcia, sgommò e partì. Guidò per molte miglia costeggiando il fiume, finché non fece buio e decise di fermarsi in una trattoria tirata su alla bell’e meglio in mezzo al nulla.
L’insegna intermittente lanciava lampi di rosa e rosso che si accendevano alternativamente stilizzando malamente un cowboy nell’atto di un rodeo. Più in alto sull’insegna qualcuno aveva issato un fumetto: “Hey boy!”. Tutto intorno era buio pesto e la luce dell’insegna permetteva appena di distinguere l’uscio del locale. Dentro c’erano otto tavoli disposti in fila per due, poche persone ed una sola coppia seduta in fondo, nella zona più appartata e meno illuminata. In un angolo, appesa in alto, la Tv mandava un segnale disturbato ma, anche se l’immagine fosse stata nitida, si sarebbe comunque vista a quadretti. Il padrone aveva messo una griglia davanti allo schermo per proteggerlo dalle bottiglie di birra scagliate da tifosi troppo vivaci. Quello scherzo gli era già costato parecchi televisori.
Si avvicinò al bancone ed ordinò un caffè lungo ed un toast.
La cameriera lo guardò con sufficienza, sbattendogli davanti l’ordinazione; si asciugò le mani sul grembiule lercio e si rificcò in cucina. Aveva le labbra carnose, accese da un volgarissimo rossetto rosso e si muoveva ancheggiando come un birillo che dondola a destra e sinistra, pronto a cadere.
Rimase da solo a fissare il caffè nella tazza, a sfumare la rabbia addentando il toast, pulendosi le mani unte con la pagina di un giornale scaduto.
Si accorse che non distante ammiccava una sigaretta solitaria che mandava in aria un debole fumo. Fu tentato di fare un tiro, ma aveva giurato di smettere e poi notò che il filtro era macchiato dal rossetto della cameriera che nel frattempo uscì di corsa dalla cucina per riprendersela. Aspirando, spalancò gli occhi. Era alle prime armi e si vedeva. Quanti anni avrà avuto, sedici, diciassette? Che ci faceva in quel locale squallido, in un punto indefinito del Paese, in mezzo a camionisti e battone di passaggio? Di solito i ragazzi della sua età facevano quei lavori per tirare su qualche dollaro da spendere in scarpe o birre, ma non era quello il tempo. Fuori faceva freddo, da lì a poco avrebbe anche nevicato e quello, per i ragazzi in un posto lontano anni luce dal mare, era un tipico impiego estivo. Si accorse del suo sguardo in tralice e smise di fissarla.
Dal fondo del locale arrivava il rumore secco delle stecche da biliardo che colpivano le biglie ed a lui ricordò la porta di casa e di come sua madre, entrando, la lasciasse sbattere debolmente.
Iniziò di nuovo quel turbinio di pensieri che cercava ostinatamente di tenere a bada e che puntualmente riaffioravano dall’angolo più nascosto della memoria, per torcergli le budella. Gli tremò la mano e del caffè si rovesciò sul banco. La ragazza gli lanciò un’occhiataccia ed assieme a quella lo straccio per pulire: un pezzo di stoffa a grossi quadrati bianchi e rossi pieno di macchie indelebili e buchi.
Non erano stati anni felici, non lo erano stati per niente. Pensò a suo padre, sebbene il ricordo fosse lontano e sfumato. Una figura fugace e sfuggente nella sua infanzia. Di lui percepiva vividamente soltanto l’odore pungente dell’alcool che traspirava da ogni poro quando rientrava sbronzo e la piccola casa si saturava per intero del suo tanfo insopportabile. Forse era stato meglio così, che non ci fosse, se la sua presenza stava a significare quei lividi in faccia a sua madre e le cinghiate sulle braccia. No, decisamente meglio così.
Prese la tazza e si avvicinò al tavolo da biliardo in tempo per vedere l’otto nero scivolare silenziosamente in buca, con una geometria perfetta e senza toccare i bordi. Tutto il contrario di Elisabeth che era riuscita ad entrare nella sua vita facendo un gran casino.
Pioveva a dirotto quella notte che bussò insistentemente alla porta ed era fradicia d’acqua e bourbon. Chiese di fare una doccia e poter dormire. Solo per una notte.
Non andò più via. Il primo piano della casa si trasformò in un gigantesco frigobar senza che lui reagisse. Ormai quello era diventato il territorio di Elisabeth e lui decise che andava bene così, tenendo per sé solo il secondo piano con la camera da letto e il bagno.
Raramente scambiavano qualche parola, se non per lanciarsi contro dure invettive ed anche qualche soprammobile. Così era andata in frantumi l’intera collezione di elefanti ed anche qualche quadro appeso alle pareti. Sembravano una coppia isterica eppure non erano nulla. Nessun interesse reciproco li aveva mai avvicinati: lei pensava solo a bere, lui a scrivere e quando uno dei due non riusciva a fare l’una o l’altra cosa, era lì che scoppiavano i litigi, volavano gli oggetti, uno dei due si feriva.
Spesso si chiedeva che senso avesse tutta quella storia, ma la spiegazione era troppo più grande di lui, così lasciava perdere, sbatteva la porta di casa giurando che non ci avrebbe mai più messo piede e guidava fino a non poterne più; fino a quando gli occhi non bruciavano dalla stanchezza e doveva fermarsi per forza. Come in quel momento, in  una  trattoria  lontano  non  si sa quanto da casa a sorseggiare un caffè ormai ghiaccio ed a riflettere sull’insensatezza di quelle fughe.
Si sentì simile a suo padre e questo lo infastidì. Non avrebbe mai desiderato di assomigliargli, eppure tutti dicevano che avesse il suo volto, che fossero due gocce d’acqua. A sentirli tratteneva a stento l’ira. Nei temi, da bambino, scriveva sempre di essere orfano per non dover descrivere quel padre inesistente. Avrebbe dovuto scrivere che picchiava la madre, che picchiava lui ed i suoi fratelli e quando non succedeva era semplicemente perché era in giro ad ubriacarsi. Perché, semplicemente, non c’era. Meglio dire di non avercelo, un padre così, o parlare di Mr., anzi, Monsieur Duval, un pittore di origini francesi che lo aveva appassionato all’arte e alla scrittura. Con quell’inglese dal forte accento parigino gli aveva svelato i segreti più profondi della pittura egli aveva dischiuso un mondo meraviglioso quando, per il compleanno, gli aveva regalato un libro: Moby Dick.
A lui, che non aveva mai visto il mare.
No, era inutile parlare di suo padre; inutile persino pensarlo per non richiamare alla memoria quell’unico ricordo insopportabile di lui che metteva a moto la macchina, faceva stridere il cambio innestando la retromarcia e fuggiva con una ventenne bionda, oscenamente truccata che masticava svogliatamente un chewingum, arrotolandosi una ciocca dei lunghi capelli intorno all’indice.
I giocatori stavano per iniziare una nuova partita ma lui nel frattempo aveva appoggiato entrambe le mani sul tavolo e fissava il panno verde, accarezzandolo leggermente con le dita. Gli chiesero se volesse giocare, ma non rispose. Si voltò senza alzare la testa, ignorando quelli che, con le stecche in mano, lo guardavano perplessi. Riportò la tazza al bancone e la cameriera, con tono stizzito, gli ricordò che doveva ancora pagare. Tirò fuori qualche dollaro appallottolato dal fondo della tasca dei jeans e glieli gettò con noncuranza sotto gli occhi, così, accartocciati per come erano.
Elisabeth non era niente, eppure a lui sembrò di vederla fuori dalla porta di casa ad aspettarlo, seduta sui gradini,
E quasi sicuramente era così.

Giugno

La campagna era tutta gialla, punteggiata dal rosso dei papaveri. L’aria era tiepida ed il silenzio rotto solo dal rumore secco della zappa contro le zolle di terra argillosa. Sotto il grande albero di noci si poteva trovare riparo dalla leggera calura d’inizio estate. Giugno, quell’anno, era clemente: mischiava i sapori ed i colori di una primavera ancora vigorosa ai primi sussulti di un’estate che si prospettava calda ed accesa. I gatti acquattati aspettavano pazienti ed immobili che sbucasse dal terreno qualche topolino o una talpa incauta, mentre i cani scorrazzavano in mezzo all’erba alta, nascondendosi e saltandosi addosso, buttandosi giù per la vallata a perdifiato e con le orecchie incollate agli zigomi per la velocità.
La bambina guardava assorta e incuriosita le lucertole corse fuori dai loro nascondigli per godere avidamente del sole. Era questo che aspettava e sognava, stretta tra i banchi di scuola lontani dall’odore così intenso e dolce della terra rivoltata e dalla morbidezza delle code di topo che solleticano i polpastrelli ed i polpacci nudi.
Sua nonna issava sulla testa un largo fascio di erba e con la mano le faceva cenno di seguirla verso il monte, che era ora di rientrare. Rimase ancora un po’ ad osservarla mentre col suo seno largo ed i fianchi prominenti si sistemava il carico senza esitazione, in equilibrio perfetto, e prendere la stradina stretta che l’avrebbe portata al cascinale. Raggiungerla, con quel suo passo svelto, non era facile; la salita ripida ed i muscoli infantili e cittadini non la aiutavano.
La nonna era corpulenta, ma riusciva a muoversi con disinvoltura senza sentire né il peso degli anni, né quello dei chili di troppo, dissolti, svaniti come i petali del dente di leone sferzati da un soffio. Non poteva dirsi una donna tenera, dolce ed affettuosa perché niente di tutto ciò le era mai veramente appartenuto. Il ritmo esistenziale era scandito dalle raccolte stagionali: l’uva, le olive, il grano. E poi, sempre il lavoro nei campi ed a casa, i figli, le greggi. Vite frugali di pastori e contadini abituati al buio dell’alba ed al dolore del corpo quando la notte si fa concreta. Il nonno e la nonna erano una miniera di ricordi: la loro biografia si leggeva nei calli, nelle rughe o bastava aspettare le sere d’inverno davanti alla stufa a legna o d’estate sul balcone illuminato dal lampione per sentirsi raccontare vecchie storie e aneddoti coloriti.
La piacevole sensazione di quell’immagine la fece saltare sui due piedi e correre per raggiungere la nonna. I cani, attirati dallo slancio, la seguirono iniziando ad abbaiare eccitati, rompendo il silenzio e la tensione concentrata dei gatti.
“Nonna, aspetta!”, ma lei era già lontana, quasi sul pianoro.
La raggiunse mentre stava poggiando a terra il carico che teneva sulla testa, la fronte imperlata di sudore ed una smorfia a sottolineare la fatica. La nonna la guardò per un attimo prima di entrare nella casetta, per uscirne una manciata di secondi dopo con una scodella piena di chicchi di mais. La porse alla bambina indicandole con uno scatto della testa la porta del pollaio. Sapeva che dare da mangiare alle galline era la sua passione e che ancora più eccitante era trovare qualche uovo dentro la cassetta per la cova. A volte li lasciava lì apposta perché la piccola potesse trovarli e portarli fuori con orgoglio. Era il modo semplice, umile e dignitoso di renderla parte di quel mondo.

Dietro l’angolo

di Domenico NAVA

I suoi passi si muovevano come se la memoria soltanto tracciasse il percorso.
Intorno, il silenzio era rotto da rumori quello scoppiettante dei motori e l’altro, sordo, del fiume illuminato da una fioca luce.
Il viale nella sera spandeva il profumo dei pini, l’essenza della primavera, e lui ricordava, percepiva assieme al pensiero di lei, le parole, le risate, le loro corse sino all’angolo.  Sino a quell’angolo.
Ora se lo trovava di fronte, un solo istante e girandolo avrebbe avuto davanti agli occhi la casa di lei.  C’era buio! Eppure i suoi occhi vedevano, immagini della memoria quasi fisicamente presenti, ogni ricordo del loro amore, delle loro promesse, quel lungo tempo che li aveva divisi.
La vita era proprio come lui l’avvertiva in quel momento, svolti l’angolo, ma ciò che cerchi può non esserci più.
Molti anni prima aveva dovuto affrontare la svolta della sua vita, partire per una guerra che aveva l’incognita di ciò che non poteva assicurare: un’attesa, il proprio ritorno, ritrovare chi avevi lasciato.
Nella tasca, la sua mano destra cercava febbrilmente la busta delle sue lettere, avrebbe voluto tirarle fuori per rileggere l’indirizzo, ma i suoi occhi avevano già intravisto, nello sfondo proprio lì, dietro l’angolo, a quel secondo piano, le persiane verdi, e le tende leggermente tirate, sì… la sua casa.
Chissà perché aveva scelto proprio la sera per ripresentarsi, forse perché è l’orario che fa ritrovare ogni componente dentro casa, o perché era notte quando aveva trascorso con lei le ultime ore prima della sua partenza verso il fronte.
Già anche in quella sera mentre percorreva quell’angolo di strada, dentro di sé aveva un gran silenzio, ogni battito del cuore era cupo, l’angoscia di chi non vuol lasciare le cose care.
Sapere di dover partire era guardare i suoi occhi e non esprimere le parole, quelle che non sanno dire se è destino, il tornare.
Quella sera erano state le mani a sostituirsi ad ogni pensiero, le carezze che chiedevano un rimpatrio, i baci che volevano una speranza, gli sguardi che intenerivano l’animo e allontanavano le paure.
E nel ritorno da una guerra, da un lungo periodo di prigionia, le persone che lasci vorresti ritrovarle come in quel momento della partenza.
Il gioco delle luci dei lampioni col movimento delle foglie creava ombre, nei suoi occhi una sola speranza.
Il chiaro e lo scuro dei suoi pensieri, il timore che tutto fosse spento come quella luce, lì al secondo piano.
Non attendersi niente quando torni dopo anni di segregazione è la prima cosa a cui eserciti la mente, per sopravvivere, per cercare di non lasciare a volte inutili speranze per gli altri, per te stesso, se pensi che lei giovane possa aver avuto altre mani e sguardi intorno.
In quegli anni di imprigionamento, non vi furono più lettere, chissà cosa mai lei seppe di lui, chissà in quale altro amore il suo cuore stava poggiato.
Quel periodo aveva scavato i suoi occhi e fortificato l’attesa, lui aveva resistito solo per questo, trovarsi ancora come in quel momento di fronte a casa sua, proprio dietro l’angolo.
Fermo, con le mani dentro le tasche d’una giacca che aveva ancora il ricordo delle sue carezze, aspettava come se l’attendere desse forza alle sue speranze.
Accese una sigaretta e nel buio quel chiarore d’un fiammifero era il tempo che concedeva al suo esserci.
Gli occhi fissi a quella finestra, un cane latrava dietro a un micio impaurito, un autobus correva vuoto nella notte e d’un tratto si accese una luce … a quella finestra, scorse una sagoma, la riconobbe, lei c’era.

Il girotondo

di Daniela VATTIMO

Ci sono molti bimbi di razze diverse: c’è una bimba africana che ha gli orecchini e un vestito marrone chiaro, c’è un bimbo vestito molto pesante, c’è invece una cinese e ci sono altre razze.

Se fossi…

Se fossi una bambola avrei capelli ricci e biondi, gli occhi azzurri, la maglia a merletti e i pantaloni blu …
Io sono una bella bambola. La mia padroncina si chiama Marta. Sono l’unica amica che ha a casa, non ha sorelle, ha un fratello sì, però gli fa i dispetti tante volte.
Lei dice, Mimì sei la mia migliore amica e mi mette nel suo letto a dormire. Dice che sono molto simpatica e mi metto nel letto con lei.
Ecco devo andare proprio ora a letto con Marta, ciao!

…Cadere dalle nuvole

di Rosa GRASSO

Sono quindici minuti che aspetto…ora vado via…Giusto a mezzogiorno mi doveva dare appuntamento: questo sole mi sta liquefacendo il cervello; i neuroni sembrano ubriachi e vagano barcollanti dentro il cranio…
Il mio riflesso sull’acqua sembra stare meglio … se non altro si fa il bagno …
Mi alzo dalla panchina sospesa su uno specchio d’acqua della nuova piazzetta progettata da Azuro Kuzinachi e mi ritrovo sulla pavimentazione di listelli di legno di un albero nuovo, creato dall’incrocio di un faggio e un castagno  e non so cos’altro per potenziare le prestazioni e la durata di questo pavimento esposto al caldo torrido ed alle intemperie …
Ora la mia timida ombra si accorcia a terra, la guardo … mi guarda … la guardo … mi guarda … la guardo … e di colpo lei mi guarda!?!????
La riguardo e … lui mi guarda, l’omino nero …. lo guardo e … lui guarda me ed ancora io guardo lui.
L’omino nero scompare completamente, nascondendosi sotto i miei piedi.
Sono le tredici in punto, si sa a quell’ora le ombre vanno a nanna.
Allora … Peeeh … Il suono di un clacson mi distoglie, mi … fa cadere dalle nuvole…

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