di Giuseppina CATONE

Leggevo molto. Ma, anche riguardo alla lettura, sai com’è…  riesci ad avere davvero qualcosa dai libri solo se sei capace di mettere qualcosa di tuo in ciò che stai  leggendo. Voglio dire, solo se ti accosti alla lettura come a un duello, con lo stato d’animo di chi è disposto a ferire e a essere ferito, a polemizzare, a convincere e a essere convinto, e poi, dopo aver fatto tesoro di quanto hai imparato, lo impiegherai per costruire qualcosa nella vita o nel lavoro. [ ……. ]
C’era stato un tempo in cui per me la lettura era un’autentica esperienza, il cuore mi batteva quando tenevo tra le mani i libri appena usciti degli autori che conoscevo, un nuovo libro era come un incontro, una compagnia rischiosa dalla quale potevano scaturire emozioni felici, ma anche conseguenze inquietanti e dolorose
”. (p. 202)
Queste parole, tratte dal romanzo di Sandor Marai La donna giusta, offrono uno splendido spunto per avviare la riflessione, non la recensione, su questo libro. Per prima cosa trovo che quello stralcio riportato sopra collimi in maniera perfetta con la teoria della lettura più volte ribadita in Bombacarta e condivisa da noi Pietre. La lettura è sempre un’esperienza personale, un momento di arricchimento e di crescita nel cammino della conoscenza di sé e degli altri, che ci apre la possibilità di interagire, per dirla con Todorov. Inoltre ho trovato in quel passo un’incredibile corrispondenza tra la lettura e la lotta (ultimo tema di Officina) e questo mi è sembrato molto bello, mi ha incuriosito e mi ha fatto riflettere. Che possiamo intendere in questo caso per lotta? Non certamente lotta per la sopravvivenza, né lotta per prevaricare l’altro e per distruggerlo. A mio avviso si tratta di una lotta con valore simbiotico: il lettore si nutre del libro, della storia narrata, delle esperienze che la intessono e riversa in quel libro la propria vita e il libro la assorbe, se la mangia. I due elementi, quello reale e quello fittizio, entrano in competizione e tendono a sopraffarsi, ma alla fine si amalgamano: il buon libro si riversa nella vita, la vita si proietta dentro il libro. Dice Marai: …un nuovo libro era come un incontro, una compagnia rischiosa dalla quale potevano scaturire emozioni felici, ma anche conseguenze inquietanti e dolorose. E’ verissimo questo: all’interno del libro troviamo sempre la risposta alle nostre domande, attesa o temuta. Rintracciamo l’eco dei nostri sentimenti, il suono delle nostre parole, lo specchio delle esperienze felici e dolorose, delle vicende vissute.
La lotta quindi è positiva anche quando ci lascia l’amaro in bocca e si ritorna sui libri letti per rubare ancora di più di quelle storie, ma anche per lasciarvi la nostra di storia.
Detto questo potrei chiudere il mio piccolo contributo, ma mi accorgo che non ho detto ancora niente del romanzo; non serve, però, raccontare una trama che si scopre solo con lo scorrere delle pagine e che ti tiene in sospeso quasi come un thriller. Vuoi sapere come andrà a finire o come è già andata a finire, ti appassioni a seguire il filo della storia narrato da tre punti di vista, dai monologhi lunghissimi dei tre personaggi principali, Marika, Peter e Judit; ma c’è anche un imprevedibile epilogo, il quarto monologo.
Marika è la prima moglie di Peter, Judit la seconda. Lui, ricco esponente della borghesia ungherese, ama da sempre la giovane contadina che da anni fa la serva in casa sua, ma questa storia si concretizzerà solo dopo anni, quando accadranno una serie di eventi anche tragici che lo porteranno a lasciare la prima moglie per andare alla ricerca di Judit. Ma anche questa sarà un’illusione perché dal suo monologo e da quello di lei si capisce come anche il loro matrimonio sia finito, naufragato nella falsità e nell’inganno. Allora esiste la persona giusta? Infatti il titolo originale in ungherese non parla di donna giusta ma di persona giusta. E’ una domanda di tutti questa, una domanda che forse non ha risposta.
E’ come un minuetto in cui si intrecciano le vite e i sentimenti, le falsità ed i fraintendimenti che regolano l’esistenza e che Marai guarda, come sempre, molto in profondità: egli analizza, scomponendolo, ogni più piccolo moto dell’anima dei suoi personaggi e ce lo rimanda limpido e cristallino, sviscerato ai nostri occhi in modo tale che possiamo percepirne il respiro. L’introspezione è sempre acuta e lucida, non ci sono sbavature o sentimentalismi. Marika, Peter e Judit escono dallo sfondo, sbalzano fuori dal quadro che Marai ha dipinto e ci vengono incontro, si confidano con noi e noi li ascoltiamo come dei confessori. Nelle loro storie, nella sfrontatezza di alcuni comportamenti, nella imperscrutabilità degli eventi o nell’apparente casualità con cui accade ciò che deve accadere, nelle sconfitte e nelle speranze che li accompagnano, nelle delusioni e nell’amarezza della realtà, noi leggiamo la nostra storia di esseri umani, ognuno con un suo privato, con il proprio vissuto.
E lottiamo, certamente, lottiamo, perché si lotta con noi stessi quando si riconosce dentro la storia inventata, la realtà che ci circonda.

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