a cura di Maria BAMBACE

(La presentazione del Libro, inserita tra le iniziative svolte presso le Scuole, nell’ambito del Convegno Nazionale sulla Letteratura, “Chi fuor li maggior tui?”, organizzato da Pietre di scarto, è stata rimandata per un impegno imprevisto dell’Autore)

Ogni volta che mi si dà l’occasione di presentare un libro scritto da Giovanni D’Alessandro, provo grande piacere perché, dotato com’è di profonda sensibilità, scava nell’animo dei suoi personaggi e quindi anche nel mio, e poi lo fa con una grande maestria e sapienza linguistica come vedremo.
Con questo suo libro dal titolo “ Sulle rovine di noi” formato da tre racconti e il commento a dodici fotografie artistiche, eseguite da Stefano Schirato, l’Autore vuole rendere omaggio alle 308 vittime del terremoto che alle 3,32 del 6/aprile/ 2009 ha devastato l’Aquila e molti paesi vicini, tra cui Onna interamente distrutta, che da sola ha contato 40 morti.
Già attenta di mio a tali catastrofi, poiché abitante di una terra ballerina, quale è la Calabria, che dal XVII sec. in poi ha subito ben nove eventi sismici importanti con migliaia di morti di cui l’ultimo, quello del 28/dicembre/1908 catastrofico e accompagnato da uno spaventoso maremoto che ha distrutto Reggio e Messina, mi sono accorta che anche l’Abruzzo  da cui l’Autore proviene è una terra altrettanto soggetta a questi disastri.
L’Aquila, sorta a 800 metri di altitudine dalla fusione di 99 castelli, con 99 chiese e 99 fontane (il 99 si ripete come numero magico), per volere di Federico II, spesse volte è stata colpita dai terremoti e le sue monumentali chiese, da quella di S. Maria di Collemaggio che ospita la tomba del Papa Celestino V a quella di S. Bernardino alla Cattedrale di S. Massimo, hanno subito danni sempre molto consistenti. Ma ogni volta, la città, con fierezza, come dimostra ad un anno esatto dall’ultimo terremoto “il popolo delle carriole” che ricorda i suoi morti con 308 rintocchi di campane e altrettanti palloncini lanciati in cielo, ma poi si mette a spalare i detriti, spostare e catalogare le pietre per ricostruire i monumenti più belli di prima, per  tornare a riappropriarsi dei luoghi dove ognuno è nato, cresciuto, ha passeggiato, sordo a chi vorrebbe una new town in un altro luogo. Questo risponde, come ha ben detto l’Autore, alla fierezza e al carattere, un po’ difficilino degli Aquilani, che dopo ogni disastro si rimbocca le maniche e ricostruisce sempre meglio.
E adesso torno al titolo dell’opera “ Sulle rovine di noi” per dire che un terremoto è una scossa della terra che in un pater noster distrugge tutto, ma è anche una scossa  nell’animo di chi resta che talvolta può arrivare ad invidiare chi è morto, e di chi osserva anche dall’esterno quanto avviene ai propri fratelli nella sventura. Ed ecco la storia di un vecchio che a 70 anni deve sopravvivere alla sua casa distrutta, nel paesino di Onna che ha già pagato, durante le due guerre mondiali, un alto prezzo di sangue, ecco la vecchia che non ha subito morti in famiglia, ma vede troncato il sogno di poter riavere vicino il figlio emigrato a Torino che aveva in animo di tornare al paese d’origine, ecco la storia del soldato della Protezione Civile che piange di nascosto, perché una divisa non si può dimostrare debole, e confronta i morti di Beirut e i morti dell’Aquila coperti dalla calce, ecco il professore d’inglese che apre la porta rimasta intatta su una casa ormai inesistente, ecco la fotografia di una coppia felice il giorno del matrimonio, rimasta quasi integra in mezzo a tante macerie, perché il terremoto colpisce i volumi, gli spessori, non le superfici sottili, ecco la ragazza che vive in una tenda blu  dei tuareg che al mattino non ha la solita visuale di prima del terremoto e perfino una bambina che se prima esalta il vivere nella tenda degli indiani, poi però ha nostalgia del lungo corridoio di casa sua dove il maggiolone avuto da un’ altra bambina in cambio di tre barbie, avrebbe potuto correre velocissimo senza ostacoli e strettezze.
Ma uno dei capitoli più commoventi è quello relativo agli otto giovani rimasti uccisi nella casa dello studente, che sprofondati in un sonno profondo, dopo una serata rumorosa e felice o al pub o in discoteca in compagnia di una fanciulla, hanno avuto appena il tempo di aprire gli occhi, ma non di guardare il disastro e vedere i loro innumerevoli sogni infranti. Uno studente, cioè un participio presente, non può morire, non è naturale che un padre e una madre chiudano gli occhi ad un figlio, sia egli piccolo come l’extracomunitario, il cui corpo ormai senza vita è recuperato durante la diretta televisiva, sia diciottenne che muore per un grande amore verso la nonna che non vuole lasciare sola, perché ha paura e la morte falcia entrambi, il fiore sbocciato insieme al bocciolo, come dicono Catullo e Ariosto.
In questi racconti c’è da parte dell’Autore una pietas di virgiliana e manzoniana memoria che rimanda ad un altro giovane, Masino, protagonista del romanzo “Se un dio pietoso” dove “il giovane non ancora ventenne aveva lineamenti armoniosi e virili su cui indugiava ancora la grazia dell’adolescenza” ed è morto nel terremoto di Sulmona del 1703 e Hocham protagonista de “ I fuochi dei Kelt” schiavo di Vercassivellauno che ad Alesia nel 53 a.C. ha visto infranto il sogno di diventare un uomo libero grazie all’abilità nel guidare il cocchio, dopo aver visto fiorire l’erica solo 15 primavere. Tutti questi giovani sono accarezzati con tenerezza paterna dall’Autore, che quasi si immedesima nel padre che si ferma sulla soglia a guardare il figlio rimasto con il braccio sopra il viso, esattamente come dorme lui. I giovani non devono e non possono morire, ma vivere, sognare, realizzare e raggiungere la felicità come Mara e il compagno 17enne protagonisti di una notte speciale anche se innocente nel primo racconto, messo a contrasto con tante pagine di dolore e morte.
Ho lasciato per ultimo il confronto a distanza di due madri protagoniste del secondo racconto perché è quello che io definisco un capolavoro di delicatezza e amore: Due madri, la nobile Maria Pereyra di Castilbanco y Alia, sposa del signore dell’Aquila Pietro Camponeschi, la cui tomba risalente al XVI sec ed opera dello scultore Silvestro dell’Aquila si trova nella chiesa di San Bernardino, protetta da un’arcata e sopravvissuta a due terremoti violenti del 1703 che fece più di 2000 morti il giorno della Candelora nella chiesa di San Domenico  e quello del 2009 e una madre del XXI sec. non nobile ma ugualmente madre e vittima insieme alla figlia di pochi mesi del terremoto del 2009. La nobile ha voluto con sè la bimba di 15 mesi morta prima di lei di febbre e scolpita nella tomba nell’atto di giocare con i puttini, come in vita giocava con i piccoli delle dame e delle serve di casa, la madre del XXI sec, per volere della nonna e della zia sopravvissute a lei, ha una bara piccola e bianca con i giochi della bimba su quella grande sua. Quale delle due madri è più fortunata? Secondo la nobil  donna è più fortunata quella del XXI sec e perché è morta nello stesso momento della figlia e perché l’immagine delle due bare sovrapposte si è impressa negli occhi del mondo per la potenza della televisione, infatti una madre non può vivere dopo la morte di un figlio e Maria purtroppo ha dovuto sopravvivere a Bea, odiando perfino la luce del giorno in attesa della morte.
E siamo arrivati alla conclusione, ma non possiamo tralasciare di parlare della lingua modulata e varia, perché si va dal registro un pò  scanzonato e talvolta ironico del primo capitolo a quello elegante del cap. in cui si parla della nascita dell’Aquila e del carattere dei suoi abitanti al linguaggio quotidiano e icastico messo in bocca ai due vecchi, al linguaggio tenero messi in bocca alle due madri, a quello settecentesco usato da Francisco Ayna de Huelma Vicario nominato dei Regolori della Città dell’Aquila in Abruzzo Ulteriore nella relazione dei danni fatti dal “tremuoto” del 14 febbraio 1703 resa al Cardinale Ottoboni suo diretto superiore che deve intervenire con donazioni congrue, data la catastrofica situazione di desolazione in cui versa la popolazione sopravvissuta che invidia i morti.
A chiusura del mio intervento, voglio dire che anche se ero informata sull’argomento terremoto, ringrazio l’Autore che mi ha condotto per mano dentro i luoghi, ma soprattutto dentro l’animo dei sopravvissuti a condividere il loro dolore, la loro desolazione, senza tralasciare mai una parola di conforto cristiano sul destino di chi ora guarda i suoi cari sopravvissuti dall’alto della serenità dei cieli.

SULLE ROVINE DI NOI” di Giovanni D’ALESSANDRO e Stefano SCHIRATO, Ed. San Paolo, 184 pp., 24.00 euro

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