Il nuovo Report relativo all’incontro di gennaio 2010 sul tema

CADERE

Il verbo cadere rimanda inevitabilmente alla fragilità, alla caducità appunto, di tutto ciò che è reale e umano. Niente nella vita permane, resiste, ogni cosa è destinata a finire.
La caduta ha innanzitutto una sua fisicità:  la evoca ad esempio la poesia di G. Pascoli “Il tuono” (proposta da Sara Puntillo): “…a un tratto, col fragor d’arduo dirupo/che frana, il tuono rimbombò di schianto:/ rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo/ e tacque…” I versi comunicano l’immagine uditiva di una caduta angosciante in un mondo tutt’intorno sconvolto dalle forze incontrollabili della natura.
Il sentimento dolente della caducità di tutto ciò che vive fuori e dentro di noi è espresso anche dai versi di P. Neruda: “Tutte le forze cadono, muoiono le vite/ L’ansia cade, muore./ Cade, muore il desiderio./Cadono muoiono le fiamme nella notte/ infinita…”

Cadono anche, prima o poi, nel corso della nostra esistenza, le illusioni: “…all’apparir del vero/ tu misera cadesti…” (G. Leopardi), o i nostri giudizi illusori sulle virtù delle persone che ci circondano e di cui ci eravamo fidati: “… si sarebbe detto che tu fossi tale, ricco, come sembravi delle qualità passate al vaglio più fine. La tua caduta, a questo modo, ha prodotto una macchia che induce a sospettare anche degli uomini migliori…” (Shakespeare: “Enrico V”, proposto da Maria Iaria).

L’azione del cadere può però riferirsi anche ad una condizione psicologica: si verifica allora una esplorazione di dimensioni interiori prima sconosciute . A questa scoperta dell’inconscio, che determina una vera e propria svolta esistenziale, allude il brano di “Alice nel paese nelle meraviglie” di L. Carrol, presentato da Franca Crucitti: “…o che il pozzo fosse molto profondo , o che lei cadesse molto lentamente, Alice mentre scendeva ebbe un sacco di tempo per guardarsi intorno e per domandarsi cosa sarebbe accaduto in seguito…”


La stessa accezione del termine, in questo caso il ritorno ad una dimensione inconscia infantile, l’unica in grado di farci percepire il mistero insondabile che è in ognuno di noi, è presente nei versi di P Menghi, Da piccolo: “Quante cose/ vorresti lasciare a qualcuno/ e poi svanire / in un pomeriggio di luce…/ Con gli occhi spalancati/ hai imparato da solo/ a respirare quel cielo/ di rare nuvole bianche, così/ se ora ti lasci cadere/ verso il fondo del mare/ forse abbraccerai quell’albero grande/che da piccolo ti accoglieva/ nel mistero…”.
Ma non tutto nella vita a volte finisce. Forse vengono meno solo le cose false, secondarie o inessenziali, il dolore miracolosamente riesce a compiere una cernita… e rimane solo ciò che ha valore. E’ questo il senso espresso dai versi di Sebastiano De Marco in una poesia proposta da Carmela Ferro: “La certezza si sfalda/ alla prima prova/ e resta/ una vita diversa/ nei limiti che il corpo,/ segnato/ ha dettato./ Cadono/ uno ad uno/ i miti./ Affiora un soffrire/ solidale/ in letti vicini./… E i volti si guardano:/ scomparso è tutto: gli anni/ le rughe, le pene, l’orgoglio./ Tutto tranne l’amare/ la vita che resta.”  

Giuseppina Catone si sofferma su quell’aspetto del cadere che forse sembra il meno doloroso: l’innamoramento. A questo proposito cita Catullo e il suo amore per Lesbia, Anacreonte, Dante e naturalmente la terzina di Paolo e Francesca; il profondo coinvolgimento emotivo di Dante,  dopo aver ascoltato il tragico racconto della colpevole passione dei due amanti, ne provoca un cedimento che sembra una caduta… “E cadde come corpo morto cade.”

Maria Aldarese presenta un excursus di numerosi poeti latini e italiani nei cui versi ricorre l’immagine della caduta: Ovidio, Dante, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio e infine M. Mazzantini che in un brano di Zorro descrive la sensazione che si prova quando il mondo “casca addosso”: “Certe volte si dice che il mondo casca addosso. Si dice tanto per dire. Invece è vero: Sento un botto dentro, nel petto, poi a salice piangente nelle gambe e nelle braccia, un colpo e un vuoto, e appresso viene giù tutto, la libreria, il calendario, le cazzate, tutto…”

Può invece una caduta risultare salutare, apportare conseguenze benefiche, regalare addirittura la felicità? Sostengono di sì Maria Carpenteri e Tita Ferro. Possono infatti cadere muri (la caduta del muro di Berlino), pregiudizi, presunzioni, può cadere il nostro delirio di onnipotenza. La nostra personale esperienza del cadere può infatti aiutarci a prendere coscienza dei nostri limiti e a convincerci della necessità di ricercare con tenacia e umiltà il grande tesoro della verità: “La caduta è provvidenziale per salvaguardare l’equilibrio della persona, provvidenziale se accettata come segno del proprio limite con un pizzico di umiltà ed autoironia, con un amore per la verità di se stessi più grande dell’amore per l’immagine di se stessi che si cerca di custodire e rafforzare ad ogni momento.” (Tita Ferro)
La caduta addirittura può essere la conseguenza dell’incapacità dell’essere umano di sostenere in alcuni momenti di eccezionale intensità, il contatto con la rivelazione e con la felicità. Tita riporta un brano di Erri De Luca, intitolato “Cadute”: “L’intuizione di Rilke sulla felicità mi insegna qualcosa su un accidente delle storie sacre cui avevo poco badato finora. Il fatto che in alcuni momenti della rivelazione gli uomini che ne sono testimoni vengono meno, cadono. […]
Più che cadere cedono per crollo, non per devozione: altre volte infatti non succede. Cedono perché il corpo semplicemente non regge davanti all’energia che si sprigiona dalla rivelazione. Ultimo delle storie sacre a cadere è Shaùl ovvero Saulo, Paolo di Tarso, rovinosamente sbalzato dalla sella e dall’autorità lungo la insidiosa via di Damasco. […] Malgrado la sua sia la sola caduta con conseguenze cliniche, credo che anche per lui, come per gli altri, l’attimo di cadere davanti alla chiamata sia stato esattamente questo: “di quando cosa ch’è felice, cade
”.
Trovare la felicità è dunque cadere o comunque lasciarsi andare fino a toccare, finalmente, terra.

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