TAGLIARE – 29/12/2009

a cura di Carmela FERRO e Giuseppina CATONE

L’officina di oggi si è aperta con la lettura di una scena molto realistica e cruenta che Maria Bambace  ha tratto da La citta’ delle rose di  Daliah Safir, romanzo violento e triste, la cui autrice vive in America da esule. E’ la storia di un ebreo, commerciante di pietre preziose, schedato per aver ideato un gioiello per l’imperatrice Farah Diba. Imprigionato e torturato si salva perché promette tutti i beni che possiede al suo aguzzino. Il brano  presentato è la descrizione del “taglio del pesce”, seguita da una scena ben più cruenta relativa al sacrificio rituale dell’agnello.

Habibeh taglia la testa di un pesce e la getta nella pattumiera traboccante di rifiuti, ma la testa scivola e cade sul pavimento, con gli occhi vitrei che fissano verso l’alto. “Aiutateci a preparare questa cena per tuo padre. Non sei contenta che sia tornato a casa?” Shirin non ha ancora visto il padre, o meglio, lui non l’ha ancora vista. “Tuo padre  è tornato” è tutto quello che le ha detto a voce bassa sua madre quando è rientrata da scuola, quel pomeriggio. […] Qualcuno suona il clacson di fuori. “E’ Abbas!” grida Habibeh dalla cucina. “ Venga, khanoum, venga!”.
Alcuni minuti più tardi, in cortile, Abbas, il giardiniere, è accovacciato sopra un agnello, con un coltello in mano. Tira indietro la testa dell’animale con una mano e con l’altra gli taglia di netto la gola. Il sangue esce a fiotti, scorrendo sulla sua mano nuda e formando una piccola pozzanghera vicino alla piscina. L’agnello si abbatte sul terreno. “ Allah-o-Akbar!” dice Abbas. “ Grazie a Dio per il ritorno di Amin- agha! Che possa vivere sempre in buona salute!” Si deterge il labbro superiore, imperlato di sudore, con un fazzoletto, mentre il coltello gli pende dalla manica del soprabito come un’estensione del braccio.
L’odore del sangue riempie il giardino. Shirin nasconde il naso dentro il colletto della camicia e si mette in disparte, mentre Abbas annaffia per terra. Sta calando la sera, i lampioni si accendono uno dietro l’altro. Una luce funerea scende sull’animale morto. Il cane corre su e giù per le scale , agitato.
Ma perché la gente ringrazia Dio con il sangue? si chiede Shirin. Per quanto l’episodio sia molto lontano nel tempo, Shirin ricorda ancora come, in un’altra occasione, Habibeh e Abbas, che non avevano i soldi per comprarsi un agnello, avessero spinto i suoi genitori a farlo per loro e a sacrificarlo, secondo quanto è prescritto dalla religione, in segno di ringraziamento al Signore. Il padre e la madre avevano accettato di compiere quel sacrificio rituale, ma Farnaz aveva rifiutato di assistere all’uccisione dell’animale e aveva vietato anche a Shirin di essere presente. Oggi, invece, è rimasta lì a guardare, senza tirarsi indietro, senza dire una parola, neppure a Shirin.
In cucina si riprendono i preparativi per la cena e, un’ora e mezza dopo, compare Habibeh con un vassoio di carne, tagliata a pezzi: costolette, cosce, zampe e intestino.
“Guarda questa carne !” dice Habibeh
.

Vittoria Mallamaci ha inteso il valore del verbo tagliare in un senso diverso, non una fine cruenta, ma un inizio: leggendo il brano “Germogli” di Hermann Hesse ci presenta la forza vitale del germoglio che si apre alla vita spaccando la pianta.

La lontana selva riluce da qualche giorno di un verde nuovo: sul bordo del viottolo argilloso oggi ho trovato la prima primula semiaperta; nel cielo terso ed umido sognano le leggere nuvole di aprile e i vasti campi, appena arati, sono di un verde bruno così splendente e si piegano all’aria tiepida così bramosi, come se avessero nostalgia di ricevere e di produrre, e di mettere alla prova le loro forze di migliaia di germogli e steli tesi verso l’alto, di sentire e di donare. Tutto trepida, tutto si prepara, tutto sogna e sboccia in una sottile, tenera ed incalzante febbre del divenire – il germoglio brama il sole, la nuvola il campo, l’erbetta le correnti. Di anno in anno, a quest’epoca, sto in agguato con impazienza e desiderio, come se un attimo straordinario dovesse svelarmi il miracolo della rinascita, come se per un’ora intera potessi vedere, comprendere e vivere la completa manifestazione della forza e della bellezza, la vita che spunta sorridendo dalla terra e apre alla luce i suoi grandi e giovani occhi. E anno dopo anno il miracolo mi passa accanto diffondendo le sue note e i profumi, amato e adorato; e incompreso. E’ qui e non l’ho visto arrivare, non ho visto schiudersi l’involucro del germoglio, non ho visto tremare nella luce la prima    tenera fonte.
I fiori sono improvvisamente ovunque, gli alberi risplendono di fogliame lucente o di una bianca e spumosa fioritura, e gli uccelli si lanciano in volo esultanti descrivendo graziosi archi attraverso il tiepido azzurro. Il miracolo è compiuto, anche se io non l’ho visto, i boschi si inarcano, vette lontane chiamano. E’ tempo di preparare borsa e stivali, canna da pesca e attrezzatura da voga e gioire con i cinque sensi del giovane anno che ogni volta è più bello di quanto sia stato il precedente e sembra avanzare più in fretta

Maria Giglio presenta tre brani in cui il verbo tagliare assume significati diversi: nel primo, tratto da Patagonia Express di Luis Sepulveda, nella descrizione di un viaggio con Bruce Chatwin,  è  evidente la volontà di tagliare i ponti; nel secondo, I segreti del Bosco Vecchio di Dino Buzzati, viene rappresentato il taglio di un bellissimo bosco per volontà di un colonnello che intendeva così aprire un varco al passaggio dei soldati; nel terzo, estrapolato da I ponti di Madison County di R.S. Waller, il taglio è la chiusura di un rapporto.

Carmela Ferro presenta la poesia di Evgenij Evtuscenko Invidia, in un passaggio della quale si evidenzia anche il concetto del saper tagliare:

Ho invidia.
E’ un mio segreto che sinora
non ho rivelato mai a nessuno.
So
che vive un ragazzo in qualche luogo
e sono molto invidioso di lui.

Lo invidio
per il modo in cui si azzuffa,
– io non fui mai cosi animoso e semplice.
Lo invidio
per il modo in cui sorride,
– così non risi mai nella mia infanzia.
E’ coperto di graffi e di bernoccoli
– io fui sempre pettinato e incolume.
Leggerà,
anche in questo egli è piú forte,
tutti quei punti
che saltai nei libri.
Sarà onesto, di un’aspra rettitudine,
nel difendere il bene e la certezza,
là dove abbandonai la penna:
“E’ inutile…”
dirà:
“Vale la pena!”,
riprendendola.
Se scioglierà,
saprà pure recidere.
mentre io non so recidere
né sciogliere.
Se amerà,
saprà non disamare,
mentre io mi innamoro
e disamoro.
Io sorrido,
celando la mia invidia.
Faccio finta d’essere un ingenuo:
“Vedi, c’è chi ha bisogno di sorridere,
chi ha bisogno di vivere altrimenti…”
Per quanto io mi ripeta tutto questo,
dicendomi:
“A ciascuno il suo destino”,
non dimentico mai che c’è un ragazzo,
che raggiungerà cose piú grandi
.

Franca Crucitti ci legge la famosa e bellissima poesia di Eugenio Montale, Non recidere, forbice, quel volto, dalla quale emerge la richiesta-desiderio del poeta di non “tagliare” con il suo passato ed i suoi ricordi:
 
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
 
Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre
.
Giuseppina Catone legge due poesie di Wislawa Szimborska, la grande poetessa polacca, premio Nobel nel 1996.
La prima, Decapitazione, è la descrizione della decapitazione di Maria Stuart attraverso veloci immagini contrastanti, che sottolineano due stati d’animo opposti:

Décolleté deriva da decollo,
decollo significa taglio il collo.
La regina di Scozia Maria Stuarda
Salì sul patibolo con una camicia adatta.
La camicia era scollata
E rossa come un’emorragia.

Nello stesso momento
In una sala isolata
Elisabetta Tudor regina d’Inghilterra
Stava accanto alla finestra con un vestito bianco.
Il vestito era trionfalmente abbottonato sotto il mento
E chiuso da una gala inamidata.

Pensavano all’unisono:
“Signore, abbi pietà di me”.
“La ragione è dalla mia parte”.
“Vivere ossia ostacolare”.
“In determinate circostanze la civetta è figlia del fornaio”.
“Non finirà mai”.
“E’ già finita”.
“Che faccio qui, dove non c’è nulla”.

La differenza d’abito – sì , di questa possiamo esser certi.
Il particolare
È  inflessibile
.

La seconda, Divorzio, è straordinaria per la descrizione degli effetti di questo taglio familiare su persone e cose:

Per i bambini è la prima fine del mondo.
Per il gattino un nuovo padrone.
Per il cagnolino una nuova padrona.
Per i mobili: scale, fracasso, prendere o lasciare.
Per le pareti i segni dei quadri.
Per i vicini, chiacchiere e noia interrotta.
Per l’auto, meglio se fossero state due.
Per i romanzi e le poesie – ok, vedi tu.
Va peggio con l’enciclopedia e gli apparecchi video,
e poi con quella guida alla scrittura corretta,
dove forse ci sono consigli in merito ai due nomi –
se ancora unirli con la congiunzione “e”,
o se ormai separarli con un punto
.

Tita Ferro conclude con un intervento molto ricco e pieno di spunti di riflessione, spaziando come al solito dalla letteratura alle altre arti. Il primo riferimento è Atropo, la più anziana delle tre Parche, che aveva il compito di recidere con lucide cesoie il filo della vita.
A questo proposito ci viene in mente l’episodio della morte di Didone nell’Eneide di Virgilio, dove la sfortunata regina, che cerca la morte anzitempo e di sua propria mano, non riesce a morire perché Iride non le ha ancora reciso il biondo capello che rappresenta il legame con la vita:

Ratto spiegò la rugiadosa dea
le sue penne dorate, e ‘ncontra al sole
di quei tanti suoi lucidi colori
lunga striscia traendo; indi sospesa
sopra al capo le stette, e d’oro un filo
ne svelse e disse: «Io qui dal ciel mandata
questo a Pluto consacro, e te disciolgo
da le tue membra». Ciò dicendo, sparve.
Ed ella, in aura il suo spirto converso,
restò senza calore e senza vita
.
 
L’intervento prosegue con la dovuta citazione del Taglio del bosco di C. Cassola e con la descrizione di questa operazione trovata su Internet:
Tagliare il bosco è un’operazione che richiede una grande esperienza, un occhio vigile e attento, una capacità di prevedere eventi e pericoli. ….  Un tempo ogni pianta veniva valutata per quello che se ne poteva ricavare: legname certo, ma anche pali per le vigne, attrezzi necessari per le più svariate incombenze, anche occasionali.  Il boscaiolo, che era anche contadino e allevatore, “vedeva” già nella pianta il suo utilizzo finale, immaginando già un manufatto dentro il tronco o i rami, così come Michelangelo vedeva le sue statue dentro il marmo e si limitava a togliere il superfluo … Il taglio del bosco non si poteva fare sempre: bisognava aspettare che cadesse la foglia, che cioè la pianta avesse terminato il suo ciclo estivo.  Poi si poteva tagliare sino a marzo, prima del risveglio primaverile. 
Si tagliava con la luna calante, all’ultimo quarto di luna fino a luna nera compresa.  Questa storia, della luna, non è una leggenda o una credenza superstiziosa: la legna tagliata in luna sbagliata non arde o arde male e fa fumo e, se si usa il tronco per ricavarne manufatti, si può star certi che questi verranno attaccati dal tarlo.  D’altra parte, se la luna ha influsso sulle maree (in qualche caso anche sui cervelli), non è poi così inverosimile che produca effetti particolari sulle piante e non solo
.

Infine Tita aggiunge un testo poetico molto significativo da cui si evince come il tagliare sia importante anche secondo il fine che ci si propone: Abbi cura di Raymond Carver.

Dalla finestra la vedo chinarsi sulle rose
reggendole vicino al fiore per non
pungersi le dita. Con l’altra mano taglia, si ferma e
poi taglia ancora, più sola al mondo
di quanto mi sia mai reso conto. Non alzerà
lo sguardo, non subito. È sola
con le rose e con qualcosa che riesco solo a pensare, ma non
a dire. So bene come si chiamano quei cespugli
regalatici per le nostre recenti nozze: Ama, Onora e Abbi Cura…
è quest’ultima rosa che lei all’improvviso mi porge, dopo
essere entrata in casa tra uno sguardo e l’altro. Affondo
il naso in essa, ne aspiro la dolcezza, la lascio indugiare-profumo
di promessa, di tesoro. Le reggo il polso per avvicinarla ancora,
i suoi occhi verdi come muschio di fiume. E poi la chiamo, contro
quel che avverrà: moglie, finché posso, finché il mio fiato, un petalo
affannato dietro l’altro, riesce ancora a raggiungerla
.

Per concludere il nostro incontro sul verbo “tagliare”  Tita cita Michelangelo ed il suo metodo di procedere nella scultura, definita da lui stesso come un’arte che viene creando per “via di levare”, piuttosto che di porre. Tagliare via il superfluo, quindi, perché possa venir fuori il capolavoro che in esso è già contenuto.

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