Due personaggi nei ricordi di Maria GIGLIO

Nella veranda inondata di sole, mi accomodo sulla vecchia poltrona di vimini e chiudo gli occhi, crogiolandomi beata nel calduccio che, in pieno gennaio, mi appare proprio come un dono del cielo. Mentre sono persa in mille pensieri, un cinguettio assordante rompe improvvisamente il silenzio e mi costringe ad aprire gli occhi e guardare il cielo: sono frotte di stornelli neri che tutti insieme volteggiano nell’azzurro in giochi sincronici. Improvvisamente quella vivacità, quell’allegria richiamano alla mia mente i cortili della scuola, i giochi dei ragazzi durante l’intervallo o nei pomeriggi di tempo pieno.
Già, i bambini! … Quanti in tanti anni di insegnamento! … Bruni, biondi, rossi come pel di carota, carnagioni chiare, scure, bianchissime e lentigginose. Era bello stare in mezzo a loro, godere della loro spontaneità, della sincerità dei loro cuori. Era bello ascoltarli, osservarli; la durezza della vita non li aveva ancora sfiorati, non li aveva corrotti, non li aveva cambiati, erano ancora autentici, puri, erano sacri. Con loro, ricordo, si stabiliva una osmosi che ci aiutava a crescere insieme, scambiandoci valori autentici. Tra la moltitudine di visi, di sguardi, di comportamenti, che spesso affollano la mia mente due di loro hanno sempre occupato un posto privilegiato nei miei ricordi e nel mio cuore: Nivella e Lina.
Come dimenticare Nivella? Fin dal primo giorno di insegnamento a Gallicianò dove ero stata nominata, Nivella arrivava cavalcando un asino inquieto, dominandolo come fosse Jhon Wine. Occhi neri spavaldi e sorridenti, capelli crespi al vento, magro e scattante, scendeva dalla groppa con un balzo e mi porgeva enormi mazzi di viole che raccoglieva nei prati degradanti intorno alla scuola; ho ancora nelle narici il profumo inebriante di quei fiori. Era il boss della classe, tutti lo ammiravano, lo seguivano. Ma fu come un capriccioso vento di primavera: dopo le vacanze di Natale non tornò più: mi comunicarono poco dopo che si era trasferito a Torino con la famiglia. Ci rimasi molto male; mi ero abituata all’animazione che riusciva a suscitare attorno a a sé, a quelle vibrazioni che mantenevano tra i componenti della classe un’atmosfera di gradevole complicità. Sì, rimase veramente male! Per lungo tempo, mentre spiegavo una lezione o passeggiavo per i banchi per correggere i compiti, i miei occhi si posavano su quella sedia vuota e un nodo mi stringeva la gola. Negli anni successivi, occasionalmente, la risata di un bambino o un suo gesto ne rinnovava il ricordo e mi chiedevo quale fosse stato il suo destino: il boss autentico o l’uomo vero? Ebbi la risposta moltissimi anni dopo, dovuta ad uno di quei misteriosi accadimenti che non sappiamo a chi attribuire: al caso? ad una volontà superiore? Ad altre entità che determinano condizioni per cui siamo costretti ad attraversare quella strada? Fu l’anno in cui trascorsi le vacanze estive a Bressanone. Quello di visitare il Trentino era un vecchio desiderio che finalmente ero riuscita a realizzare, vivere qualche tempo tra boschi e montagne severe, ma accoglienti, che ti danno il senso del mistero, ma ti insegnano anche il valore del silenzio e della riflessione. Ero contenta; insieme alla mia famiglia trascorrevamo tantissimo tempo in escursioni che ci portavano attraverso prati immensi e boschi di abeti e larici, ritornando poi ad una pensione accogliente certamente molto stanchi ma anche soddisfatti. Fu in una di queste escursioni che scivolai battendo un ginocchio su di un sasso appuntito. Mi portarono al pronto soccorso di un ospedale. Mentre ero in attesa  di essere visitata osservavo come tutto fosse straordinariamente pulito, lucido come un piatto di porcellana, come tutto fosse ben organizzato e funzionale. Ciò mi diede conforto e fiducia. Finalmente venne il mio turno e venni introdotta in un ambulatorio di chirurgia dove un medico, volto id spalle, armeggiava con gli strumenti del suo lavoro. Era alto, bruno, capelli ricci. Quando si girò mi sorrise in modo rassicurante e si predispose ad intervenire sul mio ginocchio: lo guardavo con attenzione, i suoi lineamenti mi ricordavano qualcuno. Mentre puliva la mia ferita, come un respiro che non riesci a trattenere perché soffochi, mi uscirono dalle labbra parole incomprensibili alle infermiere che mi stavano attorno: Gallicianò … Gallicianò, le dice niente Dottore? Sollevò lo sguardo incuriosito solo per un attimo, poi tornò impassibile al suo lavoro. Mi rimproverai per l’impulsività assurda a cui avevo ubbidito e pensavo di dovermi scussare, ma il dottore, terminato il suo lavoro, si volse verso di me con un sorriso spavaldo: “sì, sono nato a Gallicianò, ma sono andato via quando ero bambino. Ma lei come fa a saperlo?” “Sono la maestra Maria, Nivella, non ti ricordi di me? Ci abbracciammo commosii, mentre lui diceva: “Quella scuola arroccata sulla collina è uno dei ricordi più belli della mia infanzia”. Tornai alla pensione incurante del dolore al ginocchio, ero felice: non era diventato un boss, non aveva scelto la strada più facile, ma quella più ardua e difficile: essere di aiuto e conforto all’umanità sofferente.

Insegnavo in una piccola frazione dello Zoparto in Aspromonte quando insieme alle altre alunne incontrai la piccola Lina. Era minuta, fragile, diafana, ti dava l’impressione che anche un solo soffio di vento potesse portarla via. Quando per iniziarla all’uso della penna tenevo la sua manina nella mia, trasmetteva un tremore leggero ed innocente simile a quwllo di un uccellino impplume, suscitando in me una tenerezza materna: per la sua eccessiva timidezza e ritrosia divenne l’alunna alla quale dedicavo particolari cure ed attenzione.
Pian piano acquistò più sicurezza e mi ricambiava apprendendo in fretta, diventando in breve tempo la più attenta e la più brava della classe. Ogni giorno verso le ore dieci le lezioni venivano interrotte per consentire ai bambini di consumare la colazione: tiravano fuori dalle loro cartelle pagnottelle di pane di grano imbottite di fette di salame, formaggio o prosciutto, che consumavano con evidente piacere.
Tutti condividevano quel gradevole momento, tranne Lina: se ne stava taciturna al suo posto in un atteggiamento tra il paziente e il rassegnato, in attesa che terminasse l’intervallo; unica tra tutti non portava la colazione, non ne mostrava apparente necessità. “Non ha appetito, pensavo, ecco perché è così pallida e magra”. Una mattina, preoccupata di capirne di più , mi avvicinai a ei e le porsi la mia brioche. Lina l’afferrò e la mangiò in un baleno: da quel giorno le portai sempre una colazione abbondante e nutriente.
Qualche tempo dopo, in occasione id una riunione coi genitori, conobbi la mamma di Lina. La osservai con particolare interesse, con l’intento di capire quella mamma così poco attenta ai bisogni primari della sua bambina. Mi parve una donna piuttosto giovane, ma anche provata da eccessiver fatiche, probabilmente le toccava conciliare il lavoro nei campi con tutti gli altri impegni familiari e chissà quant’altro, comprese numerose gravidanze. Quando si avvicinò e mi porse la mano, le sue dita avevano la durezza del legno. Nel corso della chiacchierata le chiesi con garbo il motivo per cui Lina non portava mai la colazione a scuola. Mi guardò quasi sorpresa, esprimendo con lo sguardo ancor prima che con le parole il rifiuto di ogni sua eventuale responsabilità, poi a conferma del suo punto di vista disse: “Noi siamo tutti figli del destino e il nostro è questo. Al mattino posso preparare la colazione solo per i figli maschi, sono loro che devono crescere forti e robusti perché così da grandi potranno essere di grande sostegno per la famiglia. Le donne no, rappresentano un peso. Se muore una figlia femmina non piange nessuno”.
Non credo di avere  obiettato nulla di particolarmente sensato, tanto quella dichiarazione mi aveva resa incredula e sgomenta, mi appariva assurda, cinica, crudele.
Quel giorno sul treno che mi riportava a casa, le parole della donna mi   martellavano ossessivamente, non sapevo se averne pietà o disprezzo, non potevo accettare che il bisogno, la miseria, la sofferenza potessero cancellare dal cuore di una donna l’istinto materno che è sempre così vivo anche nel mondo animale  dove i figli non hanno sesso, ma tutti i bisogni da soddisfare  indistintamente. All’indomani di quell’incontro e per tutto il tempo che Lina rimase nella mia classe ebbe ogni giorno la sua colazione e con la collaborazione di una brava bidella anche un ovetto fresco. Pian piano le sue labbra e le sue guance assunsero un colore roseo e i suoi occhi si animarono e cominciò a sorridere fiduciosa. La seguivo amorevolmente mentre giocava in cortile così fine e delicata, mi piaceva immaginarla come una principessina delle favole.
Poi la vita e il destino di ognuno seguì il suo corso, a seguito di trasferimenti per avvicinarmi a casa, non ebbi più notizie di Lina. Molti anni dopo, incontrando la brava bidella dell’uovo fresco, venni a sapere che  la leucemia si era portata via quel fiore destinato ad appassire prima del tempo. Non l’ho mai dimenticata. A volte d’estate, nelle notti d’agosto trionfanti di stelle, ne cerco una più piccola e lucente e mi piace immaginare che Lina si sia rifugiata Lassù.

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