di Gianni CARTERI

I poeti conclamano il vero / sono inermi. /Lasciamoli al loro linguaggio, l’esempio / del loro vivere nudo / ci sosterrà fino alla fine del mondo / quando prenderanno le trombe / e suoneranno per noi.
Sono versi di Alda Merini,  matta come lo fu  Calogero,e uno dei nostri poeti più veri, una voce  che – come dice Franco Loi, “si lascia parlare dall’ignoto, che procede dalle oscurità piuttosto che dalle troppe sapienze della mente, che sa trascorrere tra i dolori e i deliri senza cedere al compiacimento”.
Questo mio omaggio a Lorenzo Calogero era un atto dovuto, perché negli ultimi anni mi è stato accanto nella sofferenza quotidiana che a giorno a giorno mi scarnisce, mi sfibra, con il mio cuore sempre più stanco di sopportare il peso del tempo.
Ed allora cerco un appiglio alvarianamente nella notte della stanza, perché di notte il silenzio è come un’acqua ed io bevo, bevo, mentre l’orologio misura scalpitando il tempo. Nelle giornate talora interminabili attendo con calma il mio taciturno turno di partire, ben consapevole insieme al Nostro  che siamo legati alla vita da sottilissime vene.
Mentre nel luglio scorso, meditabondo, stavo seduto su una comoda panchina di legno in via Medina, accanto alla fontana del Tritone, mi è parso per un attimo di scorgere la figura stanca e barcollante di Lorenzo Calogero. Avevo portato con me le sue poesie che sul treno mi avevano fatto compagnia come tante “filigrane infilzate dentro un raggio di sole” e mi aiutavano a capire, intuire la vera essenza del poeta:
Sono il solitario origliere/ di ciò che dorme/. Perciò scrivo/ colla tacita mano,/ l’occhio rivolto ai sonni.

Oggi mezzo assopito/ nel frastuono grondante / nuvole bionde dal cielo infinito / guardo solitario i passanti dal volto duro / dai torbidi occhi incavati.

E tutto odorava di menta/ e del profumo delle viole, delle viole da noi raccolte/ come pallida messe di sogni.
 
Mi viene istintivo accostare l’abitudine ad ascoltare di Calogero al mio Pavese del bellissimo articolo scritto il 20 maggio 1945 per L’Unità Ritorno all’uomo, il cui incipit è l’emblema di una generazione:
Da anni tendiamo l’orecchio alle nuove parole(…) conoscemmo la carne e il sangue da cui nascono i libri.(…) Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi. Le parole sono il nostro mestiere. Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro.

Continuavo a pensare alla Napoli dei primi anni Trenta dove Calogero tra il 1929 e il 1937 studiò per diventare un bravo medico: una città magicamente descritta da Peppino Marotta ne “L’Oro di Napoli” e da Anna Maria Ortese ne “Il mare non bagna Napoli”. Li ho riletti d’un fiato e mi sono emozionato perché a Napoli non tornerò più.
A luglio, la città si spalanca come una rosa nel bicchiere, lo spremilimoni nel suo chiosco non riesce a stare un attimo zitto: leggere con la frescura che arriva dal porto ti stacca dal mondo. Mi par di vederlo Calogero con il suo Frontespizio, attraversare di fretta la vie del centro storico napoletano e non veder l’ora di divorare le pagine di una rivista che voleva togliere alla cultura cattolica la patina di conformismo che la confinava ai margini, e aprirla così alle esperienze dell’arte e della cultura contemporanee. La vera anima della rivista era Don Giuseppe De Luca, uno dei protagonisti più notevoli della cultura italiana del secolo scorso, che iniziò subito a collaborare perché vedeva nel Frontespizio una delle vie per portare la cultura cattolica fuori dalle sagrestie e agire liberamente accanto e in mezzo alla cultura laica per infondere nella anemica  letteratura italiana un poco di vita interiore.
Se vi andate a leggere i carteggi tra Piero Bargellini e De Luca , tra Carlo Bo e De Luca, tra Ungaretti e Prezzolini, vi renderete conto perché le prime poesie di Calogero vennero rifiutate da Betocchi e in un certo senso obbligarono il poeta a tuffarsi  con più lena nel mestiere di poeta con risultati  straordinari e inimitabili. La vera poesia – annotava Montale – quando c’è può sempre attendere il suo turno. 
La ininterrotta poesia di Calogero ci obbliga ogni volta che apriamo i suoi libri ad una lettura molto impegnativa e defatigante. Come scrive Dante Mafia la sua “è una poesia travolgente: pare di trovarsi di fronte ad accumuli di fuochi d’artificio che si aprono a ripetizione, senza sosta, senza mai una pausa che consenta di fermarsi su un’immagine , su un pensiero, su una nota. Tutto un susseguirsi di metafore di cui non si conosce l’approdo.”
C’è in lui come un furore espressionistico tra il patologico e il poetico, un discorso ininterrotto che dà luogo ad arabeschi linguistici che segnano tutto un percorso ben definito. E’ lui stesso a definire l’essenza della sua poetica in una lettera a Sinisgalli: “Quando tendo a realizzare un’immagine, ne distolgo quasi apposta il lettore con un altro verso in un’altra direzione”. La lettura delle sue poesie è cosa ardua, perché in lui la parola è del tutto spogliata del suo contenuto semantico e ridotta a puro segno. La vita a giorno a giorno gli sfuggiva, dissanguata dall’altra “vita acre dei segni”.
Quando avremo preso completa visione degli ottocento quaderni inediti riusciremo a dare più compiutezza al suo profilo, alla sua poetica e alla sua vita, sempre mossa da densi venti che spesso non facevano sentire il suo grido di dolore:

Giorno dopo giorno ho combattuto/ solo  col mio dolore.

D’autunno son guaste le parole./  Penso anch’io. Nell’occhio stanco/ riconduco il senso della vita.

Lascio che il tempo  in me parli antico / e lasci un sapore salmastro / nelle mie parole,coi suoi  soavi detti./ Aspiro ad una veste / d’assoluto silenzio.

Sto con le ginocchia piegate/ in un tabernacolo di luce / in puro atto d’amore. 

I pensieri a stormo passavano cortissimi/ e i supplizi erano il pensiero più disadorno / quelli alla cui rupe del tempo / era un faggio intorno.

Non si aveva bisogno di sogni/ quando una nebbia liquida / era che rincasa; ma tu nel sangue magico/ giorno dopo giorno spegnevi la corsa.

Tu eri pazzo e nessuno ti bada/ sovranamente tra quelli/ che una volta ti guardavano, ti mordevi/ un dito in mezzo alla tua casa,/ quando morte era/ o era un desiderato nulla.

Ma come nasce la poesia di Lorenzo Calogero? Istintivamente ho pensato al mio Pavese che da Brancaleone così scriveva nel suo Segretum professionale:
Questa sera, sotto le rocce rosse lunari, pensavo come sarebbe di una grande poesia mostrare il dio incarnato in questo luogo, con tutte le allusioni d’immagini che simile tratto consentirebbe. (…) Perché non posso trattare io delle rocce rosse lunari ? Ma perché esse non riflettono nulla di mio, tranne uno scarno turbamento paesistico, quale non dovrebbe mai giustificare una poesia. Che viene a dire come il primo fondamento della poesia sia l’oscura coscienza del valore dei rapporti, quelli biologici magari, che già vivono una larvale vita d’immagine nella coscienza prepoetica.”
L’amico Vito Teti mi ha preceduto in un’intuizione che mugolavo da tempo tra me e me: “La parola calogeriana, come quella di Pavese, scorge il senso del luogo nel dio incarnato, nella natura dei suoi spazi”. Le prime prove poetiche di Calogero partono da questa natura divina, da questo panteismo creando con il passare degli anni nuovi nuclei attivati da un sangue ritmico sempre più incalzante e attraversato, nelle prove più mature e riuscite, dal demone dell’analogia:

Dalla lontananza/ dei boschi una voce viene: / suona all’orecchio (…) Io dico che questa voce , / la voce della poesia, / si ripete per questi  chiari / spazi stellari e riempie di sé/ questo firmamento delle cose.

L’afosa luna non sai più che sia, quali/ remoti esseri s’allontanano dormenti, se in fermo / sonoro fumo, fuoco e sonno sono della terra / intorno all’aria o nel remoto centro ./la marea è bassa entro cui mi raccolgo,/ mi ravvolgo anch’io. Raggi vedi, / nostalgica un’ala immersa / nella solitudine dell’immenso.

La rivista “Poesia” del giugno 2008 ci ha ridato in copertina  l’unica  nitida immagine di Lorenzo Calogero in Piazza Duomo a Milano. Un poeta piccolo, magro, storto (così lo descrive il Tedeschi) “Faccia semiglabra e lucida, occhiali tondi e antichi, occhi vividi o spenti allo stesso tempo. “Nel descrivere il suo incontro con il poeta, Tedeschi ricorda quando l’accompagnò al Policlinico: “Lo spogliarono, lo spulciarono, gli fecero una doccia. Ricomparve con un camice bianco enorme, tratteneva a stento le lacrime, “una figura pallida e disordinata, suggestionante e dispettosa, apparentemente senza storia, a cui tutto capita per ineluttabilità.”
Calogero aveva cinquanta anni e veniva da tutta una serie di fallimenti nella sua vita professionale di medico. Decise allora di dedicarsi interamente al lavoro letterario tornando definitivamente a Melicuccà, suo nido materno e matrigno che lo chiamava come una sirena, che gli sorrideva come una sfinge, che alla fine lo ha castigato come una medusa, sorella carnosa e vicina. Ritorna alla sua rozza infanzia che prega e piange, / si estasia di sole morente /, in una riva autunnale. Appare evidente il riferimento al mare di Bagnara, della Costa Viola con il superbo e mitico scenario delle Eolie:

Paese del bosco. Vane immagini della strada. / Tu ritorni . Sì presto! Approdano / popoli nuovi in quest’angolo/ azzurro violetto./ Vergini / variegano le nude ciglia del sonno/ i risvegli ti allettano/ lungo il percorso.

E le borgate, le vigne fiorenti / risplenderanno di sole.

Guardi nei cerchi/ concentrici della memoria: melodiosi/ si congiungono a me in sogno al luogo / che ti fu caro.

Io mi ricordo dei tempi passati, antichi./ Tutto era accolto nel calmo/ taciturno lento svolgersi delle stagioni./ tutto si muoveva lento quieto, / quasi senza un perché./ Ascoltavo la prima voce dei pastori/ al limite dei tempi solitari,/ finchè  non me la ritoglieva/ la voce impetuosa del vento./ l’urlo delle passioni/ non era ancora solitario entrato/ nel cavo delle vene  a scuotermi./ tutto era calmo solare/ come un giorno aperto.

Calogero crede nella parola, incarnata nel mondo che lo circonda, a cui vuole dare un significato, trovare le vere radici: la poesia lo aiuta pavesianamente a difendersi dalle offese della vita. La poesia, anzi, diventa la residua, unica compensazione alla vita.

Solo la parola/ può salvare la mia anima/ solo che sia  grido riflesso/ d’un illuminato mondo, / del mondo che vedo vaneggiante / nella mia anima./ Troverò  le nude radici di esso.

Se c’è un autore al quale si può ricondurre l’esperienza poetica di Calogero io farei il nome di Mallarmè, sempre alla ricerca della parola assoluta, bruciata da ogni scoria di materialità, di incrostazioni. Anche il poeta di Melicuccà fa suo, per dirla con Hugo Friedrich, l’allontanamento più radicale dalla lirica imperniata sulla esperienza vissuta e sulla confessione. Questa ricerca, quasi ascetica, di assoluto, di parole incontaminate, porta Calogero al dramma dell’inespresso, dell’oscurità.
Il critico tedesco spaziando attraverso diverse lingue e letterature conduce per mano il lettore nei labirinti delle poetiche. Ne emerge il lato più caratteristico del poeta moderno, il suo uso più suggestivo che comunicativo del linguaggio. Questo radicalizza al massimo espressioni conosciute e praticate anche in epoche precedenti al Novecento.
Scrive Hugo Friedrich:
La lirica moderna  pone alla lingua il compito paradossale di esprimere e al tempo stesso celare un significato. L’oscurità è divenuta un principio estetico universale. E’ essa che stacca così la poesia dalla normale comunicazione della lingua, per tenerla librata in una sfera in cui essa più allontanarsi che avvicinarsi.
Lorenzo Calogero è tutto questo e a mio avviso da qui bisogna partire per  entrare nel suo mondo poetico. Gli inediti in questo ci saranno d’aiuto.
Per il poeta di Melicuccà la realtà non deve esistere. Va quasi rifiutata per viverla al di fuori di ogni impegno. E così il mare, componente essenziale del suo paesaggio poetico, si traduce in metafora della desolata e disperata solitudine dell’uomo.
   
Entro una superficie/ liscia si distingueva di un’infinita / distesa il bagliore.
 
Era anche stata la condizione di Cesare Pavese nella solitudine del confino calabrese, a Brancaleone:

Uomo solo dinanzi all’inutile mare, / attendendo la sera, attendendo il mattino.

L’uomo solo si leva che il mare è ancora buio / e le stelle vacillano. (…) Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà.(…) L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire./ quando l’ultima stella si spegne nel cielo, / l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Anche le labbra di Calogero, arse di solitudine, sono ormai stanche di rivolgersi al mondo delle lettere che non lo comprende. Aveva tentato due volte il suicidio, le malattie immaginarie lo tormentano ancora di più,viene ricoverato a più riprese nella clinica Villa Nuccia a Catanzaro, ritorna nell’isolamento periferico della casetta di Melicuccà, di proprietà della famiglia, al limitare del bosco. Inizia a nutrirsi di caffè fortissimo, sigarette Alfa, Talofen e Luminal. Continuava a scrivere, a riempire quaderni a quadretti, è stanco di urlare senza voce. Quasi cade la fiducia incondizionata in un sol Dio, in quel Dio che da giovane ritrovava in ogni cosa e che lo faceva sentire misero  frumento/ che giace  sepolto nel mare della terra/ per crescere / per diventare un mare di spighe.
 
Tendetemi la mano/ ed accoglietemi nel  grembo vostro:/ mai desiderai la morte / come in questo momento.

Forse ora io esulto/ ed imploro morte a piene mani.

Intuisce che il mondo sta prendendo altre strade, opposte alla sua vocazione di poeta. E’ lo strano, amaro destino dei poeti. Ecco cosa scriveva da Milano in data 8 novembre 1914 Giuseppe Ungaretti a Prezzolini:

Sono uno smarrito. A che gente appartengo, di dove sono? Sono senza posto nel mondo, senza prossimo. Mi chino verso qualcuno, e mi faccio male. E come fare a vivere e continuamente rinchiudersi come una tomba? E’ questa la mia sorte. E chi dovrebbe accorgersi che patisco? Chi potrebbe ascoltarmi? Chi può dividere il mio patimento. Mi distruggerò al fuoco della mia desolazione.

Quell’Ungaretti delle trentatrè liriche del Porto sepolto, uomo di pena , pena di spirito e corpo, la solitudine metafisica e la rassegnazione alla propria croce, che a Napoli Calogero si era quasi divertito ad imitare:

Di che reggimento siete fratelli?/ Mai ho visto il vostro viso sì scarno, / il passo vacillante, / il vostro vestito così lacero sanguinante, / la sembianza d’una perpetua truppa. / Non vi ho visto mai così. / Era mestieri dirlo?/ Alla bocca del  fuoco siete stati.

Come non ricordare i versi delle Poesie Grigioverdi di Corrado Alvaro:

Non dire alla povera mamma/ che io sia morto solo. / Dille che il suo figliolo / più grande, è morto con tanta / carne cristiana intorno.

Non è casuale il riferimento allo scrittore di San Luca. C’è una linea di continuità nei versi di Tommaso Campanella, Corrado Alvaro e Lorenzo Calogero. Così come lo scrittore di San Luca, che suo padre voleva diventasse poeta, aveva ridato voce alla Calabria dopo tre secoli di silenzio, anche il poeta di Melicuccà fa sua la lezione che Tommaso Campanella, venuto a debellare tirannide, sofismi ed ipocrisia, trasmise ad Alvaro:

Bisogna osare fin dove dice lo spirito e la coscienza individuale, se non ci si vuole rassegnare a essere tardi imitatori e seguaci di mondi già scoperti.

La poesia di Calogero dagli anni cinquanta diventa l’unico scopo della sua vita, si tramuta in un linguaggio oscuro, nel quale sofferenza e scrittura si vampirizzano a vicenda, ogni verso trasuda la disperazione del poeta per la propria sconfitta, per il proprio fallimento. Il testo diventa fuga dalla realtà, strumento e trascrizione di una vita alienata e sublimata. Un processo di estraniazione dalla vita che si fa cupamente parossistico, con una dedizione mostruosa e disperata alla poesia. La natura occupa ampi spazi, diventa interlocutore privilegiato, facendolo appoggiare ai detriti del passato.

Non si muove più libero il tuo cuore/ da un fondo grigio e stanco./A questo grido , che io chiamo partire,/ è uno spiraglio quieto di un improvviso / tuo dolore.

La morte – oh si – la morte m’innamora / e la vorrei condurre a quel sito / in cui come amata amante/ mi ama ancora.

La poesia italiana, dominata dallo sperimentalismo del Gruppo 63, non ha tempo per leggere Calogero. I suoi versi sono difficili perché nessuno può resistere a lungo al suo diluvio ininterrotto di parole.
Sinisgalli gli dedicherà versi indimenticabili: “Come  un cane infetto / ha raspato alle vostre porte / nessuno gli ha aperto”.

Lorenzo Calogero è un vero innovatore, in grado di creare alla fine quell’ unitario canzoniere-poema dove le parole non sono usate per veicolare significati ma per giungere al significato vero dell’esistenza.
Ecco perché i suoi versi ormai si tramutavano in lacrime nelle concave notti senza passi. Lungo le croci del labirinto si preparava ad insegnare alla sua anima disfatta un inevitabile passo d’addio, consumato negli accesi silenzi, per usare  le parole  di una grande poetessa Cristina Campo. La fede assoluta nella parola non bastava più. Le sue celesti titubanze, i suoi miracolosi detriti erano ormai divorati dal livore del mondo.
Come si legge nei cenni biografici di Giuseppe Martino “la mattina del 25 marzo 1961, all’alba, Lorenzo Calogero bussò alla casa del parroco perché voleva confessarsi e ricevere la comunione.”
Da bambino aveva seguito la pratica dei primi venerdì, ben consapevole, come voleva la tradizione cristiana seguita in famiglia, che ciò lo avrebbe aiutato a morire nella grazia di Dio. Quel Dio che era penetrato nella sua intima carne come un acciaio rovente e che cercava continuamente. Ma non bastava. La morte era venuta a prendere i suoi occhi, quella morte che più volte lo aveva allettato come un vizio assurdo mai sopito. La luna in cielo era una larva, era quella di Alvaro, simile ad una cicala dopo aver cantato. Pendeva stanca nel cielo, pur essa sorpresa dall’alba. Un’alba che col suo chiarore tranquillo si posò per sempre sul suo viso scarno e supino.

Il fantastico lume si spegne / ti guarda una luce titubando/ in frantumi.

Un’altra mattina (come un amico/ versò un farmaco bianco) era di mezzo marzo/ nella notte stellata a pieno.
Non so se li conosceva questi versi alvariani ma mi piace immaginare che,con un battito sempre più flebile, siano usciti dalle sue labbra:

Come in sogno, come la pioggia di settembre,/ o Signore, arriva piano,/poiché il cuore che ho qui dentro / è solamente un cuore umano.

Quando si scriverà la vera storia letteraria di questo Paese (esiste anche in questo campo una irrisolta questione meridionale) sotto forma di atlante geografico, collegando luoghi e memoria ,la nostra Calabria sarà, di certo, l’itinerario più suggestivo ed in esso la voce inquietante di Lorenzo Calogero, smarrita nell’oceano del silenzio, ci obbligherà a riflettere sul significato ultimo del suo testamento poetico:

Verranno gli eventi / muteranno i tempi / ci calcheranno / in quel che avemmo di più caro / Ci sosterremo a vicenda/ col cuore di marmo. / Ciascuno ha il suo cuore / che non conosce / meglio morire / che vedere la propria distruzione.

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