Riflessioni su “Leggere Lolita a Teheran”

di Catia MARINO

Quando si viaggia da soli si ha più tempo per molte cose. Per pensare, ad esempio, per scrivere, prendere appunti, telefonare, programmare e anche per leggere. E comunque non si è mai del tutto soli. Azar Nafisi, per esempio, è stata per me una compagna di viaggio impeccabile e prima di trascorrerci del tempo insieme non conoscevo ancora la sua storia, le sue origini, i suoi libri.
Quando un libro mi piace lo capisco sin dalle prime pagine. Talvolta sin dalle prime parole. E non sempre conta il momento o il luogo in cui inizio a leggerlo, nel senso che questi possono anche non rappresentare le mie condizioni ideali di lettura. Se un libro, da subito, sa come prendermi, anche tra il frastuono più assordante potrei continuare a leggerlo.
Generalmente non parto mai senza libro al seguito. Ma quella volta si.
Ho acquistato Leggere Lolita a Teheran alla stazione Tiburtina di Roma e ho cominciato a leggerlo in pullman, durante un viaggio di ritorno a Reggio. Dopo le prime righe “[…] Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì mattina per parlare di letteratura”, non ho potuto fare a meno di ascoltare la voce di Fausto Leali alla radio. D’istinto ricordo di aver distolto lo sguardo dal libro per guardare fuori dal finestrino, cercando di cogliere nei particolari di un paesaggio oramai autunnale un qualcosa che, insieme a quella musica e a quelle parole, mi avrebbe permesso di imprimere a lungo quel momento nella mia memoria.
Ripetutamente nel corso della lettura mi sono identificata con i personaggi di questo libro e con le loro storie, in primis con la protagonista principale, nonché la stessa autrice, e il suo destino di insegnante costretta a fare i conti con un regime politico ottuso. Un libro è un buon libro quando, leggendo, riesci a immaginare senza troppa difficoltà quanto emerge attraverso la lettura e a vedere, come fossero davanti agli occhi, i gesti di un personaggio, il modo in cui parla e si muove, le espressioni del suo volto, riuscendo quasi a cogliere il suono della voce ed il suo odore.
E ancora per qualche giorno, anche dopo aver fatto ritorno a casa, ho seguito con passione le vicende di questa professoressa, divisa tra l’amore per la letteratura, la passione per l’insegnamento all’università, la difesa decisa dei propri ideali, il suo modo di rapportarsi con gli altri, le sue riflessioni, le sue paure. Ho seguito le sue vicende dalle scene iniziali nel salotto di casa, alle lezioni all’università, ai momenti di ricercata solitudine, fino alla scena finale, quella prima del trasferimento negli Stati Uniti, sulla soglia di casa, davanti ad una stanza vuota, con le valigie in terra e in mano solo una foto a rievocare i vecchi tempi.
In una Teheran al centro di violenze e spietate manifestazioni di dissenso nei confronti del sistema politico vigente la Nafisi è impossibilitata a svolgere liberamente la professione intrapresa. Lei che ama la letteratura più di tante altre cose non è libera di scegliere di non indossare il velo, non è libera di tenere i suoi seminari compiendo liberamente le proprie scelte didattiche. Spiata, minacciata, costretta a dimettersi dal proprio incarico, ma nel contempo incapace di rimanere a guardare, decide di coinvolgere alcune fra le allieve più brave che avevano frequentato i suoi corsi in un’avventura domestica destinata a rivelarsi “salvifica” per la maggior parte di loro: […]Erano tutte ragazze, dato che, per quanto si trattasse di innocui romanzi, insegnare ad una classe mista in casa sarebbe stato troppo rischioso, Nima fu l’unico a rivendicare con ostinazione i propri diritti […].
Con la formula degli incontri settimanali e la regola fondamentale per tutte, “dobbiamo essere oneste con noi stesse”, la professoressa Nafisi non ha voluto rinunciare alla sua passione più autentica, dando luogo a dei seminari di lettura veri e propri, con l’analisi di interi libri, riflessioni su singole parti di testo, appunti, studio domestico e tanto di tesina finale.
Insieme, ci sentivamo quasi del tutto libere. […] Spesso mi domando se sono stata io a scegliere le studentesse, o se sono state loro a scegliere me”.
Sono riuscita ad assaporare attraverso la lettura il clima di amicizia venutosi a creare tra la professoressa e le sue studentesse, la confidenza sempre crescente tra colleghe di corso diventate amiche, che imparano a conoscersi attraverso i libri che leggono, confrontando le esperienze dei protagonisti dei libri con le proprie, quella confidenza che è possibile avere solo quando impari a conoscere sempre di più una persona mentre con essa condividi qualcosa che consideri speciale. Ho seguito, così, l’intesa crescere tra loro, anche durante le pause accompagnate da una bevanda calda e qualche dolcetto, fino alla pretesa, quasi, di conoscere cosa l’altra stesse pensando, nel conforto di quelle ore trascorse insieme, fuggendo allo sguardo del censore cieco per riscoprirsi esseri umani dotati di vita propria, nel tentativo di creare un piccolo spazio di libertà.
Leggere Lolita a Teheran mi è piaciuto perché è un libro che in realtà ne affronta anche altri, che fa in un certo senso critica letteraria e mi è piaciuto perché alcuni dei libri citati li ho letti anch’io o comunque anch’io ne ho tante volte sentito parlare. Mi è piaciuto perché mette in pratica un principio in cui credo fermamente e, cioè, quello secondo cui uno scrittore è realmente tale solo nel momento in cui riesce a trasformare in scrittura le proprie esperienze di vita. E la Nafisi lo fa, a mio avviso, molto bene, non solo quando in prima persona ci parla di sé e delle sue insicurezze, dei suoi ricordi, del divorzio, del suo secondo matrimonio e della figlia, dei suoi grandi maestri, ma coinvolgenti sono anche le pagine in cui la storia politica di una città, la storia di un Paese si intreccia intimamente con la vita dei suoi abitanti. Mi riferisco a quelle di protesta, a quelle della contestazione studentesca contro imposizioni che limitano la libertà di un individuo, la libertà di pensiero, la libertà di essere in un determinato modo e poterlo tranquillamente manifestare. Sono riuscita a sentire quasi i cori di protesta degli studenti, a vedere i poster di Khomeini sui muri, per le strade, le ferite, i colori degli abiti e degli occhi delle donne serrati dal velo. E mentre le strade di Teheran vivevano giorni brutali il compito della professoressa Nafisi non è stato dei più facili e cioè spiegare la “sua” letteratura a giovani con una formazione per lo più diversa dalla propria e sempre più esposti alla dottrina dell’Islam.
Questo libro, infine, mi è piaciuto perché fa vedere come si vive in una realtà sostanzialmente diversa dalla nostra, a contatto con persone diverse, con una cultura e costumi diversi, in un paesaggio diverso. Ho apprezzato di questo libro la forza della sua protagonista, la sua testardaggine, la capacità di non dover sempre, esclusivamente, abbassare la testa, innescando talvolta il meccanismo della memoria e scendendo quotidianamente a patti con i propri ideali e con la propria coscienza.

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