UNA PISTA NELLA SABBIA

di Mariolina PANZERA

Tina era nata durante la guerra, la nascita di Marina, poco meno di tre anni dopo, aveva coinciso invece con la fine del conflitto. Della loro infanzia, nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra e poi negli anni ’50, le due sorelle avevano pochi e vaghi ricordi, ma ne conservavano una diffusa memoria intessuta di tenerezza, amore, serenità, sicurezza. Tutto questo lo ritrovavano raccontato a tratti nelle foto che esse gelosamente ed amorevolmente custodivano.
Nella loro casa c’era stata sempre una grande passione per le fotografie che venivano ordinatamente raccolte negli album di cartoncino nero. Ce ne erano tanti in casa: da quelli di papà con le foto dei suoi familiari e poi dei momenti più significativi della sua carriera, a quello, bellissimo, di papà e mamma con le immagini del fidanzamento, del matrimonio (splendida la foto di mamma in abito da sposa e di papà in alta uniforme sulla scalinata della chiesa di Santa Maria delle Grazie, circondati da parenti e amici), del viaggio di nozze a Firenze, a Padova, a Venezia, a Postumia (quando era ancora italiana, diceva papà). Poi c’erano gli album di Tina e di Marina, ma in quello di Tina c’erano le foto del battesimo, poi quelle dei primi mesi e via via le altre, mentre nella prima fotografia che la ritraeva Marina aveva più di un anno e camminava già.
-Perché non ci sono le foto del mio battesimo? – chiedeva Marina imbronciata.
-Te l’ho detto tante volte – rispondeva la mamma paziente – quando sei nata tu, dopo tanti anni di guerra, mancava tutto, figurati se si potevano trovare i rullini!
Marina annuiva, ma non sembrava del tutto convinta. Il fatto che mancassero le immagini dei suoi primi mesi di vita non le andava proprio giù, a lei piacevano tanto le foto!
Poi gli anni erano passati, le due sorelle erano ormai ultrasessantenni, la vita le aveva allontanate facendole risiedere in due città diverse, ma il legame tra loro era sempre fortissimo. Quando si incontravano, soprattutto negli ultimi tempi, il loro pensiero andava al passato ed i loro discorsi erano un susseguirsi di “ti ricordi?”. Ma tra un ricordo e l’altro si erano rese conto che a volte questi non combaciavano, rammentavano cose diverse o ricordavano la stessa cosa da differenti punti di vista. Ad esempio, quello che nel cuore di Marina era rimasto scolpito come uno dei momenti più felici della sua infanzia (la decisione di papà e mamma di condurre anche loro, le bambine, a far visita alla zia sposata da poco nella città in cui si era stabilita) Tina non lo ricordava neanche, così come a Marina sfuggiva completamente un episodio che proprio la riguardava (un viaggio in treno + nave che lei e la mamma avevano fatto per andare a prendere Tina che era stata ospite degli zii per alcuni giorni).
-E questo quando è successo – chiedeva Marina.
-Nel 1953 quando gli zii erano ancora fuori Reggio.
-Ma nel 1953 io avevo otto anni, non ero piccolissima, com’è che non lo ricordo per niente?
Allora raccontami.
Marina quell’episodio non lo ricordava, ma rivivendolo ora attraverso il racconto della sorella avvertiva intatta, anzi addolcita nella tenerezza del ricordo, l’emozione di quel viaggio ed il senso di soddisfazione e di complicità che sapeva di aver provato ritrovandosi, forse per la prima volta, lei, la piccola, sola con la mamma, fuori dal contesto familiare in un ambiente estraneo in cui cominciare a misurare le proprie forze.
Ultimamente le due sorelle si erano incontrate per un motivo non molto piacevole, la scomparsa di un cugino, uno dei pochi che portava ancora il loro cognome. Tra i discorsi che comunemente si fanno in queste occasioni, ad un certo punto Tina, che era sempre stata la più espansiva della famiglia, rivolgendosi alla cugina acquisita che piangeva il marito scomparso, cominciò a dire: – Ora ti racconto di Rino una cosa che certo non sai, perché risale a più di cinquant’anni fa. Quando eravamo bambini, noi tutti cugini e amichetti vari, trascorrevamo le estati facendo i bagni proprio lì dove ora ci sono i nuovi lidi. Il nostro gioco preferito era la pista, gli altri bambini impiegavano un sacco di tempo a prepararla, ma per noi era semplicissimo, perché Rino, che è sempre stato magro come un chiodo, si sedeva sulla sabbia, due ragazzi lo afferravano per le gambe e lo trascinavano in giro facendogli fare un sacco di giravolte e in un battibaleno la pista era pronta.
Mentre Tina si dilungava nel suo racconto, Marina si rivedeva su quella spiaggia, con indosso quel costumino di lana, che una volta bagnato non si asciugava mai, e risentiva la voce della mamma che la chiamava dalla cabina: – Marina, vieni a cambiarti
E lei correva ad indossare il “prendisole” che era confezionato con una stoffa più leggera adatta appunto per prendere il sole, poi la mamma le metteva in mano un frutto (in genere una bella nocepesca), così era sicura che la bambina non si sarebbe più avvicinata all’acqua perché il bagno si poteva fare a stomaco completamente vuoto, e le diceva: – Adesso vai a giocare.
Marina prendeva secchiello e paletta (che erano di latta, perché la plastica non era ancora tanto diffusa, e che se non erano di buona qualità si arrugginivano subito) ed andava a raggiungere gli altri. Sempre attenta, ma mai in prima fila, perché era la più piccola del gruppo  ed anche naturalmente un po’ timida, seguiva gli schiamazzi dei ragazzi che trascinavano Rino sulla sabbia e poi, quando la pista era pronta con i suoi muretti ben sistemati,, le montagnole e le buche, si faceva assegnare anche lei la sua bella pallina di vetro colorato e partecipava con gli altri al gioco.
Tina aveva terminato il racconto e nell’attimo di silenzio che ne era seguito Marina aveva mormorato: – Anch’io lo ricordo questo!
Le due sorelle si erano scambiate uno sguardo profondo. Era bello aver condiviso la stessa infanzia felice, ma ancora più bello era poterne condividere ora gli stessi intensi e dolci ricordi.

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