Report di Officina del 28 Novembre 2009

a cura di Carmela FERRO e Giuseppina CATONE

Il verbo uccidere ha un valore assolutamente negativo quando indica la violenza e la sopraffazione che si conclude con una morte, ma può anche rappresentare un’uccisione metaforica, il troncamento brutale di un sogno o di una speranza, l’annientamento della libertà, la distruzione di un ideale. Esistono, però, uccisioni rituali che contengono una valenza positiva, in quanto da quella morte scaturirà una rinascita o un bene per la comunità. Infine questo verbo può leggersi con una sfumatura positiva se si considera che ad essere uccisi a volte sono i vizi, l’egoismo e il male, che albergano nell’uomo. 
I contributi offerti nel corso dell’ultimo incontro di Officina hanno racchiuso tutte queste possibili interpretazioni del termine.

 
Stefano Morabito ha letto una pagina di “Stelle di cannella” di Helga Schneider in cui l’uccisione di un gattino assume un valore simbolico: infatti il gattino appartiene ad un bambino ebreo e viene crudelmente assassinato da un bambino tedesco, compagno di giochi del primo. L’autrice vuole evidenziare come le leggi razziali  abbiano infranto il legame naturale di amicizia tra i due bambini ed abbiano fatto emergere una diversità che prima non c’era.
Lo ucciderò – precisò Fritz Rauch con cinica freddezza. – Lo ucciderò perché non meriterebbe più di vivere. Se ha ingravidato la mia Muschi deve morire, perché l’ha fatto apposta, per contaminare il sangue della mia Muschi! Lei ha il pelo chiaro e gli occhi azzurri, è una gatta ariana, mentre il tuo gatto ha il pelo nero e gli occhi color zolfo. Sei avvertito, David Korsakov. E ora sparisci, la tua vista mi dà noia..

 
David tornò a casa in preda all’angoscia. Pioveva a dirotto ma non aveva indossato l’impermeabile, infradiciandosi fino alle ossa.
– Muschi aspetta i gattini e Fritz Rauch ha detto che se saranno neri ucciderà Koks perché ha voluto contaminare il sangue ariano della sua gatta – gridava ai suoi genitori, e tremava

Tonino Moscato, nel presentare il suo contributo, la canzone di Luca Barbarossa “L’amore rubato”, spiega di aver voluto fare riferimento alla giornata della violenza sulle donne: ad essere uccisi sono questa volta i sogni, i pensieri, le speranze di una ragazza violentata. Dopo l’ascolto della canzone Tonino mette in evidenza la divisione del testo in due parti: la prima predominata da un ritmo incalzante e da verbi dal suono duro, la seconda caratterizzata invece da dolcezza nella musica e nelle parole.
La ragazza non immaginava/che anche quello fosse l’amore/in mezzo all’erba lei tremava/sentiva addosso ancora l’odore/chissà chi era cosa voleva/perché ha ucciso i miei pensieri/chissà se un giorno potrò scordare/ e ritornare quella di ieri…
e lei sognava un amore profondo/unico e grande più grande del mondo/ma il vento adesso le aveva lasciato/solo il ricordo di  un amore rubato/come un fiore che è stato spezzato/così l’amore le avevan rubato
.

Maria Aldarese, nel leggere la novella “La verità” di L. Pirandello, spiega di aver scelto questo testo perché indaga sulle motivazioni che possono spingere un uomo ad uccidere.
Poche ore avanti, sua moglie era stata sorpresa in flagrante adulterio insieme col cavaliere don Agatino Fiorìca.
La signora donna Graziella Fiorìca, moglie del cavaliere, con le dita piene di anelli, le gote tinte di uva turca e tutta infiocchettata come una di quelle mule che recano a suon di tamburo un carico di frumento alla chiesa, aveva guidato lei stessa in persona il delegato di pubblica sicurezza Spanò e due guardie di questura, là nel vicolo dell’Arco di Spoto, per la constatazione dell’adulterio.
Il vicinato non aveva potuto nascondere a Tararà la sua disgrazia, perché la moglie era stata trattenuta in arresto, col cavaliere, tutta la notte. La mattina seguente Tararà, appena se la era vista ricomparire zitta zitta davanti all’uscio di strada, prima che le vicine avessero tempo d’accorrere, le era saltato addosso con l’accetta in pugno e le aveva spaccato la testa…
Il presidente allora lo redarguì con molta severità:
“Siete accusato d’aver assassinato con un colpo d’accetta, la mattina del 10 dicembre 1911, Rosaria Femminella, vostra moglie. Che avete a dire a vostra discolpa?…
Tararà si strinse nelle spalle e disse:
“Ecco Eccellenza. Loro signori sono alletterati, e quello che sta scritto in codeste carte,lo avranno capito. Io abito in campagna, Eccellenza. Ma se in codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia moglie, è la verità. E non se ne parla più”…
La colpa non è stata neanche di quella povera disgraziata. La colpa è stata della signora … della moglie del signore cavaliere Fiorìca, che non ha voluto lasciare le cose quiete.…
E la verità è questa: che era come se io non lo sapessi! Perché la cosa, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati: perché la cosa, signori giurati, era tacita,…
Se in campagna qualcuno fosse venuto a dirmi:” Tararà, bada che tua moglie se l’intende col cavaliere Fiorìca”, io non ne avrei potuto fare di meno, e sarei corso a casa con l’accetta a spaccarle la testa. Ma nessuno era mai venuto a dirmelo, signor presidente; e io, a ogni buon fine, se mi capitava qualche volta di dover ritornare al paese in mezzo della settimana, mandavo avanti qualcuno ad avvertire mia moglie.…
“Se suo marito si fosse messo con una zitella, vossignoria si poteva prendere il gusto di fare questo scandalo, che non avrebbe portato nessuna conseguenza, perché non ci sarebbe stato un marito di mezzo. Ma con quale diritto vossignoria è venuta a inquietare me, che mi sono stato sempre quieto; che non c’entravo né punto, né poco;. Che non avevo voluto mai vedere, né sentire nulla
;…

Nunzia Zuccalà si discosta dalle interpretazioni suddette, leggendo nella storia del  protagonista di “Uno, nessuno e centomila” di L. Pirandello, una progressiva liberazione dai ruoli e dalle maschere che la società impone, uccisione, quindi, come affermazione della propria identità e annullamento.
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

Serena Griso legge una pagina del romanzo “Una giuria di sole donne” di Susan Glaspell in cui l’uccisione di un uomo è la conseguenza di una serie dii “uccisioni” psicologiche che lui compiva nei confronti della moglie. In ultimo l’uccisione di un uccellino sarà il fattore scatenante della reazione della moglie.
C’è qualcosa in questo pezzetto di seta”, balbettò la signora Hale.
“Non sono le forbici” osservò la signora Peters, turbata.
Con mano tremante, la signora Hale sollevò un lembo del tessuto.”Oh, signora Peters!” esclamò. “E’…”.
La signora Peters si chinò sulla scatoletta. “L’uccellino”, bisbigliò.
“Ma, signora Peters!” sbottò la signora Hale. “Lo guardi! Il collo – guardi il collo! E’ tutto…storto”. Allontanò la scatola da sé. La moglie dello sceriffo si chinò di nuovo, ancora più vicino. “Qualcuno glielo ha spezzato”, disse con voce bassa e profonda. Gli sguardi delle due donne si incontrarono ancora una volta – come quelli di chi ha cominciato a capire, ed è sempre più inorridito. La signora Peters guardò l’uccellino morto e poi la porticina della gabbia. Tornò a fissare la compagna. Proprio in quel momento, sentirono un rumore che veniva da fuori. La signora Hale fece scivolare la scatola sotto le pezze, nel cesto, e si lasciò cadere sulla sedia. La signora Peters restò in piedi, aggrappata al bordo del tavolo. Erano il pubblico ministero e lo sceriffo
.

Maria Iaria si sofferma su una pagina tratta da “Jude, l’oscuro” di T. Hardy. Questa pagina, molto forte e sconcertante, descrive un vero e proprio rito per le società contadine, l’uccisione di un maiale, eseguita da una coppia di coniugi che in questa circostanza mettono in luce la differenza dei loro caratteri.

Anche il primo testo presentato da Giuseppina Catone contiene la descrizione di una scena simile: nella Istanbul degli anni ’60 i due protagonisti del “Il museo dell’innocenza” di O. Pamuk assistono all’uccisione di un montone durante la festa islamica del sacrificio. Il valore di questa uccisione è da ritenersi rituale, in ricordo del sacrificio di Ismaele, figlio di Abramo. Anche al posto di Ismaele, come accadde per Isacco nella Bibbia, in extremis venne sacrificato un animale. In questa chiave antropologica vanno lette altre storie simili rintracciabili in tutti gli antichi miti del bacino del Mediterraneo, in cui il fatto sacrificale è necessario per ristabilire l’accordo con la divinità e per salvaguardare la comunità. A tal proposito Giuseppina legge una pagina esemplificativa tratta da “Le nozze di Cadmo e Armonia” di R. Calasso, riguardo la Bouphonia.
Nei tempi antichi, come ho già detto, gli uomini sacrificavano agli dei i frutti, ma non gli animali, e neppure li usavano per nutrirsi. Si dice che nel corso di un pubblico sacrificio celebrato in Atene un certo Sopatro aveva deposto sulla tavola per sacrificarli agli dei una focaccia e altri dolci, quando sopraggiunse un bue, che tornava dal lavoro, divorò in parte le offerte e in parte le calpestò. […] Sopatro uccide il bue e ciò causa l’ira degli dei con conseguente siccità. La risposta dell’oracolo interpellato è che, se avessero punito l’uccisore e avessero rimesso in piedi il morto nel corso dello stesso sacrificio in cui era morto, le cose sarebbero andate meglio, purché assaggiassero il morto senza farsene scrupolo.

Carmela Ferro propone un racconto di Hermann Hesse, “Il lupo”, in cui la storia di un lupo ucciso dagli abitanti di un villaggio sul Giura svizzero assume un valore simbolico, alludendo alla crudeltà dell’uomo che infierisce gratuitamente su una natura incontaminata e maestosa; solo il lupo seppure morente sembra capace di coglierne la struggente bellezza.
Lo attrasse un abete solitario, dai grandi rami; là si sedette a fissare cupamente la grigia notte innevata. Passò mezz’ora. Sulla neve cadeva solo una luce rosso opaco, morbida e strana. Il lupo si alzò gemendo e voltò la sua bella testa in direzione della luce. Era la luna che si alzava da sudest, enorme e rosso sangue, e lentamente risaliva il cielo cupo. Erano settimane che non era più così rossa e grande. Gli occhi della bestia morente fissarono tristi il disco opaco della luna e di nuovo un debole ululato rantolò dolorosamente nella notte, senza far rumore.

Katia Marino ha scelto alcuni passi di “Leggere Lolita a Teheran” di A. Nafisi in cui l’uccisione è simbolica ed allude alla perdita della libertà. Gli episodi letti sono emblematici della progressiva cancellazione dei diritti che si verifica in Iran dopo la rivoluzione.
Adesso che non potevo più pensare a me come a un’insegnante, una scrittrice, che non potevo più indossare quello che volevo, né camminare per strada al mio passo, gridare se mi andava di farlo o dare una pacca sulla spalla a un collega maschio, adesso che tutto ciò era diventato illegale, mi sentivo evanescente, artificiale, un personaggio immaginario scaturito dalla matita di un disegnatore che una gomma qualsiasi sarebbe bastata a cancellare.
Quella sensazione di irrealtà mi portò a inventare nuovi giochi, che a ripensarci ora mi sembrano più che altro tecniche di sopravvivenza
.

Anche Vittoria Mallamaci ha scelto un testo in cui l’uccisione non è reale, ma psicologica, “Tango del vedovo” di P. Neruda.
La mia vita privata non era felice. La dolce Josie Bliss si andò chiudendo in se stessa e s’innamorò a tal punto da ammalarsi di gelosia. Se non fosse stato per questo, forse avrei continuato a starle accanto indefinitamente. Sentivo tenerezza per i suoi piedi nudi, per i bianchi fiori che brillavano fra i suoi capelli scuri. Ma il suo temperamento la condannava a un parossismo selvaggio. Era gelosa delle lettere che mi arrivavano da lontano; nascondeva i miei telegrammi senza aprirli, guardava con rancore l’aria che respiravo.
Qualche volta mi svegliava una luce, un fantasma che si muoveva dietro la zanzariera. Era lei, vestita di bianco, che brandiva il suo lungo e affilato coltello indigeno. Era lei che gironzolava per ore intere intorno al mio letto senza decidersi ad uccidermi. “Quando morirai i miei terrori finiranno”, mi diceva. Il giorno dopo celebrava misteriosi riti per propiziare la mia fedeltà.
Avrebbe finito per uccidermi. Per fortuna ricevetti un messaggio ufficiale che mi comunicava il mio trasferimento a Ceylon. Preparai il viaggio in segreto e un giorno,abbandonando i miei vestiti e i miei libri, uscii di casa come al solito e salii sulla nave che mi avrebbe portato lontano.
Lasciavo Josie Bliss, specie di pantera birmana, con il più grande dolore. Appena la nave cominciò a ballare sulle onde del Golfo del Bengala, mi misi a scrivere “Tango del viudo”, tragico brano della mia poesia dedicato alla donna che persi e mi perdette, perchè nel suo sangue crepitava senza posa il vulcano dell’ira. Che notte immensa, che terra sola
!

Franca Crucitti presenta alcuni contributi sul tema motivandone la scelta: nell’episodio di Caino e Abele, dalla Genesi, legge la storia del primo assassinio come emblema di tutta quella catena di sangue che attraversa nei secoli l’umanità.
Il Signore disse allora a Caino:”Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Non è forse vero che se agisci bene puoi tenere alta la testa? Se invece non agisci bene, il peccato sta alla tua porta: esso si sforza di conquistare te, ma sei tu che lo devi dominare!”.Ma Caino ebbe da dire con suo fratello Abele. E mentre si trovavano nei campi, Caino si scagliò contro suo fratello Abele e lo uccise.
Nel brano tratto da “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, Levi (Matteo il pubblicano) seduto in disparte su una pietra osserva il supplizio di Gesù e dei ladroni. Invano pensa di ucciderlo con le sue mani per risparmiargli le sofferenze e, a tale scopo, ruba un coltello.
Il testo di Lussu, Uccidere un uomo, è rappresentativo dello stato d’animo di chi, pronto ad uccidere per istinto, si ferma perché sente la voce della coscienza e della dignità.
……….Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale….Poggiai bene i gomiti a terra , e cominciai a puntare.
L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare…Fu un attimo. Il mio atto del puntare, che era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo: Ero obbligato a pensare.
E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma……..
Forse era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale,giovane,inconscio del pericolo che gli sovrastava…….Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante! Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!

Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo…come su un cinghiale!
Cominciai a pensare che ,forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille,contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire:”Ecco,sta fermo, io ti sparo, io ti uccido” è un’altra. E’ assolutamente un’altra cosa.
Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo così è assassinare un uomo
.
Infine, nella poesia di Edgar Lee Masters  “AROLD HARNETT”,  l’uomo perde il senso della dignità umana arriva anche all’uccisione di se stesso.
[…]
Poi lo scoppio di voce di mia moglie:
“Fa’ attenzione, le patate bruciano!”
Le fiutai…poi, un disgusto irresistibile.
Spinsi il grilletto…nero…luce…
Rimorso indicibile…brancicai per tornare nel mondo,
Troppo tardi! E così venni qua,
con polmoni anelanti…ma i polmoni non servono,
benché si debba respirare anche qui…
A che serva liberarsi del mondo,
quando nessuno può scampare al fato eterno della vita?
 

I diversi contributi di Tita Ferro ci offrono l’opportunità di chiudere la nostra conversazione, suggellando come sempre il significato profondo del verbo oggetto dell’Officina.
Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere (Mahatma Gandhi)
Tita presenta poi la storiella, attribuita a Shakespeare, che le ha permesso di  riflettere sul fatto che in natura uccidere è in funzione del vivere.
Ogni mattina in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più della gazzella, o morirà di fame.
Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: è meglio che cominci a correre
.
Ha, quindi, trovato un  possibile confronto nel seguente passo dell’ultimo romanzo di Erri De Luca “Il peso della farfalla
Quando l’uomo raggiunse l’animale ucciso il piccolo era lì, un po’ storto sulle zampe, gli occhi grandi calmi desolati.
Non se l’era sentita di sventrare la bestia lì sul posto davanti al cucciolo, di scaricare a terra i chili di viscere per risparmiarsi il peso, se l’era caricata intera sulle spalle.
Fu allora che decise il suo titolo di ladro di bestiame, sotto gli occhi del padrone di tutto, grandi calmi desolati. Bisogna guardare in quel paio per sapere di essere stati pesati. Decise che con gli stambecchi la caccia era chiusa.
Anche nel libro di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, premio Strega nel 1947, Tita ha trovato lo spunto per considerare la questione sotto un altro aspetto: uccidere può essere necessario oltre che per procacciarsi di che vivere, anche come esperienza estrema, necessaria per superare la superficialità, per giungere ad una consapevolezza più chiara delle ragioni del vivere
.
Infine lo stesso tema visto nelle sue diverse sfaccettature e problematiche viene rintracciato in opere cinematografiche ed in canzoni. L’elenco potrebbe essere lungo, ma bastino per tutti i titoli Decalogo 5 di Krzysztof Kieślowski, Non uccidere di Claude Autant-Lara e Contratto per uccidere tratto dai racconti di Hemingway. Tra le canzoni, in particolare, il riferimento va a“La guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè, che può essere letta in parallelo al testo di Lussu sopracitato.

Fabrizio De Andrè

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

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